Venture capitalism all’italiana

Se ne è parlato a Roma: qualche idea 2.0 nasce anche da noi.

L’Italia è in condizione di avviare un venture capitalism diffuso, di stampo statunitense.
E’ questo quanto è emerso dal del VentureCamp, un incontro informale tra attività e capitale organizzato nei giorni scorsi a Roma presso la John Cabot University.

Anche se il nostro stivale non è associato allo sviluppo di software bensì al lifestyle, alcune idee 2.0 le abbiamo anche noi, ma spessissimo non sappiamo come finalizzarle né nel progetto né nel finanziamento.

Inutile pensare alle lungaggini burocratiche e alla mancanza d’una cultura del finanziamento, come va dimenticata la paura della sbornia da dot.com.

Giacomo Marini, a suo tempo cofondatore di Logitech e oggi venture capitalist con Noventi, ha fornito una dettagliata skype-lesson di come scrivere e presentare un business plan che venga ascoltato negli States per ottenere 4 o 5 milioni di dollari.

Per cifre minori di queste ci si deve rivolgere ad altre figure, i business angels, che operano intorno al milione di dollari, e prima ancora agli early stager, che forniscono i primi 100-200 mila dollari, sufficienti per capire se sia il caso di passare allo stadio successivo.

Giancarlo Dettori, fondatore di Vitaminic ed oggi business angel del tipo early stage, agisce nella tipica situazione italiana, quando c’è l’idea ma non la società né il business plan.
 
La sua storia, quindi le sue proposte, sono state raccolte da First Generation Network, un sito da tenere d’occhio. Un’altra skype-lesson, più confidenziale e in video, è stata fornita da

Arturo Artom, da tre anni business angel a metà tra Piemonte e California. “Dall’Italia ci si aspetta più una Starbucks che una Google”, dice, “e l’unica via di successo è aprire una società negli USA” per circa 1 milione di euro.

Arturo intende dedicare il 2008 ad una organizzazione che aiuti le startup italiane ad aprire negli States. In conclusione il VentureCamp è stata una salutare lezione per chiunque fosse interessato.
 
Il pubblico è stato mediamente di 40-50 persone, con una punta di 75 in sala, ed annoverava una decina d’imprenditori più 7/8 desiderosi di aprire startup. Una carenza è stata nel numero di progetti effettivamente presentati, che era un elemento fondante della progettazione dell’evento, fatta in maggio.
L’unico di questa categoria è stato Antonio Leonforte con la sua Fhoster, un innovativo progetto di software online (Customer Information System) per le piccole e medie aziende il cui principale mercato di riferimento è il Canada, seguito da Usa e Italia.
 LifeBase –questo il nome- è già in fase avanzata di sviluppo e Leonforte lo presenta già come dovrebbe essere secondo le “lezioni americane” di Marini e degli altri.

Statene certi, ne sentiremo parlare ancora.

Leo Sorge – PiùBlog

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