Fabio Ugolini (TrueScreen): “Quando tutto è contestabile, il problema non è più trovare il falso ma dimostrare il vero”

Quando Fabio Ugolini e Giuseppe Travasoni fondano TrueScreen nel 2022, il tema dell’autenticità delle informazioni digitali interessa soprattutto magistrati, consulenti tecnici e specialisti della sicurezza informatica. Le tecnologie di manipolazione delle immagini esistono già e gli strumenti di digital forensics rappresentano una disciplina consolidata, ma nel dibattito pubblico la questione rimane marginale. Parlare della necessità di certificare fotografie, video, documenti o comunicazioni significa soprattutto anticipare uno scenario che deve ancora manifestarsi.

Oggi quello scenario è diventato realtà. L’esplosione dell’intelligenza artificiale generativa, la diffusione dei deepfake e la disponibilità di strumenti capaci di creare contenuti sintetici sempre più credibili hanno portato al centro dell’attenzione un problema che, secondo Ugolini, viene però affrontato dalla prospettiva sbagliata. Mentre gran parte del dibattito si concentra sulla necessità di riconoscere i contenuti falsi, il cofondatore di TrueScreen sostiene che la vera sfida sia un’altra: “Avevamo intuito che non ci si sarebbe più potuti fidare di quello che vediamo, ma soprattutto che il tema non sarebbe stato cercare ciò che era falso. Il tema è garantire quello che era vero. Perché in un mondo dove tutto può essere falso non c’è più tempo per cercare le cose false: bisogna garantire quelle poche cose che hanno davvero valore”.

Per Ugolini è questo il punto sul quale si giocherà una parte importante del futuro digitale. Se immagini, video, documenti e registrazioni possono essere generati o modificati con una facilità crescente, la questione non è più individuare ogni possibile falsificazione, ma riuscire a dimostrare l’autenticità delle informazioni che producono conseguenze concrete. Una prova utilizzata in un procedimento giudiziario, la documentazione di un sinistro assicurativo, le attività svolte in un cantiere o una comunicazione destinata a generare obblighi e responsabilità richiedono infatti garanzie diverse rispetto a quelle necessarie per la normale circolazione dei contenuti online.

Non tutte le informazioni hanno bisogno di essere certificate. Quelle che generano diritti, obblighi, responsabilità, contenziosi o trasferimenti di valore dovranno però poter essere ricondotte a una filiera verificabile e documentata. È da questa esigenza che nasce TrueScreen.

Dalla giurisprudenza all’informatica mobile

La storia dell’azienda nasce dall’incontro tra competenze diverse e complementari. Ugolini arriva dal mondo del diritto. È laureato in giurisprudenza con specializzazione in informatica giuridica e dedica la propria tesi alle intercettazioni telematiche e alle prove digitali, un ambito che all’epoca interessa quasi esclusivamente magistrati, investigatori e specialisti forensi. Travasoni, oggi CTO dell’azienda, proviene invece dal mondo dell’ingegneria informatica ed è specializzato nelle architetture mobile.

La mia tesi di laurea era sulle intercettazioni telematiche e sulle prove digitali”, racconta Ugolini. “Poi ho cambiato completamente percorso professionale, ma mi era rimasto una sorta di seme di quella che era la metodologia forense della catena di custodia del valore probatorio di un file digitale”.

Quel tema continua ad accompagnarlo anche negli anni successivi, quando la sua attività professionale si sposta verso il product management, il marketing e la consulenza. Rimane però aperta una domanda: come garantire che un’informazione digitale possa mantenere nel tempo il proprio valore probatorio e resistere a eventuali contestazioni?

La risposta viene individuata in uno dei principi fondamentali della digital forensics: la catena di custodia del valore probatorio. In ambito investigativo non è sufficiente acquisire una prova; occorre poter dimostrare come è stata raccolta, conservata, protetta e resa immodificabile nel tempo. La credibilità dell’informazione non dipende soltanto dal suo contenuto, ma dalla possibilità di ricostruire l’intero processo che ne ha accompagnato l’acquisizione.

La metodologia utilizzata dagli investigatori durante la raccolta delle prove segue esattamente questa logica. Ciò che attribuisce valore a un’evidenza non è l’autorità di chi la raccoglie, ma la capacità di documentare ogni passaggio della filiera, dimostrando come l’informazione sia stata acquisita, preservata e protetta da possibili alterazioni. Lo stesso principio viene applicato da TrueScreen al mondo digitale, con l’obiettivo di impedire che persone o software possano interferire con il dato durante le fasi più delicate del processo di acquisizione.

