Data center in Italia tra semplificazione normativa e sfida energetica

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La crescita dell’intelligenza artificiale, del cloud e dei servizi digitali sta accelerando la domanda di nuovi data center anche in Italia, rendendo sempre più urgente un quadro normativo chiaro, coerente e capace di conciliare sviluppo infrastrutturale, sostenibilità e sicurezza energetica. In questa intervista a Mariangela Di Giandomenico,  Partner di Orrick e responsabile del dipartimento di diritto amministrativo e pubblico italiano analizziamo lo stato dell’arte delle autorizzazioni, il ruolo delle amministrazioni locali e le prospettive regolatorie europee, con l’obiettivo di comprendere quali fattori stiano realmente favorendo – o frenando – la realizzazione di nuove infrastrutture digitali strategiche nel Paese.

Oggi costruire un data center in Italia è davvero più semplice rispetto a qualche anno fa oppure il quadro normativo resta frammentato tra ambiente, urbanistica ed energia?

È vero che il D.L. 21/2026 (c.d. Decreto Bollette), che dovrà essere convertito in legge entro il 21 aprile prossimo, all’art. 8, ha effettuato una razionalizzazione delle procedure autorizzative per la realizzazione dei data center. Analogamente a come avvenuto per gli impianti da fonti rinnovabili, è stata infatti introdotta una  autorizzazione unica, che viene rilasciata dall’autorità competente al rilascio dell’AIA (autorizzazione integrata ambientale), ossia il Ministero MASE o la Regione, in cui si fanno confluire  tutte le autorizzazioni relative agli aspetti di edilizia-urbanistica, ambientale e connessione alla rete,  nonché di tutela paesaggistica, dei beni culturali, della salute e della pubblica incolumità dei cittadini.

Il procedimento si svolge in conferenza di servizi ex artt. 14-bis e ss. L. 241/90, ossia la conferenza di servizi decisoria semplificata che ha lo scopo di accelerare le tempistiche del procedimento. Alla conferenza di servizi partecipa tutte le amministrazioni competenti, comprese quelle per la tutela ambientale, paesaggistica, dei beni culturali, della salute e della pubblica incolumità dei cittadini

Il procedimento unico quindi concentra questi passaggi in un unico iter che deve concludersi nel termine complessivo di 10 mesi, prorogabile in casi eccezionali per un massimo di altri 3 mesi. Tuttavia, si segnala che il termine in questione ha carattere ordinatorio, non ravvisandosi poteri sostitutivi o sanzioni conseguenti al decorso dello stesso. Ulteriore misura acceleratoria prevista riguarda i termini per le valutazioni di impatto ambientale che sono dimezzati.

Altro elemento che innova la disciplina è l’uniformazione del procedimento autorizzativo, previsto a livello nazionale e non lasciato alla legislazione regionale. Precedentemente, infatti, visto il vuoto normativo in materia, alcune singole Regioni, tra cui la Lombardia, avevano adottato delle proprie linee guida. Sul punto si pongono non banali temi di ripartizione di competenza statale rispetto a quella regionale, soprattutto in materie come l’urbanistica, di competenza regionale e locale.

Mariangela Di Giandomenico,  Partner di Orrick e responsabile del dipartimento di diritto amministrativo e pubblico italiano.
Mariangela Di Giandomenico, Partner di Orrick e responsabile del dipartimento di diritto amministrativo e pubblico italiano.

Restano però aperte varie questioni.

La questione della compatibilità degli interventi con la pianificazione urbanistica, includendo l’autorizzazione unica solo il titolo edilizio e dovendosi preventivamente verificare la coerenza con gli strumenti urbanistici appunto.

Risulta poi necessario che chi presenta la richiesta abbia tutti i documenti necessari per ottenere le autorizzazioni, quindi la progettazione completa dell’intervento e dei relativi impianti, che è onerosa e potrebbe essere soggetta a variazione nel tempo.

Inoltre, l’ambito di applicazione della nuova procedura è esteso a tutti i data center considerati dal Regolamento delegato della Commissione europea del 14 marzo 2024 n.  2024/1364 (art. 2 numeri 1), 2) e 3) e questo determina un tema dimensionale che andrebbe affrontato, in quanto il procedimento andrebbe rapportato anche alla dimensione dell’intervento, non occorrendo sempre, specie per i progetti più piccoli, un procedimento come quello previsto.

