Virtualizzazione, la migrazione da VMware apre una nuova fase di modernizzazione

La virtualizzazione torna al centro delle decisioni infrastrutturali dopo anni nei quali l’hypervisor era diventato uno degli strati più consolidati del data center enterprise. Le modifiche ai modelli commerciali e di licensing, la pressione sui costi, la necessità di ridurre le dipendenze tecnologiche e la crescita delle applicazioni cloud native stanno riaprendo la scelta della piattaforma sulla quale eseguire i workload aziendali.

A misurare questa trasformazione è The Future of Virtualization, ricerca condotta da SUSE tra il 26 febbraio e il 5 marzo 2026 su 124 decisori IT di aziende europee. La fotografia combina due fenomeni apparentemente opposti: VMware conserva una presenza estesissima nelle infrastrutture esistenti, mentre una parte maggioritaria del campione sta già considerando la possibilità di ridurne o sostituirne l’utilizzo.

Il 92,7% degli intervistati utilizza prodotti VMware. vSphere raggiunge l’84,7% del campione, vSAN il 22,6% e NSX il 20,2%; Tanzu e VMware Cloud Foundation hanno invece una presenza limitata all’1,6% ciascuno. La ricerca di alternative interessa quindi una piattaforma profondamente radicata nel patrimonio infrastrutturale delle aziende considerate.

Più della metà sta già valutando un’alternativa a VMware

Il 46,5% delle organizzazioni sta esplorando opzioni di migrazione e un ulteriore 8,8% ha già deciso di passare a una nuova piattaforma. Insieme rappresentano oltre la metà del campione. Un altro 36,8% sta ancora valutando se procedere con la migrazione, mentre la quota che ha già deciso di continuare a utilizzare VMware è inferiore all’1%.

La tendenza europea si inserisce in un movimento più ampio avviato dopo l’acquisizione di VMware da parte di Broadcom. Una ricerca CloudBolt pubblicata nel febbraio 2026, basata su 302 decisori IT di grandi imprese nordamericane, rileva che l’86% sta riducendo attivamente il proprio footprint VMware.

La dinamica misurata da CloudBolt è quella di un ridimensionamento graduale. Il 54% continua a utilizzare VMware mentre ne riduce contemporaneamente la dipendenza e il 56% ha già modificato almeno due volte la propria strategia dopo l’acquisizione Broadcom. Tra i workload che vengono spostati, il public cloud IaaS rappresenta la destinazione più frequente, indicata dal 72% delle organizzazioni in migrazione, seguito da Hyper-V o Azure Stack e dalla sostituzione delle applicazioni con servizi SaaS.

La trasformazione procede quindi workload per workload, con VMware ancora in esercizio mentre vengono costruite alternative per una parte crescente dell’ambiente. La base installata rimane ampia e il processo di riduzione della dipendenza si sviluppa su un orizzonte pluriennale.

Il cambiamento della piattaforma diventa modernizzazione

La direzione futura emerge ancora più chiaramente dalle risposte sulle caratteristiche ricercate nell’alternativa. Solo il 10,8% delle aziende vuole una sostituzione uno-a-uno della piattaforma esistente, mantenendo sostanzialmente invariato il modello infrastrutturale.

Il 23,3% attribuisce invece maggiore importanza al passaggio verso un altro fornitore di virtualizzazione, anche senza richiedere una completa equivalenza funzionale con VMware. La quota più ampia, il 46,7%, vuole utilizzare la migrazione per modernizzare lo stack e adottare una piattaforma capace di supportare anche applicazioni cloud native.

La virtualizzazione viene quindi rimessa in discussione mentre sta già cambiando la composizione dei workload. Il 64,5% delle organizzazioni utilizza applicazioni containerizzate, alle quali si aggiunge un altro 25% che sta valutando possibili casi d’uso dei container. Nel campione europeo la convivenza fra macchine virtuali e container è già una condizione diffusa, non una prospettiva futura.

Questa sovrapposizione spiega il peso attribuito alla modernizzazione. Le aziende devono continuare a sostenere il patrimonio di workload virtualizzati e contemporaneamente stanno introducendo applicazioni costruite secondo modelli cloud native. La scelta della piattaforma si colloca così all’interno di una trasformazione infrastrutturale più ampia, nella quale il mantenimento delle VM e l’espansione dei container procedono parallelamente.