L’approccio si basa sulla norma internazionale ISO/IEC 27037, che definisce le metodologie per l’identificazione, la raccolta e la preservazione delle evidenze digitali. L’obiettivo, spiega Ugolini, è costruire un processo deterministico e non probabilistico. In un contenzioso non basta sostenere che un’informazione sia probabilmente autentica: occorre poter dimostrare che il processo seguito per acquisirla e conservarla è stato corretto e verificabile.

Partita inizialmente dalla certificazione degli screenshot, la piattaforma si è progressivamente estesa a fotografie, video, documenti, registrazioni audio e comunicazioni digitali, trovando applicazione in contesti che gli stessi fondatori non avevano previsto all’inizio del progetto.

Quando tutto è manipolabile, tutto diventa contestabile

Per molti anni i problemi legati all’autenticità delle prove digitali sono rimasti confinati agli ambienti della digital forensics. Magistrati, consulenti tecnici e forze dell’ordine sapevano bene quanto fosse importante preservare la genuinità delle informazioni raccolte durante un’indagine, ma per aziende e cittadini il problema appariva lontano. La diffusione dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato radicalmente il quadro, portando temi che fino a pochi anni fa riguardavano quasi esclusivamente gli specialisti al centro della vita quotidiana.

Secondo Ugolini, la conseguenza più significativa non è la proliferazione dei contenuti falsi in sé, ma il fatto che qualsiasi contenuto digitale possa ormai essere messo in discussione. Se “tutto è manipolabile, allora tutto è contestabile”, il problema non riguarda soltanto la capacità di creare immagini, video o documenti artefatti, ma la crescente difficoltà di attribuire valore a quelli autentici.

È proprio questo, a suo giudizio, il cambiamento più profondo introdotto dall’intelligenza artificiale. Per anni il problema principale è stato impedire la falsificazione delle informazioni. Oggi diventa altrettanto importante riuscire a dimostrarne l’autenticità. Non basta più esibire una fotografia, una registrazione o uno screenshot: occorre poter spiegare come sono stati acquisiti, conservati e protetti da possibili alterazioni.

L’esigenza emerge con crescente evidenza anche sul piano giuridico. Negli ultimi anni la Corte di Cassazione si è pronunciata più volte sul valore probatorio di screenshot, messaggi e comunicazioni digitali, confermandone l’utilizzabilità nei procedimenti giudiziari ma richiamando al tempo stesso l’attenzione sulla necessità di poterne dimostrare provenienza e integrità.

L’ordinanza 1254/2025 della Seconda Sezione Civile della Corte di Cassazione ha confermato che SMS e messaggi WhatsApp possono essere prodotti in giudizio mediante screenshot e costituiscono prove documentali ai sensi dell’articolo 2712 del Codice civile, precisando però che la loro efficacia probatoria può essere contestata attraverso un disconoscimento specifico e circostanziato della conformità all’originale. Sul versante penale, la sentenza 34212 del 2024 ha confermato la piena utilizzabilità degli screenshot come documenti processuali, lasciando al giudice la valutazione della loro attendibilità nel quadro complessivo delle prove.

Ugolini richiama anche gli obiettivi della riforma Cartabia, osservando come la riduzione dei tempi della giustizia dipenda anche dalla capacità di ridurre le contestazioni sulle prove. Se una fotografia, un video o un documento possono essere messi sistematicamente in discussione, aumentano verifiche, consulenze e perizie.

Il punto, a suo giudizio, non è soltanto stabilire se una prova sia utilizzabile, ma poter dimostrare come è stata acquisita. Se un avvocato sostiene che una fotografia potrebbe essere stata alterata, il giudice potrebbe trovarsi nella necessità di disporre ulteriori accertamenti tecnici. Quando questo accade con frequenza crescente, aumentano inevitabilmente tempi e costi del contenzioso.

Da qui nasce anche quello che nel dibattito internazionale viene definito liar’s dividend, il cosiddetto dividendo del bugiardo. La disponibilità di strumenti sempre più efficaci per generare o manipolare contenuti digitali offre infatti una giustificazione preventiva a chiunque abbia interesse a negare la realtà dei fatti. Anche di fronte a una prova autentica diventa possibile sostenere che sia stata alterata artificialmente, spostando il confronto dal contenuto dell’informazione alla sua presunta manipolazione.

Come osserva Ugolini, oggi può bastare insinuare il dubbio per compromettere la credibilità di un contenuto, anche in assenza di elementi concreti che ne dimostrino la falsità.

