L’avvento dell’Open Model

La filosofia aperta può essere spostata dal codice sorgente al relativo modello concettuale. È questo l’obiettivo di Fhoster, startup italiana che cerca visibilità non solo online ma anche nei barcamp e tra i venture capitalist.

L’OpenCamp di Roma ha riaffermato la disponibilità al confronto della comunità open source, mostrando l’attualità del modello barcamp. In negativo, viene confermata anche la necessità di fare comunicazione mirata prima dell’evento, onde assicurarsi la copertura dei principali argomenti del momento. I puristi obietteranno che si snatura il senso del barcamp, ma in sé anche dedicarne uno all’open source è una deformazione dal progetto iniziale.

Un’altra deformazione può apparire la presenza all’OpenCamp di una start-up di software non aperto, ma ovviamente così non è, visto che spesso queste realtà aderiscono con entusiasmo -come fu per Yoo+ allo ZenaCamp del 2007- arricchendo questi eventi di sviluppi e casi aziendali altamente didattici.

All’OpenCamp era presente Fhoster, una startup internet d’imminente costituzione che si propone di sfruttare commercialmente una tecnica di modellazione concettuale del software avviata nel 2002. Il risultato è LiveBase, che fonde il paradigma SaaS con quello dello sviluppo basato su modelli in un più completo modello Paas, Platform as a Service. Ne abbiamo parlato con il fondatore e CEO, Antonio Leonforte.

Qual è l’obiettivo di LiveBase?
Puntiamo a realizzare un ambiente che consenta alle piccole e piccolissime imprese di modellare autonomamente dei veri e propri sistemi informativi su misura.

Ma cosa c’entra con l’Open Software?
Tutto, anzi è più open dell’open source, anche se una startup come noi non può adottare da subito una politica totalmente aperta sul codice. Ma fermarsi al codice limita il modello open: per l’utente medio, l’open source è spesso un insieme di file incomprensibili da compilare ed installare usando gli script in dotazione, operazioni da adepti alla setta degli informatici. Mentre molte persone conoscono un’attività commerciale e vorrebbero operare liberamente su di essa senza conoscerne i meandri. E LiveBase lo permette, perché consente ed incoraggia agli utenti a pubblicare e condividere i propri modelli concettuali.
LiveBase sposta la filosofia open su un livello di astrazione superiore rispetto a quello del sorgente… da cui il titolo della nostra presentazione qui all’open camp: LiveBase – from open source to open models.

E con il barcamp?
L’OpenCamp 2008 è il nostro secondo barcamp, dopo il VentureCamp 2007. Per noi è un’occasione economica per uscire dalla rete e di confrontarci per raccogliere commenti ed allenarci alla comunicazione, in vista del prossimo round di finanziamento, e magari per conoscere qualche bravo sviluppatore da assumere.

Come vede il fenomeno Saas?
Penso che il fenomeno SaaS abbia un grandissimo potenziale ancora da esprimere, specie nello small business, dove spesso scarseggia il budget e la competenza per configurare e gestire dei server propri. In un momento di crisi economica come questo, inoltre, il modello SaaS permette alle aziende di evitare investimenti iniziali in licenze, e di pagare il software un funzione del suo effettivo utilizzo.

E il segmento Paas?
Oggi tutti i player adottano un modello di sviluppo centrato sull’interfaccia utente, cercando di replicare sul web un tradizionale ambiente di sviluppo visuale vecchio di oltre vent’anni, molto versatile ma che richiede comunque una buona capacità di programmazione.
Ad oggi, LiveBase è l’unica piattaforma PaaS che non costringe l’utente a definire il comportamento dinamico dell’applicazione che vuole realizzare, e che non richiede la comprensione di concetti dinamici come evento, istruzione, sequenza di istruzioni o algoritmo.
Al contrario di tutti i suoi concorrenti, LiveBase non si propone come piattaforma di sviluppo general-purpose ma indirizza con precisione l’esigenza che molte piccole imprese hanno, di controllare, condividere, sfruttare meglio e razionalizzare in un unico sistema un patrimonio di dati strutturati che è spesso disperso in una miriade di fogli excel o basi dati Access artigianali.

Quanto mi costa la semplicità?
Le applicazioni LiveBase sono configurabili in termini di struttura delle informazioni gestite, non in termini di operazioni nativamente eseguibili su quelle informazioni, operazioni che restano sostanzialmente quelle di inserimento, modifica, navigazione, interrogazione e cancellazione. Per compensare questa debolezza LiveBase equipaggia tutte le applicazioni generate con una serie di funzionalità di base che consentono di elaborare e presentare i dati in modo molto sofisticato e personalizzabile. Inoltre, per i programmatori esperti, è sempre possibile richiamare logica applicativa esterna attraverso web services. Per i lettori più tecnici sottolineo che le applicazioni LiveBase, anche laddove non richiamino web services esterni, sono molto di più di un semplice front-end verso un database relazionale, perché supportano nativamente funzionalità molto avanzate come ad esempio composizioni, vincoli di cardinalità arbitrari, logging e locking a livello applicativo, controllo fine degli accessi specifico per classe, attributo e singolo oggetto.

Come vede il venture capitalism in Italia?
Avendo cercato il nostro seed per più di un anno mi sono fatto l’idea che in Italia il capitale di rischio sia quasi totalmente orientato a finanziare l’espansione o la quotazione di aziende già grandi. Le opportunità di finanziamento per le vere startup sono davvero poche.

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