La PA siamo noi

Le nuove tecnologie richiedono l’attiva partecipazione di tutti. Dopo il cambiamento, se le cose non andranno sarà per colpa nostra.

“Pubblica Amministrazione e mercato non sono la stessa cosa. Condividono le risorse umane e quelle tecnologiche, identiche nei due diversi ambiti, ma processi e dinamiche sono diversi”.
Queste parole sono state pronunciate oggi da Mario Dal Co, consigliere di Brunetta, nel corso di un convegno dal titolo Innovazione normativa e processi tecnologici per il ciclo di gestione della performance nelle amministrazioni pubbliche.
La spiegazione può essere semplice: nel mercato ci sono i prezzi, ma soprattutto i fallimenti, che puniscono chi non ha saputo innovare. Sul mercato d’oggi si discute l’importanza dei paradigmi 2.0 in generale e sociali in particolare, in uno scenario di guerra tra le grandi organizzazioni e le masse illuminate; analogo sviluppo si vede da parte dei Governi.
Le molte analogie ci possono far pensare ad una sostanziale identità tra corporation e Governi. Ma così non è, e perdere di vista le asimmetrie potrebbe essere letale.
Alcuni elementi di differenza vanno sempre tenuti a mente.

La PA non fallisce
In una Pubblica Amministrazione esistono dei meccanismi che svolgono, almeno in parte, le funzioni del prezzo di mercato: i prezzi-ombra, decretati a tavolino, oppure più generali confronti tra i risultati di amministrazioni simili. Nulla, invece, può sostituire il fallimento, che nella PA non esiste né può esistere. Ma le democrazie occidentali sono ormai con le spalle al muro, e l’alternanza tra protezionismo e “coopetizione” (cooperazione + competizione) non basta più. Le PA non possono fallire, ma gli Stati sì, come la crisi ancora in corso ha mostrato per alcuni Paesi dell’area Euro allargata.

Nella PA il 2.0 non rende l’idea Per quanto mediaticamente possa essere sintetico, parlare di Governo 2.0 come se fosse un’azienda 2.0 è quindi fuorviante. Ma lo sapevamo già: la dizione 2.0 ha senso se prima c’è stato un 1.0, ed entrambi hanno senso se le aziende sono state immobili per molto, richiedendo un cambiamento forte e asincrono. Il 2.0 infatti non ha senso per le aziende che hanno gestito il cambiamento come processo continuo, adattando i processi un po’ per volta, quindi senza scossoni e con un certo agio nelle relative operazioni di BPR, business process reengineering.
La PA italiana prova a darsi uno scossone. Il “decreto Brunetta” è denso e dettagliato come mai prima, ma i suoi dettagli sono solo una goccia nel mare di una rivoluzione. Sulla carta, per effetto diretto del decreto stesso, la rivoluzione non può funzionare. Serve la diffusione capillare dei suoi principi, un atteggiamento positivo e la cultura della collaborazione. Sembra trattarsi del paradigma dei social network, un altro caposaldo 2.0. In realtà non è così: quello che chiamiamo social network è semplicemente una struttura non gerarchica, le cui ampie dimensioni sono rese possibili dal software e dalle telecomunicazioni odierne.

Citizen Intelligence
Il cambiamento deve venire dai cittadini. Far parte di un sistema sociale non è solo divertente, è anche vincolante. Oggi il comportamento principale in Italia è quello delle tre-quattro scimmiette: non vedo, non sento, non parlo e se posso rubo anch’io. Nei blog del 2007 chi non rispettava le regole veniva prima lapidato (verbalmente), quindi bandito dalla pubblica piazza telematica (“bannato”, come si dice in gergo). La stessa cosa succede oggi con gli strumenti sociali più avanzati.
Applicare questi principi nel rapporto con la PA significa essere noi la voce dei decisori, premiando chi merita e denunciando chi demerita. In azienda questo è stato il passaggio, ancora in corso, dal CRM (customer relationship management) al VRM (vendor relationship management), nel quale gli utenti indicano al fornitore di cosa hanno bisogno. Con le sigle si può giocare, ed ecco quindi il CRM inteso però come citizen relationship management; la raccolta e valutazione delle informazioni parte non dalla business intelligence, bensì dalla citizen intelligence.
La PA non è un’azienda, ma i dati di partenza per valutazione e correzione dei servizi forniti dalla PA devono venire dalle ex-scimmiette. Insomma, tocca a noi.

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