Per questo motivo cita anche l’episodio della Polizia di Stato che ha utilizzato un’immagine generata dall’intelligenza artificiale per accompagnare una comunicazione pubblica. Per Ugolini quell’episodio segna un passaggio importante: anche le istituzioni hanno iniziato a utilizzare contenuti generati artificialmente. Il problema emerge quando una fotografia, un video o un documento smettono di essere semplici contenuti e diventano la base per una decisione. Può accadere a una compagnia assicurativa che deve liquidare un sinistro, a una pubblica amministrazione che deve autorizzare un contributo, a un’impresa che deve certificare un’attività svolta o a un giudice chiamato a valutare una prova. È in questi casi che l’origine e l’integrità dell’informazione diventano determinanti.

Dalle chat WhatsApp al browser forense

Nel corso degli anni la piattaforma si è evoluta ben oltre l’idea iniziale della certificazione degli screenshot. Partita dalla necessità di garantire l’autenticità di una singola evidenza digitale, TrueScreen ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione a fotografie, video, documenti, registrazioni audio e comunicazioni digitali, seguendo una logica che punta a documentare non soltanto il contenuto di un’informazione, ma l’intero contesto nel quale essa viene generata, visualizzata o utilizzata.

Uno degli ambiti nei quali questa evoluzione appare più evidente è quello delle piattaforme di messaggistica. Negli ultimi anni WhatsApp e applicazioni analoghe sono diventate uno strumento essenziale per le comunicazioni personali e professionali e, sempre più spesso, rappresentano anche una fonte di evidenze utilizzate in contenziosi civili, procedimenti disciplinari, attività investigative e controversie aziendali.

Secondo Ugolini, il limite principale degli screenshot tradizionali è quello di fotografare un singolo istante senza consentire di ricostruire il contesto nel quale una conversazione si sviluppa. Uno screenshot mostra ciò che compare sullo schermo in un determinato momento, ma non consente di verificare con certezza ciò che è accaduto prima o dopo, né permette di documentare in modo strutturato l’interazione che ha portato a quel contenuto.

Per superare questo limite, TrueScreen ha sviluppato un sistema che documenta il flusso della comunicazione nel momento stesso in cui viene visualizzata dall’utente, registrando la sequenza delle interazioni anziché limitarsi a catturare una singola immagine statica dello schermo. L’obiettivo è preservare non soltanto il contenuto del messaggio, ma il contesto nel quale esso viene consultato.x

La distinzione è particolarmente rilevante nei casi in cui messaggi, allegati o intere conversazioni vengano successivamente modificati, eliminati o resi non più accessibili. In queste situazioni la possibilità di documentare l’attività mentre si svolge consente di preservare informazioni che potrebbero non essere recuperabili nemmeno attraverso successive acquisizioni forensi del dispositivo.

Ugolini sottolinea come questo approccio renda possibile applicare criteri tipici della digital forensics a strumenti utilizzati quotidianamente da milioni di persone, consentendo di certificare conversazioni e contenuti senza la necessità di ricorrere ogni volta all’intervento diretto di un consulente tecnico specializzato.

La stessa logica è stata successivamente estesa all’ambiente desktop attraverso lo sviluppo di un browser forense disponibile per Windows e macOS.

In questo caso l’obiettivo non consiste semplicemente nel registrare ciò che compare sullo schermo durante una sessione di navigazione. Il sistema acquisisce infatti una quantità molto più ampia di informazioni tecniche, raccogliendo elementi relativi alle connessioni tra client e server, al traffico di rete e alle interazioni che avvengono durante la sessione stessa.

L’idea è quella di superare il concetto tradizionale di screenshot o registrazione video, costruendo una documentazione tecnica capace di descrivere non soltanto ciò che l’utente vede, ma anche ciò che accade a livello infrastrutturale durante l’interazione con un servizio online. In questo modo diventa possibile ricostruire con maggiore precisione il contesto nel quale un’informazione è stata consultata, prodotta o trasmessa.

Anche in questo caso il principio rimane lo stesso che guida l’intera architettura della piattaforma: ridurre gli spazi di contestazione attraverso la documentazione del processo. Non si tratta semplicemente di conservare un contenuto digitale, ma di raccogliere gli elementi necessari per dimostrare come quel contenuto è stato visualizzato, acquisito o generato e in quali condizioni operative ciò è avvenuto.

Quando l’autenticità diventa un’esigenza di business

Se all’origine il progetto nasce guardando soprattutto al mondo delle prove digitali e della digital forensics, nel tempo sono stati gli stessi clienti a mostrare quanto il problema dell’autenticità delle informazioni si estenda ben oltre l’ambito giudiziario. Molte organizzazioni si trovano infatti a prendere decisioni sulla base di fotografie, video, documenti e comunicazioni digitali che producono conseguenze economiche immediate, senza che esista sempre la possibilità di verificarne successivamente l’origine o l’integrità.