Il rischio, infine, è che si verifichino le stesse problematiche che si sono verificate per gli impianti da fonti rinnovabili, con lentezze e difficoltà burocratiche, ma la possibilità ancora aperta di modificare il decreto in sede di conversione, lascia spazio ad un miglioramento della disciplina ed in effetti vi sono emendamenti al testo presentati in Parlamento che cercano di superare le criticità evidenziate (allo stato, la discussione alla Camera in Assemblea del D.L. è calendarizzata per giorni 30 e 31 marzo, successivamente il testo sarà inviato al Senato per la definitiva approvazione).

Quali sono oggi, in concreto, i principali passaggi autorizzativi che un operatore deve affrontare per realizzare un data center nel nostro Paese?

 I passaggi sono molteplici in quanto gli enti competenti sui data center sono diversi, intrecciandosi i temi ambientali, con quelli urbanistici, energetici, idrici ed atmosferici. Oggi c’è una concentrazione, come detto nell’autorizzazione unica, ma con problematiche ancora aperte come già riportate.

Quanto pesa la pianificazione urbanistica dei Comuni nella possibilità di sviluppare nuovi data center?

Da un lato questi vengono esautorati dal rilascio dell’autorizzazione unica, l’autorità competente è infatti individuata, a seconda del caso concreto, nel MASE o nella Regione.

Dall’altro, la designazione di aree idonee per la costruzione dei data center permane in capo agli stessi.

Quindi la pianificazione urbanistica è decisiva poiché la localizzazione di queste infrastrutture richiede la compatibilità con piani urbanistici comunali e che sembra non essere approvata allo stato con l’autorizzazione unica.

Il vero collo di bottiglia oggi è la normativa oppure la disponibilità di potenza elettrica e le procedure di connessione alla rete?

È innegabile che il quadro regolatorio particolarmente frastagliato abbia rappresentato il principale disincentivo alla realizzazione di data center in Italia. Ma la scarsa disponibilità di connessione è senz’altro un nodo cruciale.

Dunque, lo sviluppo esponenziale di nuovi data center impone una riflessione sotto diversi profili. La capacità della rete, insieme ai consumi energetici e idrici, rappresenta una delle principali sfide che la politica dovrà dimostrare di saper governare.

L’approccio trasversale che sembra emergere nei paesi dove si registra una maggiore presenza di data center è la pianificazione di strategie di lungo e medio periodo rispetto a tale fenomeno. Le misure adottate in altri Paesi, replicabili anche in Italia, attengono al piano regolatorio e sono volte alla salvaguardia della rete (ad esempio, imponendo la realizzazione dei nuovi impianti in aree meno congestionate, o prevedendo la possibilità di fermare temporaneamente o ridurre fortemente la capacità degli stessi nei periodi di picco) o in generale a conseguire una maggiore sostenibilità di tali impianti mediante generatori alternativi o fonti rinnovabili, oppure ricorrendo al teleriscaldamento (immissione in rete del calore generato). Alternativa da valutare è creare infrastrutture di dimensioni non grandi e replicabili.

Nel quadro attuale, considerata la volatilità del prezzo dell’energia, gli aspetti che nel lungo periodo sembrano essere ostativi allo sviluppo dei data center richiedono un impegno della politica su diverse questioni. Eventuali barriere di carattere legale possono essere rimosse con misure di semplificazione e riforme. Sicuramente lo sviluppo dei data center passa anche da quest’ultimo aspetto, ma sarà altresì necessario realizzare delle condizioni che garantiscano la sicurezza energetica ed una disponibilità di risorse costante nel tempo ed equamente distribuita sul territorio nazionale.

Quanto incidono procedure come VIA o altre valutazioni ambientali sui tempi e sull’esito dei progetti?

Grazie alla riforma attuata con D.L. 21/2026, il procedimento per le autorizzazioni ambientali confluisce nel procedimento unico indicato nel citato D.L., il quale deve concludersi entro dieci mesi (salvo eventuale proroga di tre mesi) dalla presentazione dell’istanza. È apprezzabile l’intento del legislatore di accelerare l’iter in questione, prevedendo che, qualora la VIA sia necessaria, i termini per l’espletamento della stessa sono dimezzati.

