La crescita dell’intelligenza artificiale sta trasformando i data center in una questione energetica, ambientale e territoriale oltre che digitale. La Commissione europea ha presentato il Data Centre Energy Efficiency Package, che introduce un sistema comune di classificazione delle strutture e avvia il percorso verso possibili standard minimi obbligatori di prestazione.
L’intervento arriva mentre l’Unione punta contemporaneamente ad aumentare in modo sostanziale la propria capacità di calcolo per cloud e AI: Bruxelles prevede di triplicare la capacità dei data center europei nei prossimi cinque-sette anni. La questione diventa quindi stabilire con quali consumi di energia e acqua e con quale impatto sulle reti possa avvenire questa espansione.
I data center europei verso 114 TWh di consumi nel 2030
Il Report on the energy efficiency of data centres in the EU, pubblicato dalla Commissione insieme al nuovo pacchetto, offre la prima fotografia costruita sui dati raccolti attraverso il sistema europeo di reporting.
Nel 2024 i data center dell’UE hanno consumato circa 68 TWh di elettricità. La previsione per il 2030 sale a 114 TWh, pari al 3,2% dell’intera domanda elettrica dell’Unione. La stessa Commissione precisa che la stima potrebbe essere rivista verso l’alto per effetto della rapida diffusione dell’intelligenza artificiale e degli altri servizi digitali ad alta intensità di calcolo.
La base statistica è però ancora incompleta. Nel primo periodo di rilevazione hanno trasmesso i dati 770 data center, circa il 36% delle strutture che la Commissione stima soggette all’obbligo europeo. Sei Stati membri non hanno comunicato alcun data center e altri cinque ne hanno comunicati meno di tre. I controlli effettuati dalla Commissione hanno inoltre considerato affidabile il 70,1% dei dati trasmessi. Il secondo ciclo di reporting mostra già un aumento significativo delle strutture partecipanti.
Gli obblighi europei di reporting riguardano i data center con una domanda di potenza IT installata di almeno 500 kW. Gli operatori devono comunicare informazioni su consumi energetici e idrici, energia rinnovabile, recupero del calore, capacità ICT e altri indicatori di funzionamento.
PUE e WUE misurano quanta energia e acqua servono oltre al calcolo
Due indicatori sono centrali sia nel report sia nel nuovo sistema europeo di classificazione: Power Usage Effectiveness (PUE) e Water Usage Effectiveness (WUE).
Il PUE mette in rapporto tutta l’energia consumata da un data center con quella assorbita direttamente dagli apparati IT, quindi server, storage e networking. Se una struttura consuma complessivamente 120 MWh per fornirne 100 alle apparecchiature informatiche, il suo PUE è 1,2: i 20 MWh aggiuntivi vengono assorbiti soprattutto da raffreddamento, distribuzione elettrica e sistemi ausiliari.
Il valore teoricamente ideale è 1, perché significherebbe destinare tutta l’energia all’IT. Più il valore cresce, maggiore è la quota assorbita dall’infrastruttura necessaria a mantenere operativo il sistema di calcolo.
Nel 2024 il PUE medio dichiarato nell’UE è stato 1,36, con valori medi nazionali compresi tra 1,15 e 1,66. Le strutture più piccole, tra 500 kW e 1 MW, risultano mediamente meno efficienti dei grandi data center, che spesso sono più recenti e possono beneficiare maggiormente delle economie di scala.
Il WUE applica un principio analogo all’acqua: mette in rapporto il volume d’acqua utilizzato dal data center con l’energia consumata dalle apparecchiature IT ed è espresso in metri cubi per MWh. Un valore più basso indica quindi che viene utilizzata meno acqua a parità di energia assorbita dall’infrastruttura informatica.
La metrica è particolarmente importante perché il consumo idrico dipende fortemente dalla tecnologia di raffreddamento. I sistemi evaporativi possono diminuire l’energia richiesta dal cooling utilizzando però quantità significative di acqua; altre tecnologie possono ridurre fortemente il consumo idrico a fronte di caratteristiche energetiche differenti. Migliorare PUE e WUE contemporaneamente non è quindi sempre automatico.
Il WUE medio rilevato nell’UE è 0,58 m³/MWh, con valori nazionali compresi tra 0,07 e 1,28 m³/MWh.
