L’intelligenza artificiale viene spesso presentata come una delle tecnologie che possono contribuire ad affrontare alcune delle sfide più complesse del nostro tempo. Dall’ottimizzazione delle reti elettriche alla gestione delle risorse idriche, dalla riduzione degli sprechi logistici al monitoraggio ambientale, gli algoritmi promettono di migliorare l’efficienza di sistemi che consumano enormi quantità di energia, materie prime e risorse naturali.
La diffusione dell’AI generativa sta però producendo un apparente paradosso. Per addestrare ed eseguire modelli sempre più sofisticati servono data center più grandi, infrastrutture più potenti, una crescente disponibilità di energia elettrica e capacità di raffreddamento adeguate a sostenere carichi computazionali senza precedenti. La stessa tecnologia che promette di aiutare a gestire le risorse del pianeta richiede infatti una quantità crescente di risorse per funzionare.
È una delle questioni affrontate da AWS nel corso di un incontro con la stampa organizzato presso il parco agrivoltaico sviluppato tra Gibellina e Camporeale, in Sicilia, uno dei progetti dai quali Amazon approvvigiona parte dell’energia carbon-free utilizzata per sostenere il proprio percorso di decarbonizzazione. Il sito rappresenta uno degli investimenti più significativi realizzati dall’azienda nel Paese nell’ambito della strategia energetica collegata agli obiettivi del Climate Pledge.
Per Giulia Gasparini, Country Manager AWS Italia, il dibattito rischia spesso di concentrarsi esclusivamente sulle risorse consumate dall’intelligenza artificiale, trascurando l’efficienza che la stessa tecnologia può generare quando viene applicata a problemi concreti.

“La vera domanda non è se possiamo permetterci cloud e intelligenza artificiale”, afferma Gasparini. “La domanda è se possiamo permetterci di non utilizzare queste tecnologie per affrontare le sfide che il cambiamento climatico ci pone davanti”.
Per AWS l’impatto dell’intelligenza artificiale non può essere valutato limitandosi a misurare l’energia consumata dai data center o l’acqua utilizzata per il loro raffreddamento. Nel bilancio devono entrare anche i benefici generati in termini di efficienza, riduzione degli sprechi e ottimizzazione delle infrastrutture.
La crescita dell’AI richiede nuove infrastrutture energetiche
La crescita dell’intelligenza artificiale non pone soltanto un problema di consumi energetici. Pone anche un problema infrastrutturale. La domanda di capacità computazionale tende infatti a concentrarsi in un numero limitato di aree dove sorgono i grandi campus cloud e AI. In questi territori la richiesta di elettricità può aumentare molto più rapidamente della capacità delle reti di assorbirla e distribuirla.
Per AWS la sfida non consiste quindi soltanto nel produrre più energia, ma nel renderla disponibile dove serve, quando serve e con fonti a basse emissioni. È in questa prospettiva che l’azienda colloca gli investimenti realizzati negli ultimi anni in progetti energetici, sistemi di accumulo e nuove tecnologie per la generazione elettrica.
Secondo BloombergNEF, società internazionale di analisi dei mercati energetici, Amazon è il principale acquirente aziendale mondiale di energia rinnovabile da fonte eolica e solare dal 2020. Nel 2025 BloombergNEF l’ha inoltre indicata come il principale acquirente aziendale di energia carbon-free e titolare del più ampio portafoglio aziendale di progetti energetici di questo tipo, con oltre 700 iniziative in 28 Paesi e più di 40 GW di capacità complessiva. Il portafoglio comprende quattro accordi per l’energia nucleare, 11 progetti di accumulo tramite batterie, oltre 300 impianti eolici e solari su scala industriale, più di 300 impianti fotovoltaici sui tetti e sei parchi eolici offshore in Europa.
“Abbiamo raggiunto il 100% di questo matching, sette anni prima dell’impegno che ci siamo presi”, afferma Gasparini, riferendosi all’obiettivo di associare i consumi elettrici delle attività Amazon a produzione di energia carbon-free.
Per AWS questo risultato rappresenta un passaggio fondamentale per sostenere la crescita di cloud e intelligenza artificiale senza aumentare proporzionalmente le emissioni associate alle proprie attività.
La scelta di utilizzare il termine carbon-free anziché limitarsi a quello di energia rinnovabile riflette una strategia più ampia. Accanto all’eolico e al fotovoltaico, Amazon considera infatti parte della soluzione anche tecnologie in grado di fornire energia continua e programmabile, come gli Small Modular Reactors, i reattori nucleari modulari di nuova generazione sui quali il gruppo ha annunciato investimenti negli Stati Uniti.