Sebbene quindi l’ottenimento delle relative autorizzazioni ambientali sia propedeutico per il buon esito dei progetti di realizzazione dei data center, si registra una positiva semplificazione dei procedimenti necessari. Per completezza, si segnala che tempo addietro MASE ha adottato delle Linee guida per le procedure di valutazione ambientale dei data center (D.D. VA n. 257 del 02/08/2024).

Quali sono le principali ragioni legali che oggi bloccano o rallentano la realizzazione di data center in Italia?

Le principali criticità riguardano le valutazioni ambientali e all’impatto sul territorio e sulle risorse idriche. Si tratta di progetti che possono incontrare resistenze a livello locale, con conseguenti ricorsi in grado di incidere sui tempi di realizzazione.

Un secondo elemento è rappresentato dalle procedure di connessione alla rete elettrica: la disponibilità di potenza e i tempi tecnici per l’allaccio restano fattori determinanti e, in molti casi, rallentano lo sviluppo dei progetti.

Infine, permangono alcune incertezze legate alla pianificazione urbanistica e territoriale. In assenza di una disciplina pienamente uniforme e di una chiara individuazione delle aree idonee, possono emergere disallineamenti tra i diversi livelli amministrativi, con riflessi sui tempi e sul rischio di contenzioso.

Il dibattito europeo su cloud sovrano e infrastrutture digitali strategiche potrebbe cambiare l’approccio normativo verso i data center?

Questo è indubbio ed in parte sta già accadendo. Il D.L. 21/2026 rappresenta solo un primo passo del Legislatore nel normare i data center. Allo stato è infatti al Senato il DDL “Delega al Governo per l’organizzazione, la realizzazione, lo sviluppo e il potenziamento dei centri di elaborazione dati” (A.S. n. 1821). Con il DDL in questione si si intende introdurre una normativa nazionale generale con procedure autorizzative semplificate, tempi certi e un codice ATECO specifico per le attività di costruzione, ampliamento e gestione di tali infrastrutture. I progetti di data center vengono inoltre qualificati come opere di pubblica utilità, con procedure accelerate anche per le valutazioni ambientali e con semplificazioni urbanistiche, favorendo il riuso di aree industriali dismesse e l’impiego di soluzioni energetiche sostenibili. La delega promuove inoltre il coordinamento tra amministrazioni, il potenziamento della rete elettrica, l’autoproduzione energetica e criteri uniformi sulle emissioni dei gruppi elettrogeni. Infine, sono previste misure per lo sviluppo delle competenze digitali e tecniche, la formazione nelle scuole e nelle università e il rafforzamento delle capacità amministrative per gestire le autorizzazioni.

L’attenzione al fenomeno rappresenta da un lato la necessità di normare un aspetto fondamentale delle economie avanzate, e dall’altro risponde alle esigenze di sicurezza e sovranità digitale – senza trascurarne però l’impatto ambientale – sulle quali l’Unione europea sta molto investendo.

Se il legislatore volesse davvero accelerare lo sviluppo dei data center in Italia, quali interventi normativi sarebbero più urgenti?

Per accelerare davvero lo sviluppo dei data center in Italia occorre anzitutto una qualificazione degli stessi come infrastrutture strategiche di rilevanza nazionale, questo cambierebbe la prospettiva della loro realizzazione. A ciò seguirebbero procedure semplificate e accelerate. Sul punto in realtà occorre un intervento europeo che introduca un quadro regolatorio sovranazionale che possa uniformare i criteri in tutta Europa, per una maggiore competizione con i colossi extra-UE.

In ogni caso:

  1. è necessario rendere più efficace la semplificazione introdotta dal D.L. 21/2026, prevedendo termini autorizzativi perentori e meccanismi sostitutivi in caso di inerzia, così da garantire certezza agli operatori;
  2. occorre una pianificazione nazionale che individui aree idonee e riduca le disomogeneità territoriali, integrando lo sviluppo dei data center con le politiche infrastrutturali ed energetiche (come in parte si intravede nel DDL sopra menzionato).

Infine, il nodo centrale resta quello energetico: sono indispensabili misure per rafforzare la rete, incentivare l’autoproduzione da fonti rinnovabili e favorire modelli più sostenibili, come il recupero del calore e la gestione flessibile dei consumi.

Solo un intervento organico potrà facilitare lo sviluppo di infrastrutture come queste che necessitano anche di un ripensamento a livello dimensionale, soprattutto in Italia.

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