AI Diffusion Report: Italia al 27,8%, ma il gap globale continua a crescere

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L’AI Diffusion Report 2025 pubblicato dal Microsoft AI Economy Institute mette nero su bianco due dinamiche che stanno avanzando insieme: da un lato la crescita costante dell’adozione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa, dall’altro l’ampliamento del divario tra Nord e Sud del mondo. Il risultato è una fotografia utile perché non si limita a dire che “l’AI cresce”, ma prova a quantificare dove cresce di più, dove cresce di meno e quali fattori sembrano accelerare o frenare la diffusione.

Nel secondo semestre 2025, l’adozione globale degli strumenti di AI generativa raggiunge il 16,3% della popolazione mondiale, in aumento rispetto al 15,1% del primo semestre, pari a un progresso di 1,2 punti percentuali. Tradotto in termini pratici, circa una persona su sei nel mondo ha usato un prodotto di AI generativa per studiare, lavorare o risolvere problemi. Per una tecnologia entrata da poco nel mainstream, è un ritmo sostenuto, ma non uniforme.

AI Diffusion Report e metodologia: perché il dato non è “un sondaggio” e cosa misura davvero

Un elemento rilevante del report è la scelta della metrica. Microsoft definisce la “diffusione” come la quota di persone che, nel periodo considerato, ha utilizzato un prodotto di AI generativa. Il dato deriva da telemetria Microsoft aggregata e anonimizzata e viene poi corretto per tenere conto di variabili che alterano la comparabilità tra Paesi: quota di mercato di sistemi operativi e dispositivi, penetrazione Internet e popolazione nazionale.

In sostanza, non è un questionario, né una stima basata su panel dichiarativi. È un indicatore costruito a partire da segnali d’uso osservati, con un passaggio di normalizzazione per rendere le economie confrontabili. È anche il punto in cui il report ammette implicitamente un limite: nessun singolo indicatore può catturare tutta la complessità dell’adozione, e la metrica stessa è destinata a evolvere e ad essere affiancata nel tempo da ulteriori indicatori.

Questo conta soprattutto per la lettura politica e industriale del dato. La classifica non dice chi “innova di più”, né chi “sviluppa i modelli migliori”, ma dove l’uso sta diventando più comune nella popolazione in età lavorativa. E non sempre le due cose coincidono.

Adozione AI in Italia nel 2025: crescita moderata, allineata alle economie avanzate di fascia media

Nel dataset del report, l’Italia chiude il 2025 con un’adozione del 27,8% tra la popolazione in età lavorativa, in crescita di 2 punti percentuali rispetto al primo semestre (25,8%). È un incremento significativo ma non “esplosivo”, coerente con uno scenario in cui l’adozione cresce soprattutto grazie a una combinazione di uso consumer e progressiva integrazione nei flussi di lavoro, più che per effetto di una singola discontinuità.

Il valore italiano colloca il Paese vicino a economie europee comparabili per maturità digitale complessiva, e a distanza dai leader assoluti. Il report, infatti, evidenzia come le economie che hanno investito con maggiore anticipo su infrastruttura digitale, competenze e adozione nella PA continuino a mantenere vantaggi misurabili nella diffusione dell’AI.

Global North vs Global South: la crescita c’è, ma il gap si allarga fino a 10,6 punti

Il passaggio più netto del report riguarda il divario globale. Nel secondo semestre 2025 l’adozione nel Nord del mondo cresce a una velocità quasi doppia rispetto al Sud del mondo. La conseguenza è un differenziale che si amplia: nel Nord globale usa strumenti di AI il 24,7% della popolazione in età lavorativa, nel Sud globale il 14,1%. Il gap tra le due aree passa da 9,8 a 10,6 punti percentuali.

Questo tipo di dato è rilevante perché sposta la discussione dall’idea che l’AI “si diffonderà ovunque” a un’ipotesi meno rassicurante: la tecnologia si diffonde, ma rischia di amplificare disparità pregresse, soprattutto dove mancano tre precondizioni tipiche dei Paesi leader: connettività stabile, disponibilità di dispositivi e competenze diffuse che rendano l’AI uno strumento quotidiano e non un servizio episodico.

I leader della classifica: Emirati e Singapore davanti, ma la storia interessante è cosa c’è dietro

In testa alla classifica restano gli Emirati Arabi Uniti, che arrivano al 64,0% (dal 59,4% del primo semestre), seguiti da Singapore al 60,9% (dal 58,6%). Sono numeri che raccontano molto più di un “paese che usa più AI”: suggeriscono ecosistemi dove l’AI entra con naturalezza nei servizi, nella didattica, nel lavoro e, soprattutto, dove lo Stato ha un ruolo di facilitatore dell’adozione.