La crescita dell’intelligenza artificiale rende inoltre sempre più importante il ruolo dei sistemi di accumulo. Gli 11 progetti di battery storage presenti nel portafoglio consentono di immagazzinare energia prodotta da fonti rinnovabili e renderla disponibile quando necessario, contribuendo a stabilizzare reti elettriche chiamate a sostenere una domanda sempre più variabile.
Gli investimenti non servono esclusivamente ad alimentare le infrastrutture dell’azienda. La nuova capacità produttiva immessa nelle reti contribuisce anche ad aumentare la disponibilità di energia per imprese, servizi pubblici e comunità locali, favorendo al tempo stesso la modernizzazione delle infrastrutture energetiche.
Anche l’Italia rientra in questa strategia. Amazon ha contribuito allo sviluppo di otto progetti energetici su scala industriale e di impianti fotovoltaici installati sui tetti di 32 siti logistici, per un totale di 40 iniziative nel Paese. La Sicilia concentra una parte rilevante di questi investimenti: sette degli otto progetti su scala industriale si trovano nell’isola e quattro hanno avviato lo sviluppo nel 2025.
Tra le iniziative più recenti figurano i parchi agrivoltaici sviluppati tra Gibellina e Camporeale, che si estendono complessivamente su circa 400 ettari. Gli impianti combinano produzione di energia rinnovabile e attività agricole sullo stesso terreno, con l’obiettivo di preservarne la vocazione produttiva. Complessivamente i 40 progetti sviluppati da Amazon in Italia generano energia carbon-free sufficiente ad alimentare l’equivalente di oltre 425.000 famiglie italiane ogni anno.
Per AWS la prima fonte di sostenibilità è l’efficienza
Produrre energia carbon-free è soltanto una parte dell’equazione. L’altra riguarda la quantità di energia necessaria per eseguire una determinata attività. Per questo AWS insiste sul tema dell’efficienza infrastrutturale.
L’indicatore utilizzato per misurare le prestazioni complessive dei data center è il Power Usage Effectiveness (PUE), che esprime il rapporto tra l’energia totale assorbita da una struttura e quella effettivamente utilizzata dai sistemi informatici.
Nel 2024 i data center Amazon hanno registrato un PUE medio globale di 1,15, un valore che l’azienda considera inferiore sia alla media del cloud pubblico sia a quella dei tradizionali data center aziendali.
AWS evidenzia inoltre che la propria infrastruttura cloud può risultare fino a 4,1 volte più efficiente dal punto di vista energetico rispetto ai tradizionali data center on-premise. Le più recenti generazioni di data center sviluppate dall’azienda forniscono inoltre circa il 12% di capacità computazionale aggiuntiva migliorando contemporaneamente l’efficienza complessiva delle infrastrutture. Secondo AWS, la migrazione verso il cloud consente quindi a molte organizzazioni di ridurre in modo significativo la propria impronta carbonica rispetto alla gestione diretta delle infrastrutture informatiche.
L’efficienza deriva da una combinazione di fattori che comprende progettazione delle infrastrutture, gestione operativa, sistemi di raffreddamento e hardware proprietario. Tra le tecnologie sviluppate internamente da AWS figurano i processori Graviton, progettati per migliorare il rapporto tra prestazioni e consumi energetici. Secondo Gasparini, a parità di prestazioni possono ridurre il consumo energetico fino al 60% rispetto ad altre architetture.
La sostenibilità dell’intelligenza artificiale, nella lettura proposta da AWS, inizia quindi molto prima dell’approvvigionamento energetico: inizia dalla riduzione della quantità di energia necessaria per ogni unità di capacità computazionale.
L’acqua è diventata il tema più controverso dei data center
Se il dibattito energetico accompagna da anni l’evoluzione del cloud, la diffusione dell’AI generativa ha riportato sotto i riflettori anche il consumo idrico dei data center.
Nel 2025 le operazioni globali dei data center Amazon hanno registrato un consumo medio di 0,12 litri d’acqua per kilowattora, contro una media di settore pari a 0,84 litri per kilowattora. AWS sostiene quindi di essere oltre sette volte più efficiente rispetto alla media dell’industria. Dal 2021 l’efficienza idrica è migliorata del 52%.
Il tema assume particolare rilevanza perché il consumo d’acqua viene spesso associato alla crescita dell’intelligenza artificiale. AWS evidenzia tuttavia che l’intero comparto dei data center rappresenta meno dello 0,5% del consumo industriale mondiale di acqua.
