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Assistenti digitali e privacy, un parere legale

Gli smart speaker oggi riescono ad andare oltre le semplice funzionalità di una cassa per ascolto, diventando assistenti digitali.

Permettono di dialogare naturalmente con il servizio web, gli assistenti vocali Alexa e Google Assistant, che traducono il comando impartito (“accendi la luce”), in un codice informatico poi inviato ad altri dispositivi smart presenti in casa (impianto illuminazione, tv, stereo, termostato, etc.) che realizzano l’attività comandata.

Questi dispositivi sono corredati delle cosiddette skills (abilità nel sistema Alexa) o actions (azioni nel sistema Google Assistant) che ampliano i casi d’uso: dalle ricerche sul web all’intrattenimento, dalle informazioni sul traffico o sul meteo alla gestione della propria agenda, dalla lista della spesa al controllo delle lampadine, termostati ed elettrodomestici intelligenti di casa.

Gli assistenti digitali possono entrare in contatto con altri dispositivi, oggetti e servizi, per compiere varie operazioni e imparare nuove abilità, ampliando così le attività che possiamo delegare. È possibile personalizzare il proprio assistente vocale in base alle proprie necessità, con un servizio IFTTT che consente ai dispositivi di comunicare tra loro e creare catene di condizioni, cosiddette applet, formulando così regole personalizzate.

Google Home si associa direttamente ai dispositivi e servizi compatibili per compiere le sue actions. Amazon Alexa invece si basa sulle cosiddette skills da ricercare e attivare tramite una app. Negli USA sono già disponibili più di 40,000 skills.

Punto di forza di Alexa è stato finora la possibilità di utilizzare la funzione Routine, cioè quella di attivare più comandi contemporaneamente: ad esempio accendere le luci, alzare le tapparelle e accendere la presa della macchina del caffè semplicemente dicendo “buongiorno”, invece di dover comandare singolarmente ognuna di queste attività.

La differenza tra Amazon Alexa e Google Assistant sta nei servizi offerti rispetto all’ecosistema domestico, ossia nella possibilità di dialogare efficientemente con altri dispositivi, piattaforme e brand supportati e compatibili dal software.

I software sono programmati non solo per eseguire e registrare le attività che gli sono comandate ma per imparare le abitudini, gusti, azioni in modo da poter prevedere le nostre future esigenze, decisioni, acquisti, scelte.

Tutte le richieste fatte dall’utente al dispositivo vengono registrate fisicamente dall’altoparlante, munito di microfono, e poi dal software che le ha ricevute per la gestione e realizzazione delle attività. Alcuni di questi assistenti conservano memoria delle attività e le utilizzano per ulteriori finalità.

Se l’assistente digitale è sempre acceso

Come verranno utilizzati i dati personali relativi alle proprie abitudini di casa? E cosa effettivamente registra il dispositivo che è sempre acceso?

Secondo l’avvocato Marco Martorana, Data Protection Officer certificato, come riporta una nota del suo Studio, “alcuni smart speaker funzionano solo previa accensione manuale altri invece si attivano direttamente con comando vocale restando di fatto sempre accesi”.

I dati e le abitudini raccolte dagli assistenti digitali – per Martorana – vengono raccolti ed elaborati anche per profilare le abitudini degli utenti, categorizzarli socio-demograficamente a seconda del luogo, degli acquisti, dello stile di vita, delle necessità. Di recente abbiamo letto di uno smart speaker che, per errore, ha condiviso sui social una conversazione privata del proprio utente. O di dispositivi che, senza il consenso dell’utente, condividevano il suo posizionamento”.

Scende in campo il Gdpr

Sono bug del software che espongono gli utenti a violazioni della privacy. Cosa viene fatto con le conversazioni private che avvengono in casa, con le abitudini registrate e catalogate, le posizioni geografiche continuamente monitorate e registrate? Come funziona la conservazione di tutte queste informazioni continuamente trasmesse chissà dove, in quale server e senza sapere chi sia veramente in grado di conoscerle ed ascoltarle?

Secondo Martorana “Lo strumento principale previsto dal Gdpr in questo senso è l’informativa, il documento che prevede esplicitamente che siano indicati al soggetto interessato del trattamento alcuni elementi chiave: chi raccoglie, tratta e decide le finalità di utilizzo dei suoi dati, con quale scopo e modalità, quali siano effettivamente i soggetti che potrebbero conoscere tali dati (diversi dal Titolare del trattamento), quale sia il tempo di conservazione di tali dati prima della loro cancellazione (prevista dal regolamento), quali i sistemi di sicurezza apprestati e i diritti esercitabili (dove e come), fra cui il diritto all’oblio”.

Cinque regole di buon senso

Martorana invita pertanto a seguire alcune regole di base nell’implementazione degli assistenti digitali.

Leggere attentamente la Privacy Policy o informativa sulla Privacy dell’azienda produttrice e cercare di comprendere effettivamente da chi e come saranno trattati i dati personali che saranno raccolti durante l’utilizzo del dispositivo. E tramite la valutazione di questo aspetto comparare i vari prodotti.

Scegliere dispositivi che non siano sempre accesi o che possano essere accesi tramite comando vocale in modo da scongiurare attacchi da remoto.

Proteggere la rete della propria abitazione con misure di sicurezza che riducano al massimo intrusioni informatiche: per esempio attraverso firewall fisici e virtuali in ingresso alla rete domestica, wifi.

Agire in modo consapevole nell’utilizzo di questi dispositivi, informando anche gli altri componenti della famiglia di cosa significa avvalersi di tale nuova tecnologia.

Restare informati, navigando su internet o rivolgendosi anche a associazioni a tutela dei consumatori o professionisti che possano aiutare nell’esercizio dei nuovi diritti in materia di privacy, diritti che prima dell’avvento di queste tecnologie non sono mai stati realmente avvertiti come significativi.

Dario Colombo

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