Un’etichetta europea dalla A alla G
Il nuovo regolamento delegato adottato dalla Commissione sul sistema comune di rating dei data center trasforma i dati raccolti in un sistema comune europeo di rating.
L’etichetta elettronica sarà generata utilizzando le informazioni trasmesse alla banca dati europea e attribuirà ai data center classi dalla A alla G per efficienza energetica e idrica, rendendo più semplice il confronto tra strutture comparabili.
La classificazione considera però un quadro più ampio dei soli PUE e WUE. Comprende anche il rapporto con la rete elettrica, la provenienza dell’energia e il recupero del calore, mentre le condizioni climatiche devono essere considerate per evitare confronti fuorvianti tra strutture che operano in contesti molto diversi.
Il regolamento delegato passa ora al periodo di controllo di Parlamento europeo e Consiglio, che possono sollevare obiezioni ma non modificarne il testo. Le prime etichette sono previste nel 2027.
Solo l’1,8% del calore prodotto viene riutilizzato
Il report europeo considera anche l’Energy Reuse Factor (ERF), che misura la quota di energia recuperata per altri impieghi, e il Renewable Energy Factor (REF), relativo alla quota di energia rinnovabile.
Sul recupero del calore i margini risultano ancora molto ampi. Quasi tutta l’elettricità utilizzata da un data center viene infine convertita in calore, ma soltanto 67 strutture hanno dichiarato di recuperarlo almeno in parte. Complessivamente viene riutilizzato circa l’1,8% del calore generato dai data center analizzati.
Il dato dipende anche dall’ambiente circostante: recuperare calore è utile se nelle vicinanze esistono utenze in grado di impiegarlo e infrastrutture per trasferirlo, per esempio una rete di teleriscaldamento. Localizzazione, clima e stagionalità diventano quindi parte dell’efficienza complessiva dell’impianto.
Più elevata è la quota dichiarata di energia rinnovabile: il REF medio ponderato raggiunge 0,86 e oltre il 70% dei siti dichiara di compensare su base annuale il 100% del proprio consumo elettrico con fonti rinnovabili. La Commissione rileva tuttavia che una parte significativa deriva da Power Purchase Agreement e garanzie d’origine che non corrispondono necessariamente a produzione locale o a nuova capacità aggiuntiva.
Dopo la trasparenza, Bruxelles prepara standard minimi
Il rating costituisce solo una delle tappe. Il 21 settembre la Commissione ha aperto una consultazione pubblica sugli standard minimi di prestazione dei data center, che resterà aperta fino al 14 dicembre 2026.
I contributi serviranno alla preparazione di una proposta legislativa prevista per il secondo trimestre del 2027. La Energy Efficiency Directive consente infatti alla Commissione di proporre ulteriori misure per migliorare le prestazioni dei data center, compresa l’introduzione di requisiti minimi.
La differenza è sostanziale: un rating rende confrontabili le prestazioni, mentre uno standard minimo può stabilire quali livelli debbano essere raggiunti.
Le soglie dovranno tenere conto di dimensione delle strutture, tecnologie di raffreddamento, condizioni climatiche e caratteristiche del territorio. Anche il recupero del calore, per esempio, dipende dalla possibilità concreta di trovare un utilizzatore nelle vicinanze.
Più capacità di calcolo significa più pressione sulla rete
La regolamentazione dell’efficienza procede parallelamente alla politica industriale europea sull’AI. Con il Cloud and AI Development Act Bruxelles vuole aumentare la capacità di calcolo disponibile nell’Unione e distribuirla in modo più equilibrato geograficamente.
Lo stesso report individua però quattro vincoli alla crescita: disponibilità di energia, capacità delle reti elettriche, emissioni e risorse ambientali come l’acqua.
L’efficienza del singolo edificio rappresenta quindi soltanto una parte del problema. I grandi cluster per l’AI possono concentrare carichi elettrici di centinaia di megawatt in una determinata area, richiedendo nuove connessioni, sottostazioni e potenziamenti della rete. La pianificazione dei data center diventa così anche pianificazione energetica.
È su questo terreno che il confronto europeo incontra quello già in corso negli Stati Uniti.
