La retorica domina sul Web, che intanto è occupato a divertirsi.
Il discorso fatto da Bill Gates al Ces di Las Vegas è stato presentato da tutti, anche da noi, come l’ultimo grande comizio pubblico del fondatore di Microsoft, prima che vada a occuparsi di filantropia. Sappiamo tutti che non sarà così, che avremo modo di sapere come la pensa e che consigli darà ai prosecutori della sua opera.
Intanto, dato che il copione lo prevedeva, Gates ci ha lasciato il suo testamento intellettuale, che per per i prossimi dieci anni suona un po’ come “qualsiasi cosa si inventi nell’informatica deve poter essere usato con qualsiasi altro mezzo, altrimenti è un flop”. Che poi novità non è: di convergenza se ne parla da praticamente un decennio. E di questo si tratta, al netto delle derive consumistiche, che oramai sono diventate la maggioranza.
Pare che oramai interessi solo il divertimento, il passatempo. Forse perché c’è meno lavoro in giro e più tempo per gozzovigliare? Fatto sta che anche un attento osservatore del mondo hi-tech come Paul Rodgers sull’Independent (e ripreso dall’Unità) parlando del Ces tratta di pc che diventano tavoli, telefoni, tv, giochi, tutti con Internet e per Internet, per vedere, sentire, parlare, cantare.
La fiera del divertimento è qui per renderci tutti uguali e dare a tutti le stesse possibilità, alla faccia del digital divide. Sarà vero? Ne dubitiamo e pensiamo che il mondo andrà avanti come ha sempre fatto sinora.
Prendiamo il fenomeno di MySpace, quella Colbie Caillat che scrive e canta robetta ritrita e di cui la retorica internettiana dice che mettendo il suo profilo su MySpace è diventata la cantante più gradita al mondo, suscitando l’interesse della stampa americana di alto lignaggio, come il Washington Post o Rolling Stone. Giornali a cui il padre della fenomena, Ken Caillat, che casualmente di lavoro fa il produttore musicale, non avrà certamente fatto nessuna segnalazione. Il primo disco della ragazza, poi, è diventato quello più venduto su iTunes sicuramente senza che lui abbia mosso un dito.
È come se quando mio papà faceva il tornitore io, la sera, con il suo strumento di lavoro mi fossi dilettato a sfasciare qualche pezzo di ferro fino a poi ottenerne uno dalle sagome plausibili. Il genitore, un po’ per farmi contento, un po’ per levarmisi dai piedi, avrebbe poi fatto vedere il manufatto ai suoi colleghi e financo al principale, i quali mi avrebbero dato una pacca di incoraggiamento che avrebbe suonato anche da arruolamento nei ranghi.





