AI Radar 2026: perché i CEO continuano a investire in intelligenza artificiale anche senza ritorni immediati

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Nonostante l’incertezza macroeconomica, le tensioni geopolitiche e la pressione sui margini, le imprese non stanno rallentando sull’intelligenza artificiale. Al contrario, nel 2026 l’intelligenza artificiale compie un salto di status: da iniziativa tecnologica a leva strategica su cui i CEO sono pronti a scommettere anche prima che i ritorni economici siano pienamente visibili. È una scelta consapevole, che riflette la convinzione crescente che restare fermi oggi significhi perdere competitività domani.

Il nuovo AI Radar 2026 di Boston Consulting Group fotografa con chiarezza questo cambio di paradigma. Il 94% dei CEO continuerà a investire in intelligenza artificiale anche in assenza di benefici finanziari immediati e gli investimenti medi saliranno all’1,7% dei ricavi aziendali, più del doppio rispetto al 2025. Un dato che segnala come l’AI sia ormai considerata un’infrastruttura critica, non una voce discrezionale di budget.

Dai CIO ai CEO: l’intelligenza artificiale passa sotto il controllo diretto del vertice

Uno dei segnali più rilevanti che emergono dallo studio riguarda la governance dell’intelligenza artificiale. L’AI non è più un tema confinato ai team IT o all’innovazione: il 72% dei CEO è oggi il principale decision maker in materia, una quota raddoppiata in un solo anno. Ancora più significativo è il fatto che il 50% degli amministratori delegati ritenga che la propria stabilità professionale dipenda dalla capacità di “far funzionare” l’intelligenza artificialein modo concreto.

Questa assunzione di responsabilità diretta segna un passaggio culturale profondo. L’intelligenza artificiale viene letta come una leva capace di ridisegnare strategia, modelli operativi e catene del valore, richiedendo decisioni che non possono più essere delegate. Come sottolinea Christoph Schweizer, CEO globale di Boston Consulting Group, “nonostante le incertezze macroeconomiche, l’intelligenza artificiale è ormai una priorità non negoziabile per le imprese. Non è più un’innovazione confinata ai team IT, ma una leva che sta ridisegnando strategia e operazioni, con i CEO che assumono un ruolo guida diretto”.

AI agent e agentic AI: dove i CEO vedono il ritorno

Se c’è un ambito in cui la fiducia dei CEO appare particolarmente elevata, è quello degli AI agent. Il 90% dei vertici aziendali si aspetta ritorni misurabili già nel 2026 e oltre il 30% degli investimenti complessivi in intelligenza artificiale è destinato all’agentic AI. Non si tratta di semplici strumenti di supporto, ma di sistemi capaci di operare in modo sempre più autonomo lungo interi processi aziendali.

Gli agenti intelligenti vengono percepiti come il vero motore di creazione di valore perché consentono di superare la fase sperimentale dell’intelligenza artificiale, integrandola end-to-end nei flussi operativi. Questo spiega perché, nelle organizzazioni più avanzate, l’agentic AI non è confinata a casi d’uso isolati, ma diventa parte strutturale del modo di lavorare, con impatti diretti su produttività, qualità e time-to-market.

Europa più prudente, ma sempre più convinta

La fiducia nell’AI cresce ovunque, ma con velocità e motivazioni diverse. In Europa, il 61% dei CEO si dichiara fiducioso nella capacità dell’intelligenza artificiale di generare valore, una percentuale inferiore rispetto ad Asia e India, ma accompagnata da una maggiore attenzione a rischio, sicurezza e compliance. È un approccio più cauto, che riflette il contesto normativo e culturale europeo, ma che non frena gli investimenti.

Anche le imprese italiane si muovono in questa direzione, accelerando su competenze, agenti intelligenti e trasformazione dei processi core. L’AI viene sempre più vista come uno strumento per rafforzare la resilienza organizzativa e la capacità di adattamento, non solo come leva di efficienza di breve periodo.

Trailblazer, Pragmatist e Follower: la leadership fa la differenza

Lo studio individua tre profili distinti di leadership rispetto all’adozione dell’AI. La maggioranza dei CEO rientra nella categoria dei Pragmatist, leader che credono nel potenziale dell’intelligenza artificiale  ma investono solo quando il valore atteso è chiaro e il rischio percepito contenuto. All’estremo opposto si colloca un 15% di Trailblazer, i pionieri che guidano una trasformazione AI end-to-end, con investimenti decisi e una forte convinzione sulla capacità dell’AI di generare ritorni misurabili.

La differenza tra questi gruppi emerge con forza sul fronte delle persone. I CEO Trailblazer destinano in media fino al 60% del budget AI alla formazione e alla riqualificazione della forza lavoro, più del doppio rispetto a Pragmatist e Follower. È un dato che chiarisce come la creazione di competenze diffuse sia considerata un fattore chiave per trasformare l’adozione dell’intelligenza artificiale in vantaggio competitivo duraturo.

Tutti i settori investono, ma a velocità diverse

L’aumento degli investimenti in intelligenza artificiale riguarda tutti i settori, anche se con intensità differenti. Nel 2026 il comparto tecnologico guida la classifica con investimenti pari al 2,1% dei ricavi, seguito dalla finanza al 2,0%. Industria e real estate restano più indietro, con uno 0,8%, ma anche in questi ambiti la traiettoria è chiaramente crescente.

Il dato trasversale è che nessun settore può permettersi di restare alla finestra. La percezione diffusa è che l’AI stia rapidamente ridefinendo cosa significhi essere competitivi e che il vero rischio non sia investire troppo presto, ma arrivare tardi.

Una scommessa che guarda oltre il breve periodo

Il messaggio che emerge dal BCG AI Radar 2026 è netto. L’intelligenza artificiale non è più valutata solo in base al ROI immediato, ma come una scommessa strategica sul futuro dell’impresa. I CEO lo sanno e sono disposti ad assumersi il rischio di investire oggi per costruire le basi della competitività di domani.

In un contesto economico incerto, l’intelligenza artificiale diventa così una scelta di leadership. Non perché garantisca risultati facili o immediati, ma perché rappresenta uno dei pochi strumenti in grado di ridisegnare in profondità modelli di business, processi e capacità organizzative. Ed è proprio su questa visione di lungo periodo che, nel 2026, si gioca la vera differenza tra chi guida il cambiamento e chi lo subisce.

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