La California interviene su elettricità, acqua e territorio
Il 21 settembre il governatore Gavin Newsom ha firmato un pacchetto di sette leggi sui data center, costruito attorno a tre questioni principali: chi paga gli investimenti sulla rete elettrica, quanta acqua richiedono i nuovi impianti e quali informazioni devono essere disponibili alle comunità che li ospitano.
Sul fronte elettrico, le nuove disposizioni puntano a fare in modo che i grandi data center sostengano i costi di rete riconducibili alla propria connessione, limitando il trasferimento degli oneri sulle bollette degli altri utenti. Sono previste strutture tariffarie specifiche per i grandi carichi e l’attribuzione agli operatori dei costi degli interventi infrastrutturali necessari a servirli.
Il California Technology Innovation and Ratepayer Protection Act lega inoltre lo sviluppo di nuova capacità destinata ai data center alle esigenze della rete e alla protezione degli utenti elettrici, prevedendo anche nuova offerta energetica a sostegno dei carichi aggiuntivi.
L’acqua costituisce il secondo asse. I nuovi progetti devono fornire alle amministrazioni locali e ai gestori idrici informazioni su consumo previsto, fonti di approvvigionamento, efficienza e gestione dei periodi di siccità. Gli eventuali potenziamenti dell’infrastruttura necessari a fornire acqua al data center devono essere sostenuti dal progetto.
Le norme ampliano inoltre le informazioni su consumi energetici e idrici, caratteristiche delle strutture e utilizzo del territorio e condizionano l’accesso alle procedure ambientali accelerate al rispetto di requisiti su energia, acqua e combustibili.
Il dibattito californiano mostra quindi un’impostazione parzialmente diversa da quella europea: Bruxelles parte dalla misurazione delle prestazioni, mentre la California affronta direttamente anche la distribuzione dei costi prodotti dai nuovi grandi carichi elettrici.
In Lombardia il confronto è già diventato regolazione territoriale
Anche in Italia il tema è ormai concreto, soprattutto in Lombardia, dove si concentra una parte rilevante dei nuovi progetti.
La Regione ha approvato il 3 giugno 2026 la legge regionale n. 11, “Disposizioni in materia di insediamento di centri dati”, che disciplina realizzazione, ampliamento e monitoraggio dei data center e affianca alle procedure autorizzative criteri urbanistici, energetici e ambientali.
La normativa assegna priorità al riuso di aree dismesse, contaminate, degradate, inutilizzate o sottoutilizzate, tenendo conto anche della vicinanza alle infrastrutture elettriche, così da limitare l’impatto delle nuove opere di connessione. Tra le priorità figurano inoltre efficienza energetica, utilizzo di fonti a basso impatto carbonico, recupero del calore e tutela delle risorse idriche.
Il consumo di nuovo suolo non viene vietato, ma viene disincentivato economicamente. Se un data center viene costruito in un’area che consuma suolo agricolo al di fuori delle localizzazioni prioritarie, il contributo di costruzione aumenta del 100%; l’incremento sale al 200% se l’insediamento ricade nelle aree naturali interessate dalla disciplina regionale di tutela.
I progetti con una potenza richiesta di connessione superiore a 10 MW diventano inoltre di rilevanza sovracomunale e vengono sottoposti a una valutazione degli effetti territoriali, ambientali, infrastrutturali e sociali, con la possibilità di definire misure compensative. Sopra i 50 MW, o quando l’intervento coinvolge territori di più province, la conferenza di concertazione viene convocata direttamente dalla Regione.
Un unico procedimento nazionale per data center e connessioni elettriche
La disciplina lombarda si innesta sul procedimento unico nazionale per i data center, introdotto dall’articolo 8 del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21 e confermato, con modificazioni, dalla legge di conversione 10 aprile 2026, n. 49.
La norma concentra in un’unica autorizzazione la realizzazione o l’ampliamento del data center e le relative opere di connessione alla rete elettrica, facendo confluire nello stesso iter gli ulteriori assensi necessari. L’obiettivo è coordinare autorizzazioni energetiche e ambientali che, per impianti di queste dimensioni, sono strettamente legate fra loro.