Costi e licensing hanno riaperto una scelta che sembrava consolidata

Il cambiamento successivo all’acquisizione Broadcom ha riportato il costo della virtualizzazione tra le variabili strategiche dell’infrastruttura. SUSE richiama nella propria ricerca l’aumento dei costi sostenuto da una larga parte dei clienti VMware e casi nei quali gli incrementi hanno superato il 100%.

La ricerca CloudBolt conferma la direzione del fenomeno. Nel campione nordamericano il 59% ha registrato aumenti superiori al 25% e circa un’azienda su sette incrementi superiori al 100%. Ancora più indicativa è la prospettiva futura: l’85% rimane preoccupato per ulteriori aumenti e considera questa possibilità nella definizione della propria strategia.

Il passaggio significativo riguarda quindi la persistenza della pressione economica. Il prezzo della piattaforma è tornato a influenzare le decisioni di lungo periodo e sta accelerando la costruzione di alternative prima dei successivi cicli di rinnovo.

SUSE colloca questa dinamica all’interno di un quadro più ampio richiamando anche le previsioni Gartner: entro il 2028 circa il 35% degli ambienti VMware potrebbe essere migrato verso altre piattaforme, mentre una quota molto elevata dei grandi clienti potrebbe spostare workload virtualizzati verso il cloud. Per il 2026 viene inoltre indicata una forte crescita dei proof of concept dedicati alle alternative a VMware.

Il cambiamento delle condizioni economiche dopo l’acquisizione Broadcom è al centro anche della ricerca Gartner sulle alternative a VMware, che collega la pressione sui costi alla valutazione di piattaforme differenti e inserisce la scelta all’interno di programmi di modernizzazione infrastrutturale.

TCO, vendor lock-in e complessità definiscono le priorità

Le motivazioni indicate dalle aziende europee chiariscono cosa debba produrre concretamente il cambiamento. Il 34,6% individua nella riduzione del Total Cost of Ownership il principale obiettivo della nuova piattaforma. Il 27,1% vuole ridurre il rischio di vendor lock-in e il 20,6% punta a diminuire la complessità delle operazioni quotidiane.

Le tre priorità descrivono aspetti differenti dello stesso problema infrastrutturale. Il costo rimane la prima leva, ma viene valutato insieme alla capacità di mantenere libertà di scelta sul fornitore e alla sostenibilità operativa dell’ambiente.

Il vendor lock-in assume particolare rilievo proprio perché VMware è presente in oltre nove aziende su dieci del campione. Anni di utilizzo hanno prodotto infrastrutture, competenze e processi costruiti intorno allo stesso ecosistema, aumentando il lavoro necessario per introdurre una piattaforma alternativa.

CloudBolt descrive questa dipendenza come estesa a compute, storage, networking, disaster recovery, strumenti operativi e competenze. La migrazione richiede di mantenere temporaneamente l’ambiente esistente, costruire quello nuovo e gestire contemporaneamente il programma di trasferimento dei workload. La diversificazione porta quindi maggiore libertà di scelta, ma durante la transizione introduce anche nuovi costi e complessità.

Gartner affronta la stessa trasformazione come un processo strutturato nel tempo. La 2026 Strategic Roadmap for VMware Modernization propone una modernizzazione per fasi, costruita attorno a dipendenze, rischi e obiettivi di business. È una prospettiva coerente con i tempi misurati tra le aziende europee: ridurre la dipendenza dalla piattaforma richiede un programma infrastrutturale, non il semplice cambio di un componente software.

La migrazione è già diventata un progetto per quattro aziende su dieci

La ricerca SUSE misura anche il passaggio dalle intenzioni alla pianificazione. Il 39,6% delle organizzazioni orientate alla migrazione ha già formato un project team e definito scadenze e obiettivi finanziari. Una quota simile non ha ancora raggiunto questo livello di preparazione e circa un quinto non dispone ancora di una pianificazione definita.

I tempi confermano il carattere progressivo della trasformazione. Il 15,7% prevede di completare la migrazione entro sei mesi e un altro 22,5% entro dodici mesi. Quasi quattro organizzazioni su dieci puntano quindi a terminare il passaggio entro un anno. Un ulteriore 29,4% colloca il completamento nell’arco dei due anni successivi, mentre le restanti aziende prevedono tempi ancora più lunghi o non hanno fissato una scadenza.

SUSE lega esplicitamente il calendario anche agli impegni contrattuali e ai termini delle sottoscrizioni esistenti. Le scadenze commerciali diventano così momenti nei quali rivalutare il peso della piattaforma attuale, programmare lo spostamento di nuovi gruppi di workload o decidere di prolungare la transizione.

