L’Italia potrebbe attrarre fino a 27 miliardi di euro di investimenti high-tech aggiuntivi ogni anno, pari a circa 1,23 punti percentuali di PIL, se riuscisse a ridurre il divario che la separa dai Paesi europei più efficienti. È quanto emerge da “Sbloccare il futuro”, nuovo studio realizzato da TEHA, Amazon e AWS, che individua in energia, capacità amministrativa, regolamentazione e competenze alcuni dei principali fattori che limitano la competitività tecnologica del Paese.
Investimenti high-tech ancora sotto la media europea
Secondo la ricerca, gli investimenti italiani nei settori ad alta intensità tecnologica rappresentano circa l’1,3% del PIL, contro una media europea dell’1,9%. Il divario riguarda anche la diffusione delle tecnologie digitali nelle imprese: soltanto il 7,9% delle aziende italiane raggiunge un livello di intensità digitale molto elevato, rispetto al 10,1% della media europea.
La distanza aumenta considerando la dimensione aziendale. Nel 2025 presenta un’intensità digitale alta o molto alta l’82% delle grandi imprese, il 61% delle medie e soltanto il 34% delle piccole aziende. In termini complessivi, il 92% delle imprese italiane non raggiunge un livello elevato di digitalizzazione.
Per PMI e startup, la disponibilità di infrastrutture tecnologiche e servizi avanzati può assumere un ruolo particolarmente rilevante, perché permette di utilizzare risorse come cloud, intelligenza artificiale, cybersecurity, data center e automazione senza dover sostenere direttamente tutti gli investimenti iniziali necessari.
Energia e autorizzazioni pesano sulla competitività
Tra i fattori analizzati dallo studio emerge il costo dell’energia. Nel 2024 il 74% dell’energia disponibile in Italia proveniva dall’estero, contro il 57% della media UE, mentre le imprese italiane arrivano a pagare l’energia fino al 30% in più rispetto alla media europea.
Lo sviluppo delle fonti rinnovabili potrebbe contribuire a ridurre questa dipendenza, ma rimane il problema degli iter autorizzativi. Secondo i dati riportati nella ricerca, in Italia per ottenere un permesso relativo a un impianto fotovoltaico può essere necessario un anno e mezzo in più rispetto alla Germania, mentre durante il procedimento il quadro normativo può cambiare più volte.
La ricerca propone quindi procedure autorizzative più rapide per le energie rinnovabili, attraverso sportelli unici, termini definiti e meccanismi di silenzio-assenso qualificato. Per i grandi investimenti tecnologici viene inoltre indicata l’ipotesi di un percorso autorizzativo unico, coordinato da un interlocutore governativo responsabile delle diverse componenti del progetto, dall’urbanistica all’energia fino a fiscalità e lavoro.
La burocrazia può costare oltre un punto di PIL
La capacità delle istituzioni di trasformare le norme in decisioni operative rappresenta un altro elemento determinante. Lo studio stima che un miglioramento dell’Institutional Delivery Index fino ai livelli della Danimarca potrebbe incrementare di 0,92 punti percentuali la quota di investimenti high-tech.
Complessivamente, l’allineamento dell’Italia alla frontiera europea potrebbe generare fino a 27 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi l’anno, equivalenti a circa 1,23 punti percentuali di PIL.
A frenare questa capacità contribuisce anche la stratificazione normativa. La ricerca indica per l’Italia circa 160.000 leggi, un numero stimato in circa 23 volte quello della Francia. Inoltre, una legge su cinque approvata nelle ultime legislature risulterebbe ancora priva dei necessari decreti attuativi, con circa 3 miliardi di euro di risorse pubbliche bloccate dai ritardi nell’attuazione.
AI Act e incertezza regolatoria
Il tema della prevedibilità normativa riguarda in modo particolare le tecnologie emergenti. Il 68% delle imprese europee, secondo i dati richiamati dalla ricerca, dichiara di non comprendere pienamente i propri obblighi rispetto all’AI Act.
Le aziende che percepiscono maggiore incertezza regolatoria prevedono inoltre investimenti in intelligenza artificiale inferiori del 28% nei dodici mesi successivi. In un mercato caratterizzato da cicli tecnologici molto rapidi, sovrapposizioni tra normativa europea e nazionale, interpretazioni differenti e forme di gold plating possono quindi incidere direttamente sulle decisioni di investimento.
“Fare l’imprenditore in Italia è come correre una maratona con uno zaino pieno di sassi”, ha osservato Alec Ross, esperto di innovazione e politiche tecnologiche che ha contribuito scientificamente alla ricerca. Secondo Ross, il problema non è l’esistenza delle regole, ma la necessità che siano “chiare, coerenti, prevedibili e applicabili”.
Il nodo delle competenze digitali e STEM
Alla componente normativa si aggiunge la disponibilità di competenze. Secondo lo studio, l’Italia presenta un numero di laureati inferiore del 40% rispetto alla media europea, mentre il 57,3% delle posizioni rivolte ai diplomati ITS risulta difficile da coprire.
Circa tre aziende su cinque dichiarano inoltre di non riuscire a reperire le competenze necessarie. TEHA, Amazon e AWS indicano quindi il rafforzamento degli ITS Academy, dei percorsi STEM, delle attività di reskilling e upskilling e delle collaborazioni tra sistema educativo, università e imprese tra gli interventi necessari per sostenere gli investimenti tecnologici.
“La semplificazione deve procedere insieme a una maggiore stabilità del quadro regolatorio”, ha spiegato Valerio De Molli, Managing Partner e CEO di TEHA Group, indicando anche la necessità di accelerare l’adozione dei decreti attuativi e limitare la stratificazione normativa. Lo studio propone inoltre incentivi per favorire l’adozione di AI e cloud nelle PMI, insieme al rafforzamento di venture capital, trasferimento tecnologico e procedure per attrarre talenti internazionali.
Amazon e AWS: oltre 33 miliardi investiti in Italia
Amazon dichiara di avere investito in Italia dal 2010 oltre 30 miliardi di euro, creando più di 19.000 posti di lavoro a tempo indeterminato e contribuendo, direttamente e indirettamente, a sostenere oltre 100.000 posti di lavoro lungo la propria filiera.
“Quando un Paese attrae investimenti ad alta intensità tecnologica, i benefici si propagano all’intero sistema economico”, ha dichiarato Giorgio Busnelli, VP & Country Manager Amazon Italia, indicando semplificazione normativa, certezza regolatoria e competenze come fattori centrali per l’attrattività del Paese.
AWS ha invece investito oltre 3 miliardi di euro nelle infrastrutture cloud italiane e dal 2017 ha avviato programmi di formazione digitale, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere 200.000 studenti STEM entro la fine del 2026.
Per Giulia Gasparini, Country Manager di AWS Italia, il cloud consente oggi anche alle imprese più piccole di accedere alla capacità di calcolo e agli strumenti di intelligenza artificiale attraverso modelli pay-per-use. “Il vero fattore abilitante è la prevedibilità: quando le regole sono stabili e i tempi certi, le imprese investono di più e innovano prima”, ha affermato.






