Ciao migliore

Meglio essere un campione o fare le cose meglio?

La scorsa settimana si è tenuta l’ultima edizione di Smau. Ultima in ordine di tempo e, forse, ultima anche per come l’abbiamo conosciuta sino adesso.

Le dovute anticipazioni sull’edizione del prossimo anno lasciano pensare che si trasformerà in qualcosa più vicina alla manifestazione di imprenditorialità che non di commercialità tout court, come è stata negli anni d’oro. Trasformazione giusta. Proprio parlando con chi è c’è stato quest’anno portando con se anche la patente di imprenditore, ci siamo accorti di una condizione comune.

Quella pattuglia di imprenditori veri che abbiamo incontrato, amministratori con il portafoglio, cioè investitori oltre che uomini di gestione (in una parola: imprenditori di razza) ha cantato per noi la stessa canzone, dal titolo, fare le cose meglio.

Non è più necessario cercare di essere i migliori. L’immagine va lasciata al marketing e alle sue ubbie, per quanto fondate possano essere. Se si vuole crescere e prosperare, in senso sistematico, ossia essendo inseriti nel contesto del paese, è necessario puntare a fare le cose meglio, lasciando perdere i titoli. Fare impresa, nell’It come anche negli altri comparti, non significa vincere la coppa dei campioni: vuol dire fare bene cose utili, con lealtà e rispetto, del cliente, dei lavoratori, di se stessi.

Alcuni imprenditori ci hanno detto che si può ancora fare in Italia e lo stanno facendo. Tutti quelli che colgono la differenza fra le due attitudini sono sulla buona strada, che non è quella dell’”importante è partecipare”, ma del partecipare di più, scegliendo di non essere avidi.

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