Uno degli esempi più evidenti è rappresentato dal settore assicurativo. La gestione di un sinistro dipende spesso dalla documentazione fornita dall’assicurato: fotografie dei danni, video, dichiarazioni e altri elementi che vengono utilizzati per valutare l’entità dell’evento e determinare eventuali risarcimenti. In un contesto nel quale gli strumenti di manipolazione diventano sempre più accessibili, cresce inevitabilmente anche la difficoltà di distinguere una documentazione genuina da una alterata.

Ugolini richiama a questo proposito una ricerca condotta nel Regno Unito secondo la quale il 34% degli assicurati dichiara di essere disposto a modificare informazioni per ottenere vantaggi economici indebiti. Al di là della percentuale, ciò che considera significativo è la crescente facilità con cui diventa possibile alterare contenuti digitali senza lasciare tracce immediatamente evidenti.

Per le compagnie assicurative il problema non riguarda soltanto il rischio di frode. Ogni verifica aggiuntiva comporta costi, tempi e attività di accertamento. Più aumenta l’incertezza sull’affidabilità delle informazioni raccolte, maggiore diventa l’investimento necessario per validarle.

Lo stesso fenomeno emerge in numerosi altri ambiti. Cantieri, attività ispettive, sopralluoghi tecnici, manutenzioni, verifiche sul campo e processi amministrativi producono quotidianamente grandi quantità di documentazione fotografica e video destinata a certificare attività svolte, stati di avanzamento, conformità o situazioni di fatto. In tutti questi casi una fotografia non rappresenta semplicemente un’immagine, ma un elemento sul quale possono basarsi pagamenti, autorizzazioni, contestazioni o responsabilità contrattuali.

È proprio questa trasformazione a rendere il tema sempre più rilevante: se fino a pochi anni fa il problema dell’autenticità delle informazioni riguardava prevalentemente magistrati, investigatori e specialisti forensi, oggi coinvolge chiunque debba prendere decisioni sulla base di evidenze digitali che producono effetti economici, amministrativi o giuridici.

Dall’Emilia-Romagna all’Ucraina

Tra gli esempi citati da Ugolini ve ne sono due molto diversi tra loro, ma accomunati dalla stessa esigenza: poter attribuire valore a informazioni digitali destinate a produrre conseguenze concrete.

Il primo riguarda l’alluvione che ha colpito l’Emilia-Romagna nel 2023. In quel contesto la tecnologia di TrueScreen è stata utilizzata per supportare la raccolta della documentazione necessaria alla gestione delle richieste di ristoro e alla valutazione dei danni subiti da cittadini e imprese. In situazioni caratterizzate da migliaia di richieste e tempi ridotti, la possibilità di associare alle fotografie elementi di attestazione e tracciabilità può contribuire a semplificare le verifiche e a ridurre le contestazioni successive.

Completamente diverso è il caso dell’Ucraina, dove il problema non riguarda contributi o procedure amministrative, ma il ruolo che immagini, video e testimonianze assumono all’interno di un conflitto nel quale l’informazione è parte integrante dello scontro. Secondo Ugolini, la tecnologia dell’azienda è stata utilizzata da soggetti impegnati a contrastare attività di propaganda che miravano a negare eventi realmente accaduti o a mettere in discussione l’autenticità delle prove raccolte sul campo.

È una situazione che porta alle estreme conseguenze il fenomeno del liar’s dividend. Anche di fronte a fotografie e video autentici, la semplice possibilità che un contenuto possa essere stato generato o manipolato artificialmente diventa un argomento utilizzato per metterne in discussione la credibilità. In questi casi non basta più mostrare una prova: occorre poter dimostrare come è stata acquisita, da chi, quando e in quali condizioni.

Nei due casi cambiano il contesto e le finalità, ma non il problema di fondo. Che si tratti di documentare i danni di un’alluvione o di contrastare campagne di disinformazione in un teatro di guerra, il valore dell’informazione non dipende più soltanto dal contenuto di una fotografia o di un video, ma dalla possibilità di documentarne provenienza, integrità e contesto di acquisizione.

Dall’autenticità delle informazioni a una nuova infrastruttura della fiducia

Secondo Ugolini, l’intelligenza artificiale generativa non sta semplicemente introducendo nuovi strumenti per creare contenuti. Sta mettendo in evidenza una debolezza che accompagna Internet fin dalle sue origini: l’assenza di meccanismi universalmente condivisi per attestare provenienza, integrità e responsabilità delle informazioni.

