Dall’iperbole alla realtà, per capire i limiti del web.
Oramai i blog meritevoli di essere letti si contano sulle dita di una
mano.
Due, va.
Uno è quello del ceo di Sun, Jonathan Schwartz, che
scrive poco, ma quando lo fa è capace di solleticare qualcosa, fosse anche un
sorriso che scaturisce dall’intelligenza che c’è sotto.
Un po’ come
ascoltare la musica classica.
L’ultimo post riguardava un ragionamento,
secondo il quale oggi è più facile spedire un petabyte di dati da San Francisco
a Hong Kong via mare, su un cargo, che non via Internet.
Possibile?
Seguiamo il ragionamento di Schwartz.
Un petabyte
equivale a mille terabyte, ossia un milione di gigabyte. In pratica, un miliardo
di megabyte.
Ci vogliamo rovinare: 8 miliardi di megabit.
Quindi,
con una normalissima connessione Internet da mezzo Mbit al secondo ci vorrebbero
16 miliardi di secondi per spedire i dati, cioè 266 milioni di minuti.
Tagliando corto: 506 anni.
Raddoppiamo la velocità della connessione
Internet: 1 Mbit al secondo.
Gli anni diventano 250 e rotti.
Centuplichiamo: 100 Mbit.
Ci vogliono sempre due anni e mezzo.
Evidente che anche con una nave lenta si possa coprire la distanza fra le due
città in minor tempo.
È chiaro che Schwartz tira l’acqua al mulino della
sua azienda, che fra le tante diavolerie ha sfornato pure quella del datacenter
su quattro ruote, roba da mettere su un camion e portare i dati di un’azienda
via dalla pazza folla.
Comunque, il semplice ragionamento fatto, è
affascinante, come sanno esserlo tutte le cose semplici quando ci si sofferma a
osservarle e a meditarle.
D’accordo, chi ha bisogno di spostare tale
mole di dati? Forse oggi nessuno.
Ma l’iperbole ci fa ricordare i limiti
fisici di Internet e ci offre un argomento da contrapporre a chi,
entusiasticamente o proditoriamente, ci vuole proporre il Web come la soluzione
dei problemi del mondo.
A noi piace il Web e lo rispettiamo.
Proprio
per questo amiamo conoscerne i limiti.





