Il Great Virtualization Reset entra in una fase decisiva: nei prossimi 12-24 mesi oltre due terzi delle imprese prevedono cambiamenti materiali nella strategia di virtualizzazione, ma solo il 5% si dichiara pienamente pronto. È il quadro tracciato da una nuova ricerca di HPE, che collega l’urgenza della trasformazione alla crescita della complessità operativa legata all’intelligenza artificiale, all’incertezza dei costi e alle richieste di performance.
Il mercato, nelle parole del comunicato, è “a un punto di svolta”. La differenza la farà l’esecuzione: molte organizzazioni stanno passando dalla pianificazione a iniziative di trasformazione attiva, ma incontrano freni concreti. Le barriere citate sono vincoli di budget, complessità tecnica, rischio di migrazione e carenza di competenze, elementi che rallentano la capacità di portare a terra il Great VM Reset in tempi compatibili con la pressione competitiva dell’AI.
AI readiness e modello ibrido: il vero driver della trasformazione della virtualizzazione
La ricerca sottolinea un punto che sposta il baricentro del dibattito: il Great Virtualization Reset non nasce principalmente dal costo delle licenze. Solo il 4% delle imprese indica i costi di licensing come singolo principale catalizzatore del cambiamento. La forza che rimodella le strategie è la AI readiness, intesa come capacità di sostenere workload AI in termini di dati, prestazioni e scalabilità all’interno di un modello operativo più flessibile.
In questo scenario, l’obiettivo non è “sostituire un hypervisor con un altro”, ma riprogettare il modo in cui l’infrastruttura viene governata tra public cloud, ambienti virtualizzati, private cloud ed edge. Il comunicato riporta anche la fotografia della distribuzione attuale: provisioning al 78% nel public cloud, 61% in cluster virtualizzati, 48% nel private cloud e 32% all’edge. La direzione indicata è un percorso graduale: più della metà delle imprese (57%) dichiara un approccio per fasi per rendere l’IT più resiliente e pronto all’evoluzione.
Sicurezza, osservabilità e AIOps: i pilastri operativi della virtualizzazione moderna
Se l’AI alza l’asticella, allora la virtualizzazione viene valutata sempre più come disciplina operativa, non come scelta “di piattaforma”. Le imprese, quando definiscono le priorità della strategia futura su virtualizzazione e private cloud, indicano come molto importanti o business critical capacità di backup unificato e cyber-recovery (70%), governance cross-platform (61%) e osservabilità integrata con AIOps (55%). Il messaggio è che la modernizzazione passa da controllo, prevedibilità e capacità di gestione integrata, più che dal singolo componente tecnologico.
Il CTO di Hybrid Cloud in HPE, Brian Gruttadauria, lega esplicitamente l’evoluzione della virtualizzazione alla capacità di rendere praticabile l’ambizione AI: “Stiamo vedendo i leader enterprise rimettere in discussione assunzioni IT consolidate per bilanciare prevedibilità dei costi, prontezza per l’AI e performance. Non è una corsa al ‘rip and replace’, ma uno spostamento deliberato verso un modello operativo più flessibile e semplificato. Quello che i dati chiariscono è che oggi la prontezza per l’AI dipende da quanto bene evolve la virtualizzazione. Il nostro ruolo è aiutare i clienti a modernizzare in modi che colmino il divario tra ambizione AI e realtà operativa.”
Dal “vendor swap” al cambio di modello operativo: cosa significa davvero Great Virtualization Reset
Nel comunicato, la tesi è netta: l’aumento dei costi VM è stato la “forcing function”, non la radice del problema. Ha reso visibili limiti già presenti: complessità ibrida che supera le capacità operative, rischio di lock-in, carenze di skill e un modello di gestione che non scala. In altre parole, se la scelta finale si limita a cambiare hypervisor, il Great Virtualization Reset non è avvenuto.
Le citazioni dei clienti inseriscono questa lettura in una prospettiva di continuità operativa. Il CIO di Danfoss, Sune T. Baastrup, collega il cambio strategico a una base IT più stabile e adatta all’era dell’AI: “Fin dall’inizio, abbiamo visto un cambiamento nella strategia di virtualizzazione come un’occasione per rendere le nostre operazioni a prova di futuro, sia per semplificare le operations cloud sia per l’era dell’AI. Nell’ambito della nostra soluzione HPE Private Cloud Enterprise, beneficiamo del software HPE Morpheus, che ci consente di gestire i nostri ambienti, dai data center ai reparti produttivi, con semplicità, agilità e affidabilità. È il tipo di fondazione IT stabile di cui un’azienda industriale globale ha bisogno.”
Sulla stessa linea, il COO di Thrive, Scott Steele, enfatizza la richiesta di controllo e prevedibilità: “Controllo e prevedibilità nella virtualizzazione oggi contano più che mai. I nostri clienti si affidano a noi per progettare ambienti IT agili, costruiti per il cambiamento. Collaborando con HPE, possiamo offrire virtualizzazione affidabile, ottimizzazione dei costi, oltre a osservabilità, gestione e il giusto modello operativo ibrido per soddisfare le esigenze specifiche di ogni cliente, preparando la loro infrastruttura a ciò che verrà.”
Metodologia della ricerca HPE
I risultati si basano su ricerca primaria condotta tra il 15 dicembre 2025 e il 4 gennaio 2026. Lo studio ha coinvolto quasi 400 decision maker IT globali, inclusi CIO, CTO e senior leader tecnologici che partecipano alla Business Transformers Community, gestita da C-SPACE come partner di ricerca indipendente. I rispondenti sono responsabili o influenzano direttamente decisioni su infrastruttura IT enterprise, strategia cloud e piattaforme di virtualizzazione.






