Mario Cubello, Business Line Manager Managed Services S2E, analizza il futuro della virtualizzazione aziendale e come le organizzazioni possono riconquistare flessibilità e controllo del budget IT
La virtualizzazione continua a rappresentare un pilastro delle infrastrutture IT aziendali, ma le priorità delle imprese stanno cambiando. Se in passato le principali esigenze erano legate a performance e ottimizzazione dell’hardware, oggi la scelta della piattaforma di virtualizzazione deve tenere conto di fattori più ampi: costi e modelli di licensing, sicurezza, continuità operativa, competenze disponibili, governance e possibilità di evolvere verso architetture hybrid cloud.
In questo scenario, sempre più aziende stanno valutando alternative che consentano di ridurre la dipendenza da singoli vendor e recuperare maggiore libertà di scelta sull’infrastruttura, senza rinunciare a solidità, continuità operativa e controllo.
Il mondo del software enterprise sta vivendo una transizione accelerata verso modelli di sottoscrizione rigidi e l’accorpamento delle soluzioni in grandi suite all-inclusive. Questo cambiamento costringe molte aziende a rivedere le proprie strategie di spesa infrastrutturale.
Spesso le organizzazioni si trovano a dover pagare per funzionalità avanzate di cui non hanno reale bisogno, solo perché incluse in pacchetti indivisibili. Inoltre, il passaggio a metriche di calcolo basate sui core fisici rischia di penalizzare gli investimenti hardware già effettuati.
Un’alternativa moderna deve garantire:
- Trasparenza finanziaria: Modelli di licenza o supporto chiari, legati all’effettivo utilizzo e non a vincoli artificiali.
- Interoperabilità: Capacità di dialogare con hardware esistente senza forzare aggiornamenti precoci.
- Indipendenza tecnologica: Evitare il “vendor lock-in” per mantenere la libertà di scegliere la rotta evolutiva della propria azienda.
Dalla scelta della piattaforma alla strategia infrastrutturale
La crescente attenzione verso alternative alle piattaforme tradizionali di virtualizzazione nasce da una combinazione di fattori. Il tema dei costi di licensing è certamente rilevante, ma non può essere affrontato considerando soltanto il prezzo della licenza.
Per valutare la sostenibilità di una scelta infrastrutturale è necessario considerare il Total Cost of Ownership (TCO) lungo l’intero ciclo di vita dell’ambiente, includendo compute, storage, rete, backup, manutenzione e supporto.
Una piattaforma efficiente, infatti, non è necessariamente quella con il costo iniziale più basso. Occorre valutare anche la disponibilità delle competenze, la complessità gestionale, la possibilità di integrare componenti differenti e la capacità dell’infrastruttura di accompagnare le esigenze future dell’organizzazione.
In questa prospettiva, soluzioni aperte e modulari come Proxmox VE e Apache CloudStack possono rappresentare opzioni strategiche da valutare nell’ambito di una piattaforma privata più ampia. È però fondamentale distinguere i ruoli: Proxmox VE agisce come hypervisor e piattaforma di virtualizzazione (basata su KVM e LXC), mentre CloudStack è un orchestratore IaaS che, pur potendo appoggiarsi a KVM, espone API cloud, multi-tenancy, service offerings, networking software-defined e automazione per stack superiori come Kubernetes, database-as-a-service e altri workload orchestrati. La scelta non deve però partire dalla tecnologia, ma dalle esigenze del cliente.
L’assessment come punto di partenza
Prima di intervenire su un ambiente di virtualizzazione complesso, è fondamentale comprenderne lo stato reale.
Nel tempo, infatti, le infrastrutture aziendali possono accumulare stratificazioni, risorse sovradimensionate, configurazioni non più coerenti con le esigenze attuali e componenti che continuano a essere mantenuti anche quando il loro valore effettivo è diminuito.
L’assessment permette di analizzare l’ambiente nel suo complesso: macchine virtuali, risorse disponibili, rete, storage, backup, sicurezza e requisiti di business continuity.
Questo approccio consente di individuare eventuali inefficienze e di definire una roadmap basata su dati concreti, evitando che la scelta della nuova piattaforma sia determinata esclusivamente dalla disponibilità di una tecnologia o dalla necessità di ridurre nell’immediato i costi di licensing.
Governance, sicurezza e continuità operativa
Una strategia di virtualizzazione efficace deve inoltre garantire il controllo dell’ambiente nel tempo.
Con l’aumento dei workload e della complessità infrastrutturale, la governance diventa fondamentale per mantenere visibilità su consumi, prestazioni, accessi e costi. Un’infrastruttura può funzionare correttamente senza essere necessariamente governata in modo efficace.
Lo stesso vale per sicurezza e business continuity. Protezione dei sistemi, segmentazione, backup e disaster recovery devono essere considerati già nella fase di progettazione e non come elementi da aggiungere successivamente.
La capacità di ripristinare i servizi nei tempi richiesti dal business diventa infatti parte integrante della strategia infrastrutturale e della valutazione della nuova piattaforma.
Virtualizzazione e hybrid cloud
La nuova strategia di virtualizzazione deve inoltre tenere conto dell’evoluzione verso l’hybrid cloud. Per molte aziende, il cloud non significa necessariamente trasferire tutti i workload all’esterno. Alcuni carichi possono continuare a essere gestiti in ambienti privati per esigenze di sicurezza, compliance, performance o controllo, mentre altri possono beneficiare della flessibilità dei servizi cloud.
Modernizzare l’infrastruttura significa quindi anche decidere quali workload mantenere in ambienti controllati e quali portare verso modelli cloud, costruendo un ecosistema nel quale le diverse componenti possano integrarsi in modo coerente.
L’approccio che consente di affrontare la migrazione in modo progressivo e strutturato, riducendo i rischi legati alla transizione e mantenendo l’attenzione sulla continuità operativa è sicuramente vincente.
Per le aziende che stanno valutando una nuova strategia di virtualizzazione, la sfida non è quindi semplicemente individuare un’alternativa al proprio attuale ambiente. È costruire un’infrastruttura che offra maggiore libertà di scelta, controllo sui costi e sulle risorse, sicurezza e capacità di evolvere nel tempo. Uscire dal lock-in, in questa prospettiva, non significa complicare l’IT, ma renderlo più libero, sostenibile e pronto a cambiare.






