Le startup sopravvivranno alla crisi solo con il buon senso.
Lo sviluppo tecnologico ha sempre dovuto fare i conti con le ristrettezze economiche. Tranne nell’infausto caso della bolla delle dot com, il cui processo storico alle responsabilità va ancora istruito, chi creava tecnologia ha sempre dovuto fare i conti con tasche più mezze vuote che mezze piene.
Niente di nuovo, allora, sotto il sole.
Ma forse qualcosa in questa crisi c’è.
Chi ricerca e sviluppa ha bisogno di tempo, e qua la risorsa scarsa pare essere diventata proprio questa, non i soldi.
Qualcuno che li ha, speculazione a parte, pare che ci sia.
Fare una startup adesso, se non si intende seguire il canale open source (ma è solo un rimandare la questione a tempi successivi), significa affidarsi a uno dei grandi produttori, che sono molto attenti alle idee degli altri, scarseggiando le proprie. Microsoft, per esempio, con il programma mondiale BizSpark (è fruibile anche in Italia) finanzia lo sviluppo imprenditoriale.
Lo fa alla sua maniera e con i mezzi che il board le mette a disposizione: tre anni di accesso agevolato e a costo irrisorio alle tecnologie, contatti con potenziali finanziatori, premi, concorsi e cose simili.
Il rischio, se vogliamo chiamarlo così, di essere legati a un vendor c’è.
Ma non è detto che sia un male correrlo.
Nei periodi post elettorali è di moda redarre liste di desiderata da indirizzare ai neoeletti.
Al binomio Obama-Biden la comunità tecnologica d’Oltreoceano, se tiene a se stessa, dovrebbe chiedere di non essere troppo assecondata nelle isterie modaiole ma di essere guidata sulla strada della concretezza.
L’hi-tech ha bisogno di tutto fuorché di nuove bolle: deve trovare nuove Xerox che sappiano mantenersi verdi per altri 70 anni.





