Il regime dei blog

I diari personali non sono i giornali. Basterebbe saperlo.

Cominciamo con un assunto che speriamo tutti condividano: lunga vita ai blog.
Ciò vale per lo stesso motivo per il quale non ci piace la Birmania attuale e siamo solidali coi monaci buddisti e tutti coloro che a Rangoon stanno dimostrando a favore della civiltà del diritto.

Ma torniamo, a scoppio ritardato, sul tema Grillo-Vday-antipolitica-blog come strumento di democrazia partecipativa.

L’ultima voce, in particolare, è stata presa di mira con un impeto da ancien regime da quanti pare vogliano dare l’idea di farvi parte.
 
La cosa più intelligente in merito ci pare l’abbia scritta Christian Rocca: accusare i blog per via di Grillo è come prendersela col concetto di autostrada soltanto perché qualcuno trova più comodo imboccarle contromano.

Ossia, costanzianamente, dietro l’angolo c’è l’errore umano, ma non per questo bisogna buttar giù il palazzo.

Il fatto su cui riflettere è che in Italia per molti i blog oggi sono equipollenti i giornali: servono a far circolare non tanto idee, ma soprattutto informazioni.

Una volta la raccolta di queste, proprio perché da pubblicarsi sui giornali, era un’attività onerosa.
Ossia, qualcuno andava pagato perché faceva un lavoro, quello di giornalista. Ora pare ci si allontani da questa pratica, che invece noi continuiamo a ritenere virtuosa.

Pare ora che la virtù stia da un’altra parte: quanto più un’informazione è a costo zero, tanto più è ritenuta credibile e, laddove contenga indicazioni di comportamento, ottemperabile.

Qualcuno ha anche pensato al “regime dei blog” come a un sottoprodotto della legge 30, conforme cioè a una tendenza a precarizzare l’informazione, dedicata a togliere da sotto i piedi all’industria della notizia quel terreno che l’ha tenuta in piedi sinora, per darle un impianto più dinamico, magari divertente, ma ballerino.
E pare che questo piaccia.

Ciò che lascia interdetti è che le stesse persone hanno preso di mira il blog come oggetto di comunicazione personale non si adoperano nemmeno per un minuto a riconoscere concretamente il valore dell’informazione fatta in senso professionale.

Certo, noi sul tema siamo parte interessata, ma non vorremmo che in futuro, di un crollo del palazzo dell’informazione ci si trovasse a pagarne il conto tutti assieme.

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