Il parallelo è quello con l’evoluzione del Web. HTTP nasce in un ambiente caratterizzato da elevati livelli di fiducia tra gli attori coinvolti; con la crescita della rete e l’aumento dei rischi è stato necessario introdurre ulteriori garanzie di sicurezza, come quelle offerte da HTTPS. Molti dei protocolli che utilizziamo quotidianamente sono stati progettati in una fase storica caratterizzata da presupposti di fiducia molto diversi da quelli attuali. L’identificazione degli interlocutori, la verifica della provenienza dei contenuti o la dimostrazione dell’autenticità di un’informazione non rappresentavano priorità particolari in una rete frequentata prevalentemente da università, centri di ricerca e comunità relativamente ristrette. Oggi l’intelligenza artificiale sta producendo una trasformazione analoga: infrastrutture concepite per un ecosistema basato in larga misura sulla fiducia devono confrontarsi con un contesto nel quale immagini, video, documenti e comunicazioni possono essere generati o modificati artificialmente con crescente facilità. Per questo motivo diventa necessario introdurre nuovi livelli di garanzia capaci di rendere verificabile l’origine dei contenuti e il modo in cui sono stati prodotti e conservati.

Le stesse infrastrutture digitali sono oggi chiamate a sostenere relazioni economiche, attività professionali, processi amministrativi e decisioni che coinvolgono persone, imprese e istituzioni. In un contesto nel quale è possibile generare immagini, video, documenti e comunicazioni sintetiche sempre più convincenti, diventa sempre più importante poter stabilire da dove provengano le informazioni e se possano essere considerate affidabili.

Il tema non può essere affrontato esclusivamente sul piano tecnologico. La costruzione della fiducia digitale richiede l’integrazione di strumenti tecnici, regole, standard e modelli organizzativi capaci di evolvere insieme alle tecnologie.

L’evoluzione degli agenti AI rende il problema ancora più evidente. Se una quota crescente delle attività economiche e organizzative verrà svolta da sistemi in grado di prendere decisioni sempre più autonome, diventerà essenziale poter ricostruire chi ha preso una decisione, sulla base di quali informazioni e con quali responsabilità.

Per quanto sofisticati possano diventare gli algoritmi, la responsabilità finale continuerà a rimanere in capo agli esseri umani. Lo sintetizza con una battuta: “In prigione un pezzo di silicio non ce lo possiamo mandare”. Dietro l’ironia si nasconde però una questione concreta: qualsiasi evoluzione tecnologica dovrà continuare a consentire l’attribuzione chiara di decisioni, azioni e conseguenze.

Richiamando alcune riflessioni del filosofo Luciano Floridi, Ugolini immagina una generazione destinata a sviluppare un rapporto molto diverso con l’informazione digitale. Un bambino che nasce oggi potrebbe crescere in un ambiente nel quale fotografie, video e contenuti online non saranno più percepiti come rappresentazioni necessariamente fedeli della realtà. La conseguenza non sarà tanto credere al falso, quanto sospendere il giudizio, espressione che utilizza per descrivere un atteggiamento nel quale la domanda non sarà più se un contenuto sia vero o falso, ma se esistano elementi sufficienti per verificarlo. Di fronte a un’immagine o a un video, la reazione spontanea potrebbe quindi non essere quella di attribuire credibilità a ciò che si vede, ma di considerarlo semplicemente un’informazione in attesa di conferma.

In uno scenario di questo tipo aumenta il valore delle evidenze verificabili nei contesti in cui sono in gioco diritti, responsabilità, rapporti giuridici e trasferimenti di valore. Se un’impresa deve dimostrare di avere eseguito un’attività, se una compagnia assicurativa deve accertare un danno, se una pubblica amministrazione deve verificare una richiesta di contributo o se un cittadino deve far valere una prova in giudizio, la possibilità di documentare origine, integrità e modalità di acquisizione delle informazioni continuerà a rappresentare un requisito fondamentale.

È qui che, secondo Ugolini, emerge il cambiamento più profondo. “Se è vero che tutto quanto è manipolabile, allora tutto quanto è contestabile”. In un mondo nel quale ogni immagine, documento o registrazione possono essere messi in discussione, il problema non è più individuare il falso, ma riuscire a dimostrare il vero. Per questo, conclude, “non c’è più tempo per cercare le cose false. Devi garantire quelle poche cose che hanno necessità di essere garantite perché hanno un valore diverso dalle altre”.

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