La strategia adottata per limitare l’utilizzo delle risorse idriche si basa innanzitutto sul free air cooling. Per circa il 90% del tempo i data center Amazon utilizzano aria esterna per raffreddare i server senza ricorrere all’acqua. L’aria attraversa le sale server assorbendo il calore prodotto dai sistemi di elaborazione e viene successivamente espulsa all’esterno. In molte strutture i sistemi di raffreddamento che utilizzano acqua entrano in funzione per meno del 5% del tempo nell’arco dell’anno.
Quando le temperature esterne diventano troppo elevate per affidarsi esclusivamente all’aria esterna, entra in funzione il raffreddamento evaporativo. L’aria attraversa un materiale assorbente impregnato d’acqua che gli specialisti Amazon descrivono come una «gigantesca spugna altamente tecnologica». L’evaporazione consente di abbassare la temperatura dell’aria di 5-10 gradi Celsius prima dell’ingresso nelle sale server.
Secondo AWS, l’alternativa sarebbe un maggiore utilizzo di refrigeratori meccanici tradizionali che richiedono dal 25% al 35% di energia elettrica in più, proprio nei periodi in cui la rete è sottoposta ai carichi più elevati. L’azienda sostiene quindi che, nelle giornate più calde dell’anno, l’impiego controllato di una quantità limitata d’acqua possa risultare più sostenibile rispetto all’aumento dei consumi energetici necessario per alimentare sistemi di raffreddamento convenzionali.
Negli ultimi anni Amazon ha inoltre aumentato la temperatura operativa supportata dai propri server, riducendo il numero di ore nelle quali è necessario ricorrere al raffreddamento evaporativo. Oggi l’acqua viene utilizzata soltanto quando la temperatura ambiente supera i 29 °C. Secondo l’azienda, questa scelta ha consentito in alcuni siti di ridurre il consumo idrico fino al 50% senza incrementare i tassi di guasto delle apparecchiature.
Water positive entro il 2030: restituire più acqua di quella utilizzata
Ridurre i consumi rappresenta soltanto una parte della strategia. L’obiettivo dichiarato da AWS è diventare water positive entro il 2030, restituendo alle comunità più acqua di quanta ne venga utilizzata direttamente nelle proprie attività. Il percorso è già stato completato per il 75%.
«Quando si pensa ai data center e al consumo dell’acqua, si pensa sempre che queste strutture siano estremamente impattanti», osserva Gasparini. «In realtà bisogna guardare i numeri e confrontarli con altri utilizzi delle risorse idriche».
Nel 2025 l’infrastruttura globale dei data center Amazon ha prelevato complessivamente 9,5 miliardi di litri d’acqua. Negli Stati Uniti l’irrigazione di prati e giardini richiede ogni anno circa 12,5 trilioni di litri, oltre 1.300 volte il volume utilizzato dall’intera rete globale dei data center Amazon. Gasparini osserva inoltre che il consumo annuale dell’infrastruttura AWS equivale a quello dei campi da golf nel mondo nell’arco di circa due giorni.
La componente più importante della strategia riguarda però la capacità di reintegrare le risorse utilizzate. Amazon ha avviato oltre 50 progetti di water replenishment che, una volta pienamente operativi, consentiranno di restituire alle comunità locali 21,9 miliardi di litri d’acqua all’anno, un volume equivalente a circa 8.800 piscine olimpioniche.
L’evoluzione dei consumi mostra inoltre un andamento controintuitivo rispetto alla crescita delle infrastrutture. Tra il 2024 e il 2025 il consumo d’acqua dei siti direttamente posseduti e gestiti da Amazon è diminuito del 2%, nonostante l’aumento del numero di edifici operativi. Nella Virginia settentrionale, uno dei principali hub globali del cloud, Amazon dichiara inoltre di avere ridotto i consumi del 42% in un solo anno, continuando contemporaneamente ad aumentare la capacità di elaborazione disponibile.
Acqua rigenerata, recupero dei materiali e infrastrutture circolari
Una componente crescente della strategia AWS riguarda l’utilizzo di acqua rigenerata proveniente da impianti di trattamento delle acque reflue. L’azienda dispone già di 26 strutture alimentate interamente da acqua recuperata e ha altre 130 strutture in fase di sviluppo o contrattualizzazione. Secondo AWS, si tratta del più ampio programma di utilizzo di acqua rigenerata tra i principali provider cloud.
