Davvero non basta crescere del 50%?
Americani e italiani sono uniti sotto la stessa cappa stagnante, che stavolta comprende anche le elezioni: pare che quando ci si approssima all’appuntamento politico tutto si cristallizzi, economia compresa.
Ma noi siamo fortunati, dai: qui si vota prima.
C’è chi (Financial Times) vede nel “flirt recessivo” (detto proprio così) dell’economia statunitense il motivo della pessima performance del titolo Google, che dal picco novembrino di 747 dollari è caduto ai 464 di ieri l’altro.
Quasi il 40% in meno è decisamente troppo.
Ma cosa è successo di particolare da novembre in qua?
Nulla se non le litanie ossessive sulla recessione.
Anche la stessa manovra di Microsoft verso Yahoo, che per ora rimane sulla carta, deve ancora chiarire se è davvero “di disturbo” o se piuttosto tende a creare un mercato duopolista dove, si sa, la coppia prospera.
È successo anche che Google ha chiuso il quarto trimestre e gli analisti finanziari si sono indispettiti, perché si attendevano un aumento dei ricavi del 54%, invece è stato “solo” del 52%.
Apriti cielo, tutti a tagliare il price target. Significa che Google è abbandonata da quella borsa che prima l’ha sedotta?
Speriamo di no.
Ma sarebbe interessante vedere una presa di posizione, una ribellione a questa illogica che tratta tutto e tutti da agrumi, da parte di questa società che rappresenta ancora il nuovo, se vogliamo anche la “rivoluzione”.
Si dice che i giornalisti dovrebbero stare più con il mondo e con la gente anziché nel chiuso delle redazioni. Giusto. Pure gli analisti finanziari farebbero bene ad andare per le strade ed accorgersi di quello che li circonda invece che stare nelle stanze a lamentarsi di un centesimo in meno e a farlo pagare agli altri.
O anche no: correrebbero il rischio di essere riconosciuti.