Il procedimento passa attraverso una conferenza di servizi e deve concludersi ordinariamente entro dieci mesi, con possibilità di una proroga limitata in presenza di circostanze eccezionali. Sono inoltre abbreviati i tempi delle procedure di valutazione ambientale.
La scelta nazionale evidenzia un altro aspetto del problema: mentre cresce la pressione per valutare più attentamente gli effetti energetici e ambientali dei data center, esiste contemporaneamente l’esigenza industriale di ridurre l’incertezza e la durata degli iter autorizzativi.
Le opposizioni locali si concentrano su suolo, acqua ed energia
La crescita degli investimenti sta producendo anche conflitti territoriali. Nel sud-ovest milanese e nel Pavese sono nati comitati contrari a diversi progetti, con contestazioni che riguardano soprattutto consumo di suolo agricolo, fabbisogno elettrico, acqua, nuove sottostazioni ed elettrodotti, gruppi elettrogeni di emergenza e concentrazione di più impianti nella stessa area.
Nel luglio 2026 una manifestazione a Lacchiarella contro il previsto Apto Campus ha riunito cittadini e gruppi provenienti anche da altri comuni. Le contestazioni tendono quindi a estendersi dal singolo impianto al carico cumulativo prodotto da più data center sullo stesso territorio.
Il confronto è arrivato anche sul piano istituzionale. Nel giugno 2026 la Regione Lombardia ha espresso parere non favorevole sulla compatibilità ambientale del progetto D4 Data Center MIL1 tra Settimo Milanese e Cornaredo, dopo che l’istruttoria aveva individuato carenze nella documentazione ambientale tali da non consentire una valutazione completa degli effetti dell’intervento.
La stessa legge regionale prevede inoltre una mappatura dei centri dati esistenti, autorizzati o in costruzione e un monitoraggio periodico degli effetti su territorio, ambiente ed economia. La banca dati regionale dovrà dialogare con quella europea prevista dal regolamento UE sul reporting dei data center.
L’industria statunitense chiede reti più robuste e procedure prevedibili
Negli Stati Uniti il confronto comprende anche la capacità di costruire abbastanza rapidamente le infrastrutture necessarie alla crescita dell’AI.
Il Silicon Valley Leadership Group ha costituito nell’aprile 2026 una Coalition on Innovation Infrastructure che riunisce operatori tecnologici, aziende energetiche e data center intorno a tre temi: localizzazione degli impianti, affidabilità della rete e modernizzazione delle procedure regolatorie.
Le posizioni dell’industria insistono sulla necessità di evitare che procedure e vincoli frammentati rendano troppo difficile realizzare nuova capacità. Dall’altra parte, le nuove leggi californiane rispondono alla preoccupazione che la crescita molto rapida di carichi di decine o centinaia di megawatt generi costi di rete e fabbisogni idrici che ricadano almeno in parte sul resto della popolazione.
Il nodo non è quindi semplicemente stabilire se costruire nuovi data center, ma chi debba finanziare le infrastrutture necessarie, quali risorse possano utilizzare e quali condizioni debbano rispettare per inserirsi nel territorio.
Energia, acqua e territorio entrano nell’economia dell’AI
Unione europea, California e Lombardia intervengono con strumenti differenti, ma sulle stesse variabili fisiche.
Bruxelles parte da misurazione e comparabilità delle prestazioni, introduce un rating comune e prepara la possibile definizione di soglie minime. La California interviene direttamente anche su costi delle reti, disponibilità di acqua e procedure autorizzative. La Lombardia aggiunge una disciplina esplicita su consumo di suolo, localizzazione degli impianti, compensazioni e impatto cumulativo sul territorio.
Dietro la crescita dell’AI c’è infatti una domanda crescente di infrastrutture, elettricità, sistemi di raffreddamento e connessioni alla rete. Per l’Europa la tensione emerge con particolare chiarezza dai dati della stessa Commissione: mentre Bruxelles vuole triplicare la capacità di calcolo, il consumo elettrico dei data center è previsto in aumento da 68 a 114 TWh tra il 2024 e il 2030.
Rating, standard minimi, regole territoriali e nuovi criteri per distribuire i costi delle reti sono le diverse risposte a una stessa trasformazione: la capacità di calcolo sta diventando una componente sempre più rilevante della pianificazione energetica e territoriale.