L’attenzione non si limita però alla gestione delle risorse idriche. AWS considera l’impatto ambientale dei data center lungo l’intero ciclo di vita delle infrastrutture, dalla costruzione all’operatività fino al recupero delle apparecchiature. La realizzazione dei siti richiede infatti grandi quantità di acciaio, cemento, componenti elettroniche e altri materiali ad alta intensità emissiva.
Per questo l’azienda sta introducendo acciaio e cemento a basse emissioni e programmi destinati a prolungare la vita utile delle apparecchiature. Rack, componenti elettronici, sistemi di alimentazione e altri elementi dell’infrastruttura vengono recuperati, rigenerati e riutilizzati quando possibile, riducendo sia la quantità di materiale destinato allo smaltimento sia la necessità di produrre nuove componenti.
Quando l’intelligenza artificiale aiuta a recuperare acqua
In Italia oltre il 40% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione viene disperso lungo il percorso, uno dei livelli più elevati in Europa. Per affrontare il problema, nella provincia di Bergamo il gestore idrico Uniacque ha avviato un progetto con Aganova, azienda spagnola specializzata nell’ispezione interna delle grandi condotte acquedottistiche, combinando sensori acustici, servizi cloud AWS e algoritmi di machine learning.
La tecnologia sviluppata da Aganova utilizza dispositivi di rilevamento acustico introdotti direttamente nelle condotte e trasportati dal flusso dell’acqua per decine di chilometri. Durante il percorso raccolgono informazioni dall’interno delle tubazioni senza interrompere il servizio. I dati vengono trasferiti nel cloud AWS e analizzati mediante algoritmi in grado di individuare anomalie compatibili con perdite, infiltrazioni o difetti strutturali.
L’approccio consente di monitorare lunghi tratti di infrastruttura e localizzare con precisione i punti critici, concentrando gli interventi di manutenzione dove risultano effettivamente necessari. L’iniziativa interessa 64 chilometri di rete idrica e punta a recuperare 200 milioni di litri d’acqua all’anno per i prossimi dieci anni, equivalenti a circa 80 piscine olimpioniche o al fabbisogno annuale di 1.300 famiglie.
Oltre a ridurre tempi e costi delle attività di ricerca delle perdite, il sistema permette di intervenire prima che le dispersioni si aggravino. “Non dobbiamo guardare soltanto a ciò che l’intelligenza artificiale consuma, ma anche a ciò che rende possibile”, osserva Gasparini.
Il progetto bergamasco rappresenta uno degli esempi utilizzati da AWS per sostenere che il bilancio ambientale dell’intelligenza artificiale non possa essere valutato esclusivamente in termini di energia o acqua consumate dai sistemi di elaborazione, ma debba considerare anche i benefici generati quando queste tecnologie vengono applicate a infrastrutture fisiche e servizi essenziali.
Quanto pesano davvero i data center su energia e acqua?
Secondo l’International Energy Agency (IEA), l’organizzazione intergovernativa che monitora i mercati energetici mondiali e fornisce analisi e previsioni ai governi dei Paesi industrializzati, i data center hanno consumato nel 2024 circa 415 TWh di elettricità, pari a circa l’1,5% della domanda elettrica mondiale. Il confronto con gli altri utilizzi dell’energia mostra che, nonostante la forte attenzione ricevuta negli ultimi anni, il loro peso rimane relativamente contenuto nel quadro complessivo dei consumi globali. L’industria assorbe infatti circa il 42% dell’elettricità mondiale, il settore residenziale circa il 27%, gli edifici commerciali e i servizi circa il 21%, mentre trasporti, agricoltura e altri usi rappresentano la quota restante. I data center si collocano quindi ben al di sotto dei grandi comparti economici tradizionali, pur rappresentando una delle componenti a più rapida crescita della domanda elettrica globale.

La crescita prevista è però significativa. L’IEA stima che il consumo elettrico dei data center possa raggiungere 945 TWh entro il 2030, con un incremento di 530 TWh rispetto al 2024. Per avere un termine di paragone, l’aumento previsto da solo equivale a più dell’attuale consumo elettrico annuale dell’intera Germania. Anche in questo scenario, tuttavia, i data center rappresenterebbero circa il 3% della domanda mondiale di elettricità entro la fine del decennio, mentre la quota attribuibile direttamente ai carichi di lavoro legati all’intelligenza artificiale continuerebbe a crescere più rapidamente rispetto a quella delle applicazioni informatiche tradizionali.







