L’adozione dell’AI in azienda non è più soltanto una questione tecnologica. La sfida vera, oggi, riguarda le persone: come vengono coinvolte, formate, valutate e messe nelle condizioni di usare l’intelligenza artificiale senza subirla. È questo il punto centrale dell’analisi firmata da Silvia Peschiera, Strategy and Transformation Service Line Leader di IBM Consulting Italia, che sposta l’attenzione dal potenziale degli strumenti al modo in cui le organizzazioni stanno preparando lavoratori, manager e processi alla trasformazione in corso.
Il messaggio è netto: l’AI sta avanzando più rapidamente della capacità delle imprese di assorbirla. Non basta introdurre nuove soluzioni nei processi aziendali, né affiancare strumenti generativi o agentici alle attività quotidiane. Se l’organizzazione non aggiorna cultura, formazione, sistemi di performance e modelli decisionali, l’AI rischia di produrre più distanza che valore.
Secondo lo studio dell’IBM Institute for Business Value citato nel documento, in Italia il 63% dei lavoratori afferma di avere linee guida chiare sull’uso dell’AI, ma il 71% ritiene che quelle regole siano già obsolete rispetto all’evoluzione del lavoro. Il dato sintetizza bene il problema: la governance formale esiste, ma spesso non tiene il passo con l’uso reale della tecnologia.
AI in azienda, il problema non è più solo il tech debt
Per anni molte imprese hanno letto la trasformazione digitale attraverso la lente del debito tecnologico: sistemi legacy, infrastrutture rigide, applicazioni non integrate, dati frammentati. Con l’AI, questo tema resta importante, ma non basta più a spiegare la difficoltà di adozione.
Il nuovo debito è culturale ed esperienziale. Le aziende introducono strumenti sempre più potenti, ma non sempre preparano le persone a usarli in modo efficace, critico e responsabile. Il risultato è uno scarto tra ciò che la tecnologia può fare e ciò che l’organizzazione è realmente in grado di assorbire nei processi quotidiani.
Durante gli incontri con i clienti, spiega Peschiera, le domande più ricorrenti non riguardano la tecnologia in sé, ma il coinvolgimento delle persone, la gestione delle resistenze, la misurazione del ritorno degli investimenti e la capacità di trasformare l’AI in valore concreto. È un segnale chiaro: la maturità sull’AI non si misura solo dalla presenza di strumenti, ma dalla qualità del cambiamento organizzativo che li accompagna.
Il divario tra dirigenti e lavoratori frena l’adozione dell’AI
Uno dei punti più critici riguarda la distanza tra la percezione dei dirigenti e quella dei dipendenti. Quasi due terzi dei dirigenti intervistati affermano che l’AI sta già ridefinendo ruoli e processi operativi. Tuttavia, molte organizzazioni non hanno ancora aggiornato pratiche di gestione, sistemi di valutazione e strutture di supporto coerenti con questa trasformazione.
In Italia, il 68% dei lavoratori dichiara di non conoscere gli strumenti AI usati nella propria azienda, oppure di venirne a conoscenza solo quando sono già in uso. Non è un semplice problema di comunicazione interna. È il sintomo di un modello organizzativo che tratta ancora l’AI come un layer tecnologico aggiuntivo, invece che come un cambiamento strutturale del modo di lavorare.
Il divario emerge anche sulla formazione. A livello globale, l’81% dei dirigenti dichiara che i dipendenti vengono premiati per lo sviluppo di competenze sull’AI, ma il 43% dei dipendenti afferma di non ricevere formazione. In Italia questa percentuale sale al 52%, tra le più alte in Europa, mentre solo il 41% dichiara di essere stato formato per evitare errori generati dall’AI.
Senza formazione l’AI diventa un rischio operativo
L’insufficienza della formazione è uno dei nodi più delicati. L’AI non è uno strumento neutro che produce automaticamente efficienza. Richiede capacità di interpretazione, verifica, contestualizzazione e giudizio. Senza queste competenze, l’organizzazione rischia di usare la tecnologia in modo superficiale o, peggio, di affidarsi a risultati non verificati.
Il punto non riguarda solo la conoscenza tecnica dei modelli. Serve una formazione operativa: quando usare l’AI, quando non usarla, come controllarne gli output, come riconoscere errori, bias o risposte plausibili ma sbagliate. In assenza di queste competenze, l’AI può diventare una scorciatoia pericolosa, soprattutto nei processi aziendali dove decisioni, compliance e responsabilità hanno un peso rilevante.
Il dato italiano sul 52% di dipendenti non formati è quindi più di una fotografia dello stato attuale. È un indicatore di rischio. Se le imprese accelerano l’adozione senza costruire competenze diffuse, il ritorno sull’investimento diventa incerto e la fiducia interna può deteriorarsi.
La cultura aziendale deve permettere di contestare l’AI
Un altro aspetto centrale riguarda la sicurezza psicologica. L’adozione efficace dell’AI richiede persone capaci di mettere in discussione i risultati, sollevare dubbi e applicare giudizio critico. Ma questo può avvenire solo se il clima organizzativo lo consente.
Secondo i dati citati da IBM, il 43% dei dirigenti a livello globale, e il 49% in Italia, afferma che i dipendenti non si sentono tranquilli nell’esprimere perplessità sui risultati dell’AI. Più della metà dei dipendenti sostiene inoltre che i colleghi non mettono in discussione l’AI quando dovrebbero.
È un passaggio decisivo. Se le persone si sentono più sicure nel conformarsi alla risposta della macchina che nel contestarla, il problema non è l’algoritmo. È il contesto organizzativo. In queste condizioni, l’AI non amplifica l’intelligenza collettiva, ma rischia di diventare un meccanismo di conformismo.
