Il Tribunale dell’Unione Europea ha respinto tutti i ricorsi con cui Apple provava a farsi togliere l’etichetta di “gatekeeper” per App Store e iOS, la qualifica che dal 2023 la obbliga a rispettare le regole del Digital Markets Act (DMA), la legge europea pensata per impedire alle grandi piattaforme digitali di usare il controllo dei propri ecosistemi per escludere la concorrenza. La sentenza arriva in un momento in cui Apple sta effettivamente rinviando o bloccando, uno dopo l’altro, diversi servizi per gli utenti europei, citando proprio gli obblighi imposti da quella stessa legge.
Che cosa aveva deciso la Commissione nel 2023
A settembre 2023 la Commissione europea aveva inserito Apple nella lista delle aziende soggette al DMA, indicando come oggetto della designazione l’App Store, il sistema operativo iOS e il browser Safari. Il regolamento si applica alle grandi aziende digitali che fanno da intermediari indispensabili tra imprese e utenti finali – Google, Amazon, Meta e Microsoft, tra le altre, sono soggette alle stesse regole per i propri servizi – e impone loro obblighi precisi per garantire che altri operatori possano competere ad armi pari.
Nella stessa occasione la Commissione aveva anche classificato iMessage come un servizio di messaggistica soggetto in linea di principio alle stesse regole, aprendo però un’indagine per verificare se dovesse davvero rientrarci. A febbraio 2024 aveva deciso di no: iMessage resta fuori dagli obblighi del DMA, pur mantenendo la stessa etichetta tecnica attribuitagli all’inizio.
Apple aveva impugnato tutti e tre questi passaggi: la designazione su App Store e iOS, l’apertura dell’indagine su iMessage e la sua chiusura.
Perché il Tribunale ha detto no ad Apple su tutta la linea
Il Tribunale ha respinto ogni argomento di Apple. Sui punti principali:
Le regole di interoperabilità restano valide. Apple aveva provato a sostenere che l’obbligo di rendere i propri sistemi compatibili con dispositivi e servizi di altre aziende fosse di per sé illegittimo. I giudici hanno risposto che questo obbligo non è collegato direttamente alla decisione di designazione, quindi non può essere usato per farla annullare.
Tutte le versioni dell’App Store contano come un unico store. Apple sosteneva che iOS App Store, iPadOS App Store, watchOS App Store, macOS App Store e tvOS App Store fossero cinque servizi diversi, e che solo quello per iPhone avrebbe raggiunto le soglie di utenti e fatturato richieste dal DMA. Il Tribunale ha respinto la tesi: al di là del dispositivo, tutti questi store fanno la stessa cosa, cioè mettere in contatto sviluppatori e utenti per distribuire app, e questo basta a considerarli un unico servizio.
Su iMessage, Apple non aveva materia per fare ricorso. Dato che il servizio non è mai stato davvero sottoposto agli obblighi del DMA, la sua classificazione tecnica non cambia nulla in pratica per Apple: per questo il Tribunale ha giudicato che non ci fosse un vero interesse da difendere in tribunale, e ha respinto anche questa parte del ricorso.
Il risultato pratico è semplice: Apple resta obbligata a rispettare le regole del DMA per App Store e iOS, comprese quelle sull’interoperabilità con prodotti e servizi di altre aziende. Può ancora rivolgersi alla Corte di giustizia europea, ma solo su questioni di diritto puro, entro due mesi e dieci giorni dalla notifica della sentenza – un margine stretto che, anche in caso di nuovo ricorso, difficilmente cambierebbe lo scenario a breve termine.
Apple ha commentato la decisione ribadendo la propria posizione sul Digital Markets Act: “Crediamo fermamente che il mandato del DMA vada oltre quanto previsto in termini di legalità e proporzionalità, e che rischi di erodere decenni di tutele per la privacy e la sicurezza che abbiamo costruito, lasciando i nostri utenti esposti a nuovi rischi. Continueremo a impegnarci per l’innovazione e la privacy che i nostri clienti europei meritano”.
Il pezzo mancante: perché questa sentenza non è solo teoria
Questa decisione non nasce nel vuoto. Da mesi Apple annuncia rinvii e blocchi di funzioni per gli utenti europei, spiegando ogni volta che la causa è proprio il DMA. Il caso più recente è quello di Siri AI, la nuova versione dell’assistente basata su Apple Intelligence mostrata alla WWDC 2026: Apple ha fatto sapere che non arriverà su iPhone e iPad in Europa insieme a iOS 27 e iPadOS 27, mentre uscirà regolarmente su Mac e Vision Pro, dispositivi per cui l’azienda non è considerata gatekeeper. Craig Federighi, a capo dell’ingegneria software di Apple, si è detto rammaricato per il fatto che gli utenti europei resteranno senza questa funzione al lancio.
