Il successo della virtualizzazione l’ha deciso la Borsa, anche se ora indietreggia.
Perché proprio adesso tanto clamore attorno alla virtualizzazione, dato che la tecnologia esiste da un pezzo?
C’è chi acutamente, come il Seattle Times, quotidiano attento alle dinamiche tecnologiche, fa notare che è “tutta colpa” del collocamento del titolo Vmware della scorsa estate. Non fosse andato così bene, con un valore che veleggia sugli 80 dollari (dopo aver toccato anche i 125) a dispetto di borse in discesa, forse ora parleremmo sì di virtualizzazione, ma con altri toni.
Invece anche Microsoft, i cui ravvedimenti di successo sono proverbiali, in settimana ha acquistato una società (Calista) produttrice di una tecnologia mica stupida, che consente di trasportare configurazioni di desktop a tutte le latitudini e con connessioni a bassa velocità.
Non solo, a medio termine vedremo all’opera Windows Server 2008 e con esso le famose macchine virtuali. Avremo, insomma, più server al prezzo di uno.
Poi bisognerà saper usarli, anche non essendo linuxisti.
C’è chi scommette sul fatto che si imparerà presto a farlo a livello popolare.
Cioè per apprezzare le virtù della virtualizzazione non ci sarà bisogno di essere esperti di mainframe, anche se questi potranno compiacersi del ritorno di moda di un modello a loro ben conosciuto, quello dei terminali che dipendono da un sistema remoto.
Virtualizzazione è anche questo.
Un ritorno, forse felice, a un passato che per l’informatica di produzione è stato glorioso.
E siamo pronti a scommettere che sul tema gli It manager potranno dire, ascoltati, la loro.





