Idf 2009: se l’ottimismo scaccia la crisi

Incertezze globali e locali richiedono attenzione anche al leader dei chip. Nell’annuncio del passaggio ai 22 micron è lecito celebrare la profetica legge di Moore, ma forse si può trovare qualche collegamento anche con gli utili.

Di tanto in tanto Intel ricorda al mondo che siamo protetti come da un baluardo inespugnabile, la legge di Moore.
“In caso di problemi nel mondo digitale, venite a ripararvi alla quiete della roccaforte e rivalutate la vostra strategia”, sembra suggerire la certezza della profezia. Tale enunciato reciterebbe che il numero di transistor integrati sullo stesso chip raddoppia ogni 18 mesi, una verità rivelata sì da Moore ma attraverso Intel.

Paul Otellini, CEO di una Intel in via di riorganizzazione all’organigramma, guarda il mercato dall’Idf e parla di ottimismo, ripresa e validità della legge di Moore. Orbene la mia impressione è che questa rivelazione venga agitata solo in tempi di crisi, e tale è la riduzione di vendite dei PC e la crescita di piattaforme non-pc con chip a basso margine. E poiché a sventolarla è Intel, è sua la crisi alla quale si reagisce innalzando il vessillo sulla roccaforte, cela va sans dire.

Gli annunci dell’Idf in corso, quindi, riportano in auge la “legge”. E’ un fatto dovuto e naturale mentre si immettono sul mercato chip in geometria 32 micron e si mostrano quelli della prossima generazione a 22 micron, si potrebbe rispondere. Ma guardando indietro si può provare a tessere un’altra trama.

C’è un filo logico che collega la situazione economica internazionale, il mercato dei PC, quello dei chip e la legge di Moore? Ebbene sì, almeno giornalisticamente. Proverò a raccontarlo con osservazioni dal 2002 e anche con un flashback alla fine degli anni ’60. Chi non fosse appassionato di storia può comunque saltare le sezioni interlocutorie e leggere direttamente le conclusioni, esposte nella sezione “2009: That’s fine!”.

2006: Pentium 4 e corollario di Sanders
Il geniale fisico Gordon Moore enunciò la sua legge nel 1965 (prima che Intel nascesse). La formulazione nota è giornalistica e non rende merito alle equazioni e ai grafici originali, che collegavano tra loro integrazione, costo ed energia. L’articolo originale si concludeva scrivendo che “se si procede così velocemente, per il 1975 potremo integrare 64k transistor su un solo chip e al minimo costo”. La validità della legge si è estesa ben più a lungo del pur infinito decennio 1965-1975, ma la forma in cui viene ricordata riguarda solo il numero di transistor su un singolo chip.
In sé questa metrica non ha particolare senso, se non li si usa bene. Converrà ricordare che il Pentium 4 fu un percorso sbagliato: quasi nessuno ricorda i proclami del “P4 a 10 GHz”. Ma proprio Otellini, attuale Ceo, riparò a tutto ricominciando dal PIII che ben conosceva e che -piaccia o no ai comunicatori di Intel- generò l’architettura Core.
Un personaggio importante che certamente ricorda il dietrofront P4-PIII è Jerry Sanders, che entra in questa storia in quanto autore di un esilarante corollario alla legge di Moore: “I benefici della legge di Moore tendono a raggiungere gli utenti più rapidamente in assenza di monopolio”. La dichiarazione fu fatta ben prima della competizione tra P4 ed Athlon, ma mi sembra valido ricordarla qui.

