La scorsa settimana, al Forum PA s’è parlato molto anche di software aperto: normative, speranze e casi di eccellenza. Ma è ormai disponibile anche un quadro di riferimento completo: parola di Roberto Galoppini.
L’Open Source sta continuamente aumentando il suo impatto sul mondo del software, ma le differenze del suo modello di sviluppo completo, nel tempo e rispetto a tutte le componenti, sono ancora allo studio. Durante l’ultimo ForumPA l’argomento è stato trattato a vario livello: convegnistico, espositivo, giornalistico. Due le sessioni specifiche, una coordinata da Fiorello Cortiana e un’altra da Roberto Galoppini, tra l’altro relatore nel primo evento.
“Tra cooperazione e competizione: la sintesi necessaria per la diffusione dell’open source” era il lungo titolo dell’evento organizzato da Galoppini, esperto ben noto nell’ambiente, oltre che per l’attività imprenditoriale nel settore e per aver fondato il primo consorzio italiano di imprese open source; collabora con progetti di ricerca europei ed ha fatto parte della Commissione Open Source del Ministero delle Autonomie Produttive.
La presentazione è doverosa per mettere in evidenza come le esperienze narrate nella sua sessione abbiano contribuito a formare un quadro pratico su come affrontare l’open non nello sviluppo di codice ma nella sua acquisizione (se compratore) e promozione (se venditore).
Il software Open Source è oramai ben posizionato in vasti ambiti commerciali e tende ad occupare tutto lo spazio che non è direttamente collegato al “core business”. Nella PA l’impegno risulta crescente sia a livello locale o nazionale, sia su scala internazionale, tanto che la stessa Comunità Europea ne ha espressamente raccomandato l’impiego. In Italia il lavoro impostato dal precedente governo va considerato buono: lo stesso Stato centrale, con il Codice dell’Amministrazione Digitale, gli articoli 892 ed 895 delle legge finanziaria 2007 e gli avvisi per il Riuso, invita i pubblici funzionari ad utilizzare formati aperti, a privilegiare programmi a sorgente aperto e a riutilizzare esperienze e tecnologie, ma l’impatto di tale iniziative risulta piuttosto limitato e frammentato.
Nell’immaginare che anche il nuovo governo trovi valida questa linea di principio, va però evidenziato che l’adozione effettiva di soluzioni OS nella PA è basso.
“Al di là di alcune eccellenze, rappresentate da pubbliche amministrazioni, replicare tali esperienze risulta complesso”, ha detto Galoppini presentando la sessione; “certo non aiuta l’assenza di reti di imprese, centri di competenza ed altri organismi di aggregazione di soggetti pubblici e privati”.
Tra le quattro relazioni presentate è sembrato un caso di studio completo l’approccio al marketing dell’Open Source di Italo Vignoli per il Plio, chiuso su un argomento specifico ma ben integrato con quelli degli altri relatori, Davide Gorini (Comune di Roma), Flavia Marzano (UnaRete) e Paolo Zocchi (Affari Regionali). “L’open standard si esprime al massimo quando attorno al partner tecnologico si creano ecosistemi”, ha commentato Galoppini per illustrare il suo modello, completo non solo nello sviluppo ma anche e ormai soprattutto nel finanziamento e nella promozione.
Appunti per un ecosistema
L’impostazione divulgativa di Galoppini non si è potuta sviluppare appieno in questo evento, ma è già dettagliata nelle sue prossime linee. Punto primo, internazionalità della rete. “Nel mio evento ideale porterei Roberto Di Cosmo”, propone l’altro Roberto.
Di Cosmo è Docente di Informatica all’Università di Parigi VII; partendo dalle esperienze francesi è molto critico sulle responsabilità dell’apparato amministrativo del Governo Italiano in riferimento alla mancata innovazione del sistema informatico con l’open source contro il proprietario. “Effettivamente occorrerebbe imitare le esperienze francesi”, commenta il “nostro” Roberto, “per la loro capacità di far incontrare domanda ed offerta mediante un processo di definizione dei bisogni aperto e trasparente. “Ad oggi, con i fondi della finanziaria, non abbiamo avuto altrettanta fortuna”, ma si può sperare ancora.
Un altro tassello viene dalla Finlandia. Un coordinamento anche finanziario dell’attività su scala nazionale è svolto da Petri Rasanen del Coss, “che in Europa è l’unico centro di quel tipo ad esistere da cinque anni e con grossi investitori, Nokia certo ma anche IBM ed HP”. “L’open abbassa la soglia di convenienza nell’implementazione di nuovi servizi”, dice Petri nelle sue relazioni, “ma richiede competenze locali attraverso comunità collegate a livello internazionale ma molto legate al territorio”, da seguire e finanziare inizialmente su scala nazionale.
Proprio il finanziamento di iniziative è la parte più difficile, perché il denaro cerca proprietà intellettuali definite e normate e per definizione l’OS non ne ha. “Sono in molti a doversi confrontare con il capitale di ventura”, annota Galoppini, “ma abbiamo business angels e veri e propri venture capitalist italiani che lavorano anche su iniziative aperte”.
Un’iniziativa interessante in tal senso è stata Mind the Bridge, un concorso per aziende alla ricerca di venture capital che nel suo nome giocava sulla collocazione geografica del capitale di ventura, per gran parte nella Silicon Valley di cui San Francisco, con il suo ponte, è il porto. Quella iniziativa no-profit ha tra i suoi animatori gli italiani Marco Marinucci (Google) e Fabrizio Capobianco (Funambol), che possono dare non solo consigli ma anche indirizzi e partecipano continuamente a vetrine sul venture capitalism italiano.
Un personaggio di questa categoria e livello certamente chiuderebbe il cerchio che Roberto si ripropone di disegnare all’interno del suo ecosistema ideale.