CloudBolt rileva una dinamica simile nel mercato nordamericano: la riduzione del footprint VMware procede attraverso più cicli decisionali e una parte consistente delle organizzazioni modifica la propria strategia mentre la migrazione è già in corso. Le due rilevazioni, pur riferendosi a campioni e geografie differenti, descrivono una transizione graduale e pluriennale, nella quale permanenza e migrazione possono coesistere per un periodo significativo.

Il cloud assorbe una parte dei workload, ma il mercato si frammenta

La migrazione non converge verso una singola destinazione. Le previsioni Gartner richiamate da SUSE attribuiscono al cloud un ruolo rilevante nello spostamento dei workload virtualizzati, mentre i dati CloudBolt mostrano concretamente una distribuzione tra più alternative.

Nel campione CloudBolt, il public cloud IaaS è la destinazione più diffusa, ma viene affiancato da Hyper-V e Azure Stack, piattaforme differenti e sostituzioni delle applicazioni attraverso servizi SaaS. La riduzione della dipendenza da VMware produce quindi una maggiore eterogeneità dell’ambiente invece di ricostruire automaticamente lo stesso livello di concentrazione intorno a un altro vendor.

Questa frammentazione introduce a sua volta il problema della gestione. CloudBolt rileva infatti che, mentre molte aziende dichiarano di avere migliorato la propria esposizione al rischio dopo aver diversificato l’infrastruttura, la complessità multi-platform e la disponibilità delle competenze emergono tra le principali nuove difficoltà.

La riduzione del vendor lock-in genera così un equilibrio differente: maggiore capacità di scegliere dove collocare i workload, accompagnata dalla necessità di governare piattaforme e modelli operativi diversi.

Sovranità, rapidità e skill gap completano il quadro

Accanto alle tre priorità principali – TCO, vendor lock-in e complessità – le aziende intervistate da SUSE indicano anche sovranità digitale, rapidità nel generare valore e superamento degli skill gap tra i team IT.

La presenza della sovranità tra i criteri di scelta acquista particolare rilievo in un’indagine europea. La capacità di controllare maggiormente la propria infrastruttura e ridurre la dipendenza da fornitori non europei entra nel processo decisionale insieme a costi e funzionalità.

Il problema delle competenze è strettamente collegato alla trasformazione dello stack. Un ambiente nel quale macchine virtuali, container e piattaforme cloud native convivono richiede competenze più diversificate, mentre la presenza contemporanea di infrastrutture vecchie e nuove durante la migrazione aumenta temporaneamente il numero di tecnologie da amministrare.

La rapidità nel raggiungere il valore atteso introduce infine una misura temporale del progetto: una piattaforma alternativa deve produrre benefici sufficientemente presto da giustificare i costi e il lavoro necessari per adottarla.

Il futuro della virtualizzazione si decide oltre l’hypervisor

La tendenza complessiva emerge dall’incrocio dei risultati. VMware rimane utilizzata da oltre nove aziende su dieci, ma più della metà sta già esplorando alternative o ha deciso di migrare. Solo una minoranza cerca una sostituzione equivalente, mentre quasi metà del campione collega il cambiamento della piattaforma alla modernizzazione dell’infrastruttura. Nello stesso momento, quasi due terzi delle organizzazioni eseguono già applicazioni containerizzate.

La virtualizzazione continua quindi a sostenere una parte essenziale del patrimonio applicativo enterprise, ma la decisione sulla sua piattaforma entra in un contesto diverso rispetto al passato. Le aziende devono valutare contemporaneamente costo complessivo, libertà dal lock-in, complessità operativa, cloud native, sovranità e disponibilità delle competenze.

I dati raccolti in Europa da SUSE e la tendenza rilevata da CloudBolt nelle grandi imprese nordamericane convergono soprattutto sulla direzione del movimento: la dipendenza da VMware viene progressivamente ridotta, senza una sostituzione immediata e generalizzata della piattaforma. Le migrazioni procedono per fasi e diventano occasioni per riconsiderare dove e come eseguire i workload.

È questo passaggio a definire il futuro della virtualizzazione: l’hypervisor rimane necessario, mentre perde la condizione di scelta infrastrutturale sostanzialmente immutabile che ha caratterizzato gli anni del massimo consolidamento VMware. Il nuovo ciclo è guidato dalla possibilità di distribuire VM e applicazioni cloud native su un insieme più ampio di piattaforme, mantenendo maggiore controllo sui costi e sulle dipendenze tecnologiche.

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