Che ne pensa Mr. P4?
Durante l’IDF 2006 ci furono parecchie sessioni volte a motivare la definizione dell’architettura Core come assolutamente innovativa. Non molti concordarono, e nel mio piccolo anch’io ritenni le spiegazioni particolarmente interessanti, ma restai assolutamente convinto della derivazione diretta del Core dal PIII, il quale a sua volta è un PII con SSE (e si potrebbe andare indietro fino al Pentium Pro).
Svariate di queste osservazioni provenivano da Robert P. Colwell, dove P non stava per “Pentium” per quanto il brillante ma sconosciuto capoprogetto dell’architettura del P4 (e di altri chip prima) si sarebbe meritato questo soprannome. Le osservazioni di Colwell sono riassunte, se questo può essere il termine adatto, nel suo best-seller “The Pentium Chronicles”.
Tra le infinite cose che Colwell mette in quel libro c’è la migliore definizione che io abbia mai trovato della “Legge di Moore”: a self-fulfilling prophecy, una profezia che si auto-alimenta. Colwell osserva che dal punto di vista fisico l’enunciato, ipotizzato valido dal 1965 al 1975, si estese effettivamente fino agli anni ’90 (un risultato incredibile), ma poi l’industria si sia adagiata su quelle indicazioni, accelerando o rallentando l’evoluzione e la produzione per realizzare la “legge”. Ricordo che il lettore più curioso può saltare tranquillamente alle conclusioni di questo lunghissimo articolo, nuovamente ambientate nel 2009.

2002: la fotonica di Moore
Curiosamente anche nell’IDF di San Francisco 2002 la “legge” fu sventolata, annunciando che si era espansa su altri settori della fisica esterni alla microelettronica, in prospettiva la microfluidica ma subito la fotonica: “Grazie ai nuovi usi di questo materiale si può quindi estendere la legge di Moore ad altri settori, inizialmente il wireless e il meccanico”, scrivevo su 01Net all’epoca.
Anche in questo caso ai proclami è seguito ben poco, qualche timido successo atteso di lì a pochi mesi e non a svariati anni.
Insomma a mio modesto avviso da un bel po’ di tempo questa “legge” viene usata come caposaldo per instillare fiducia nella microelettronica, un po’ come il moonshot, l’impronta del piede di Armstrong sulla superficie lunare, fresca di celebrazione quarantennale.

I chip prima dei chip
A proposito, forse non tutti sanno che tra pochi mesi c’è il quarantennale anche del primo microprocessore della storia: non l’Intel 4004 del geniale Faggin, primo microprocessore commerciale della storia, bensì il Cadc di Ray Holt, con il quale la Grunman equipaggiò l’F14A che volò in Vietnam e oltre. Oggi si preferisce chiamare microcontroller sia il Cadc, sia il 4004.
Cito questa storia perché Holt ha un suo commento sulla legge di Moore: “Il 4004 uscì nel 1971 ed alloggiava 2.300 transistor; noi realizzammo il Cadc circa 18 mesi prima”, mi disse Holt. “Quindi facendo il reverse engineering alla legge, “la tecnologia avrebbe dovuto integrare tra 1.000 e 1.500 transistor su un solo chip, mentre il Cadc ne alloggia 3.200”.
Si potrebbe desumere che la legge non fosse valida neanche nel 1970, allora: ma le risorse messe a disposizione per il Cadc erano assolutamente indipendenti da motivazioni di costo -che Moore considerava nei suoi scritti- e non avrebbero avuto possibilità nel mondo commerciale. Inoltre Faggin dovette inventare un nuovo procedimento produttivo, mentre Holt usò il P-Mos. Ma comunque la vogliamo mettere, prima dei chip pensanti commerciali c’erano altri chip pensanti, quelli militari.

2009: That’s fine!
Ma a parte le digressioni storiche, ecco perché a mio avviso il 2009 era un anno in cui ricordare con forza la legge di Moore. Esporre il pedigree -tale è la regola caposaldo della microelettronica da sempre- è pubblicità istituzionale e quindi influisce sulle vendite lorde. E’ ragionevole aspettarsi che venga ricordata negli anni i cui risultati sono più bassi. Ora sarà certamente un caso, ma giornalisticamente è divertente notare che gli anni nei quali si ostenta il baluardo sono quelli nei quali il fatturato s’inabissa , ovvero il 2002 e 2006. Sempre giornalisticamente non è possibile fare previsioni sui risultati del 2009, ma un evento negativo nell’anno fiscale c’è stato (la multa da un miliardo di euro , definita Intel Fine) e altre indagini del tipo sono in corso nel mondo contro Intel. Questo, sempre giornalisticamente, potrebbe comunque giustificare lo sventolamento del vessillo. Senza contare che l’ottimismo per superare la crisi -in questo caso si parla di PC- è una strategia che sembra pagare , almeno in una prima fase.

 


*Autore del libro “From Dust to the Nanoage – Notes on the true History of the Microprocessor” .

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