È il ritorno della qualità alla radio che fa il podcast.
Uno sente la radio, la sera, più che altro per disperazione. Perché le
alternative di intrattenimento, diciamocelo, nel picco più alto della
multimedialità, sono al minimo storico, roba che neanche nei dintorni dell’anno
Mille se la passavano così.
Uno ascolta la radio, epperò si tira su,
perché qualcosa di qualità riesce a racimolare.
Per esempio Dispenser,
programma che si autodefinisce, per onorare il nome, “distributore
automatico di stimoli quotidiani”.
E di stimoli, effettivamente, ne da.
Spesso tratta anche di digitale, tecnologia e di media, cose che ci
interessano e non ci annoiano, se descritte bene.
Lo conduce Matteo
Bordone, un bravo lumbard che ha anche un blog (freddynietzsche)
innovativo: è rubricato e accoglie i contributi periodici di gente sparsa per il
mondo (Israele, Giappone, Usa), sempre con lo scopo di ampliare le vedute.
Uno ascolta Dispenser e pensa “va che bravi quelli della radio di
Stato che riescono a tornare ai fasti dell’Altogradimento, di Costanzo del
Pomeriggio con voi e con Dina Luce, di Roma3131, di Amurri e Verde, dell’Aria
che tira di Domina e Starace con Giustino Durano, dei Tre moschettieri di Paolo
e Lucia Poli” ed è anche contento di pagare il canone, se ci mette anche
Caterpillar, 610 e Fiorello (ma sì, dai: zero snobismi e viva Fiorello, la
pensiamo come Microsoft).
Ma poi scopre che non è farina del sacco
di via Asiago, ma che l’idea è di Giorgio Bozzo e lo produce la milanese P-Nuts,
che, evidentemente, alla radio lo rivende.
E un po’ gli si allargano le
braccia.
Perché ne parliamo qui e adesso?
E chi lo sa: abbiamo bisogno
di stimoli per parlar d’altro e ieri sera non siamo riusciti ad ascoltare
Dispenser.
Quasi quasi facciamo un podcast.





