La crescita degli altri finanziata con i nostri capitali?
Il venture capitalist californiano Lightspeed Venture Partners ha da poco chiuso la raccolta per il proprio ottavo fondo. Risultato, impegni per 800 milioni di dollari. Inizialmente ne aspettava 675 e ha praticamente raddoppiato il risultato del fondo precedente, chiuso nel 2005 a 475 milioni di dollari (il sesto, del 2000, chiuse a un miliardo di dollari e poi ne usò effettivamente 800).
Il fatto suona come una parziale smentita per chi pensa che l’economia americana si crogioli nello stare in ginocchio.
Peraltro alcuni esperti della Silicon Valley, come si legge sul blog tecnologico del Financial Times, commentano sprezzanti che i soldi sarebbero di provenienza europea, magari dell’est.
Forse è invidia.
Lightspeed da quando esiste ha dato l’aire a società come Brocade, Informatica, Metasolv, Openwave, Riverbed, Virsa (poi acquistata da Sap).
Ora con gli 800 milioni raccolti proverà a impostare un biennio di sviluppo per early stage e realtà già formate, nel campo tecnologico (sicuramente 2.0, se non addirittura 3.0) e in quello dell’energia pulita.
Purtroppo si sa dove lavorerà prevalentemente, oltre che negli Usa: in Cina, India e Israele, dove ha sedi, rispettivamente, a Shanghai, Bangalore e Herzliya Pituach (poco sopra Tel Aviv).
Poco o niente in Europa, si suppone.
Il che, dovessero essere giuste le opinioni degli invidiosoni della Valley, sarebbe una conferma che il capitale europeo ormai pensa solo alla propria crescita finanziaria e non si prende cura dell’ambiente che lo circonda.





