L’economia reale non faccia politica, ma faccia.
Nei periodi di congiuntura sfavorevole mio nonno era solito rispondere ironicamente a chi gli chiedeva un commento sulla sua situazione, “di quello che abbiamo non ci manca niente”.
Era un modo, alla lombarda, per esorcizzare il problema, scansare ulteriori domande, allontanare quel velo pietistico che altri erano pronti a stendere, e anche per dire che le difficoltà c’erano per tutti e che ognuno doveva fare la sua parte con dignità.
Un po’ come adesso. Una rivisitazione del vecchio commento, che suona come un’antifrasi, la si ritrova nelle parole dette da Craig Barrett, il ceo di Intel, all’inaugurazione del Cebit, il cui senso è: “di quello che non abbiamo ci vorrebbe tutto”.
Barrett ha esortato il mondo It e i governi a investire, dicendo che l’innovazione e la tecnologia sono la spina dorsale dell’economia e che ci vuole una visione a lungo termine.
Niente di nuovo, ma giusto.
Poi ha indicato le tre leve per la competitività: investire nella formazione per far crescere persone brillanti, investire in ricerca e sviluppo per produrre idee eccezionali, creare ambienti idonei in cui le persone le possano sviluppare. Parole belle, ma forse un po’ troppo distanti dalla realtà attuale, dato che di queste cose non c’è proprio traccia: i governi tagliano la ricerca, le aziende le risorse e i luoghi di lavoro stanno diventando tutto fuorché sereni pensatoi.
Come programma a dieci anni va bene, ma nel frattempo che ci mangiamo?
Dal basso, dal mondo delle aziende, anche quelle la cui autorevolezza le spinge a pensieri alti, servirebbero più indicazioni tattiche, valide per obiettivi di breve-medio periodo.
Altrimenti la visione non è nemmeno strategica, diventa solo politica. E di questa materia ne abbiamo già troppi che se ne occupano. Se tutti fanno politica, chi fa?