Secondo Apple, i regolatori europei non avrebbero accettato nessuna delle soluzioni proposte per portare Siri AI in Europa senza aprire l’accesso ai dati degli utenti anche ad altri assistenti virtuali. La Commissione la vede diversamente: il DMA non vieta ad Apple di lanciare la propria intelligenza artificiale, ma le impone di farlo senza usare il controllo del sistema operativo per tagliare fuori la concorrenza.
Siri AI è solo l’ultimo di una lista che si allunga da tempo. iPhone Mirroring, la funzione che permette di controllare l’iPhone dallo schermo del Mac, non è mai arrivata in Europa: Apple dice che si basa su tecnologie proprietarie che, se estese a PC Windows o dispositivi Android come richiederebbe il DMA, esporrebbero dati sensibili in modi che l’azienda non sa ancora gestire in sicurezza. La stessa motivazione ha bloccato la Traduzione in tempo reale con AirPods e alcune funzioni di Mappe, come la cronologia dei luoghi visitati. Anche Apple Intelligence, nel suo insieme, era arrivata in Europa con mesi di ritardo rispetto agli Stati Uniti.
Apple attacca, la Commissione non arretra
A settembre 2025 Apple aveva alzato il tiro, inviando alla Commissione un documento in cui chiedeva direttamente di cancellare il DMA, in occasione della prima revisione ufficiale della legge. L’azienda sostiene che le regole peggiorino l’esperienza degli utenti europei, costringendola a rendere disponibili a terzi funzioni ancora prima di poterle rifinire per i propri clienti, e che l’apertura dell’App Store a store alternativi e sistemi di pagamento esterni abbia reso l’esperienza più frammentata ed esposta a truffe.
La Commissione ha respinto la richiesta. Una portavoce ha definito l’idea di un’esenzione dagli obblighi di interoperabilità un’opzione fuori discussione, ribadendo che le grandi piattaforme digitali devono aprire i propri ecosistemi alla concorrenza.
Un contenzioso distinto sulle regole di interoperabilità
Apple sottolinea inoltre che, oltre al ricorso relativo alla designazione come gatekeeper, è in corso un procedimento distinto sulle regole di interoperabilità previste dal DMA: “Oltre al ricorso primario relativo alla designazione, Apple sta impugnando separatamente anche le decisioni sulle specifiche di interoperabilità emesse dalla Commissione Europea ai sensi del DMA nel marzo 2025. I ricorsi di Apple contro tali decisioni sono trattati dalla stessa corte, il Tribunale dell’Unione Europea del Lussemburgo. Questo è un elemento di contesto importante per comprendere la sentenza odierna, che rinvia questioni sostanziali relative all’interoperabilità a quei ricorsi distinti, specificamente dedicati proprio all’interoperabilità”.
A questo si aggiunge, in Italia, un fronte parallelo: a giugno 2026 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha aperto un’indagine su Apple per un possibile problema di interoperabilità legato a iCloud. Secondo la segnalazione all’origine del procedimento, chi usa iPhone o iPad non riuscirebbe a fare backup completi dei propri dispositivi su servizi cloud diversi da iCloud, perché ai concorrenti non sarebbero garantite le stesse funzioni di sincronizzazione e elaborazione in background riservate al servizio di Apple.
Il filo che lega tutto
I due piani – la sentenza sulla designazione e i rinvii dei singoli servizi – restano tecnicamente distinti, ma sono strettamente collegati. Fin qui Apple ha sempre potuto sostenere, come argomento di fondo, che la propria qualifica di gatekeeper fosse essa stessa contestabile. Con questa sentenza quell’argomento non regge più: la designazione resta valida, e con essa restano validi tutti gli obblighi che ne derivano, comprese le regole sull’interoperabilità su cui si giocano sia il caso Siri AI sia l’indagine dell’AGCM su iCloud.
Per gli utenti europei, questo significa in pratica che la lista dei servizi rinviati o assenti rispetto agli Stati Uniti difficilmente si accorcerà nel breve periodo: il braccio di ferro tra Apple e Bruxelles, su questo fronte, continua.