Il report collega la leadership degli Emirati anche a una strategia di lungo periodo, iniziata prima dell’ondata generativa, che combina governance, sperimentazione regolatoria e attrazione di talenti. Qui l’adozione non sembra la somma di iniziative isolate, ma l’esito di una politica industriale e istituzionale coerente.

Il caso Stati Uniti: eccellenza su modelli e infrastrutture non garantisce adozione di massa

Un altro punto che merita attenzione è la posizione degli Stati Uniti. Il report sottolinea una contraddizione solo apparente: gli USA guidano su infrastrutture AI e sviluppo di modelli di frontiera, ma scendono dal 23° al 24° posto per diffusione d’uso, con un tasso del 28,3% tra la popolazione in età lavorativa.

Il messaggio implicito è che la leadership tecnologica non si traduce automaticamente in penetrazione capillare. La diffusione dipende da fattori che vanno oltre la disponibilità di modelli avanzati: accessibilità economica, integrazione nei prodotti di uso quotidiano, alfabetizzazione digitale e percezione di utilità reale. In altre parole, si può essere “hub di innovazione” e allo stesso tempo avere una quota di popolazione che usa l’AI meno di economie più piccole ma altamente digitalizzate.

Corea del Sud: una crescita rapida, spinta da politiche pubbliche, lingua e prodotti consumer

La Corea del Sud è descritta come la storia di successo più chiara di fine anno. Sale di sette posizioni, dal 25° al 18° posto, con la diffusione che passa dal 25,9% al 30,7% nel secondo semestre (+4,8%). Il report attribuisce l’accelerazione a tre driver che, combinati, diventano una ricetta replicabile solo in parte: politiche governative che istituzionalizzano l’adozione, miglioramento delle capacità dei modelli nella lingua coreana e funzionalità consumer che hanno abbassato la soglia d’ingresso.

C’è un passaggio significativo anche per chi osserva il mercato dei modelli: l’adeguatezza linguistica non è un dettaglio, ma una condizione di adozione. Se l’AI funziona male nella lingua d’uso quotidiano, resta una curiosità; quando diventa affidabile, entra in scuola, lavoro e servizi. Il report lega questo punto anche alla crescita di ChatGPT nel mercato coreano e alla decisione di OpenAI di aprire un ufficio a Seoul, un indicatore indiretto di domanda e centralità del Paese nella traiettoria commerciale dell’AI.

DeepSeek: open source e gratuità come leva di diffusione, con un risvolto geopolitico esplicito

Il fenomeno più “disruptive” del report è l’ascesa di DeepSeek. La tesi è chiara: offrire un modello con licenza MIT e un chatbot gratuito riduce barriere finanziarie e tecniche che, per molte aree del mondo, sono il vero collo di bottiglia dell’adozione. Non a caso, l’adozione resta bassa in Nord America ed Europa, ma cresce in modo marcato in Cina, Russia, Iran, Cuba, Bielorussia e in diverse aree africane.

Nel caso africano, il report cita anche un elemento industriale: la spinta tramite promozione strategica e partnership con attori come Huawei. Qui la diffusione dell’AI smette di essere solo “tecnologia” e diventa distribuzione, canale, presenza infrastrutturale e capacità di portare un servizio dove altri provider sono limitati da restrizioni, pagamenti o assenza di localizzazione.

Il sottotesto è geopolitico e non particolarmente nascosto: la competizione USA-Cina passa anche da una corsa a promuovere l’adozione dei rispettivi modelli, non solo a svilupparli. E un modello open source, gratuito e facilmente distribuibile può funzionare da acceleratore nei mercati dove la prima ondata di AI non è arrivata.

Cosa dice davvero il report: la prossima ondata di utenti non è garantita, va “abilitata”

Messo insieme, l’AI Diffusion Report 2025 racconta un mondo che sta adottando l’AI a ritmi notevoli, ma con benefici distribuiti in modo sempre meno simmetrico. Il punto non è soltanto etico. È anche economico: se l’adozione rimane concentrata nelle economie ad alto reddito, la produttività, le competenze e l’innovazione rischiano di polarizzarsi ulteriormente.

Per questo la parte più utile del report non è la classifica in sé, ma la relazione tra diffusione e condizioni abilitanti: infrastruttura digitale, competenze, adozione pubblica, accessibilità economica, qualità linguistica e disponibilità di prodotti consumer che rendano l’AI “normale”. In parallelo, il caso DeepSeek suggerisce che gratuità e open source possono cambiare rapidamente la mappa, ma aprono anche interrogativi su standard, sicurezza e governance quando la diffusione corre più veloce della capacità di controllo.

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