Performance e riconoscimento vanno ripensati
L’introduzione dell’AI cambia anche il modo in cui si misura il contributo individuale. In Italia, il 47% dei lavoratori afferma che l’AI rende più difficile ricevere un riconoscimento equo per il proprio lavoro. È un dato da non liquidare come resistenza al cambiamento.
Quando umano e macchina collaborano, attribuire valore al contributo delle persone diventa più complesso. Chi ha prodotto un risultato? Chi ha guidato correttamente il sistema? Chi ha verificato l’output? Chi ha evitato un errore? Chi ha usato buon giudizio nel decidere quando fidarsi dell’AI e quando no?
I sistemi di performance tradizionali non sono progettati per rispondere a queste domande. Se restano invariati, rischiano di premiare solo la produttività apparente o l’uso quantitativo degli strumenti, trascurando competenze molto più importanti: capacità critica, apprendimento continuo, controllo degli output e qualità della decisione.
I manager devono diventare coach e interpreti della collaborazione uomo-AI
La pressione maggiore ricade sui manager. Sono loro a dover coordinare persone e AI, ridefinire priorità, gestire resistenze, valutare performance e mantenere coesione nei team. Non sorprende che il 93% dei dirigenti globali affermi che l’AI rende più difficile la valutazione.
In Italia, il 42% dei dipendenti dichiara di sentirsi in burnout per il ritmo dei cambiamenti. Anche questo dato va letto in modo operativo: l’AI non semplifica automaticamente il lavoro se viene introdotta senza ridisegnare carichi, ruoli e responsabilità.
Oggi solo il 27% dei dipendenti globali afferma che i propri manager si concentrano principalmente su coaching e giudizio strategico. Secondo lo studio, questa quota dovrebbe salire al 45% entro il 2028. È una trasformazione profonda del ruolo manageriale: meno controllo operativo tradizionale, più capacità di accompagnare le persone nell’uso consapevole dell’AI.
Le organizzazioni più mature non vincono per la tecnologia, ma per il contesto umano
Lo studio IBM identifica un gruppo di organizzazioni con maggiore maturità nell’adozione dell’AI e nella gestione del cambiamento. Ciò che le distingue non è semplicemente la tecnologia utilizzata, ma il modo in cui hanno ridisegnato il contesto umano attorno a essa.
Queste aziende definiscono ruoli chiari, stabiliscono norme su quando fidarsi dell’AI e quando metterla in discussione, aggiornano i sistemi di valutazione e costruiscono pratiche coerenti con una realtà ibrida. Il risultato, secondo il documento, può arrivare fino al 73% di crescita dei ricavi rispetto ai competitor.
È un dato che va letto con attenzione. Non significa che l’AI generi automaticamente maggiore crescita. Significa che le organizzazioni capaci di integrare tecnologia, processi e competenze umane riescono a trasformare l’AI in leva competitiva. Le altre rischiano di restare nella fase dell’hype, con strumenti attivi ma valore limitato.
In Italia il gap umano sull’AI è ancora ampio
Il quadro italiano appare particolarmente critico. Il 71% dei lavoratori vede linee guida già superate, il 52% non riceve formazione, il 49% non mette in discussione l’AI e il 68% non conosce gli strumenti in uso nella propria organizzazione. Non sono indicatori separati: insieme descrivono un modello operativo non ancora riprogettato attorno all’intelligenza artificiale.
Questa è la parte meno comoda del discorso. Molte aziende italiane stanno introducendo l’AI, ma non tutte stanno facendo il lavoro organizzativo necessario per renderla davvero efficace. L’adozione tecnologica è più rapida dell’evoluzione culturale, e il divario rischia di tradursi in sfiducia, errori, scarso utilizzo reale e ROI debole.
Il problema non si risolve con un altro tool. Serve una strategia che tratti l’AI come trasformazione del lavoro, non come semplice aggiornamento software.
Cosa devono fare i leader per creare valore con l’AI
Le risposte, secondo l’analisi di IBM, sono organizzative prima ancora che tecnologiche. I leader devono agire su tre fronti: trattare l’introduzione dell’AI come una trasformazione che riguarda le persone, aggiornare i sistemi di performance e creare spazi protetti in cui esercitare il giudizio decisionale.
Il primo punto implica formazione strutturata, coinvolgimento preventivo e chiarezza sui cambiamenti attesi. Il secondo richiede di premiare non solo l’uso dell’AI, ma la capacità di apprendere, verificare e contestare gli output quando necessario. Il terzo passa da simulazioni e ambienti di pratica, dove le persone possano sperimentare senza paura di sbagliare.
In un contesto in cui quasi metà dei lavoratori italiani non mette in discussione l’AI nemmeno quando dovrebbe, creare spazi di allenamento decisionale diventa essenziale. Non basta dire alle persone di usare il giudizio: bisogna costruire condizioni, competenze e abitudini perché quel giudizio venga esercitato.
L’AI efficace nasce dalle competenze umane
La conclusione è netta: le organizzazioni che guideranno questa fase non saranno necessariamente quelle con la migliore AI, ma quelle con le migliori competenze umane attorno all’AI. È una distinzione importante, perché ribalta una parte della narrativa dominante.
La tecnologia continuerà a evolvere rapidamente. I modelli diventeranno più potenti, gli agenti più autonomi, gli strumenti più integrati nei flussi aziendali. Ma senza persone formate, manager preparati, processi chiari e una cultura capace di sostenere il dissenso costruttivo, l’AI resterà una promessa parziale.
Per le imprese italiane, il punto non è chiedersi se adottare l’AI. Questa fase è già iniziata. La domanda più seria è se l’organizzazione sia pronta a sostenerla. Oggi, molti dati indicano che la risposta è ancora insufficiente. Ed è proprio qui che si giocherà la differenza tra sperimentazione e valore reale.






