Siamo numeri: l’anonimato non è più il problema, su Web si conta per come ci si muove.
In settimana si è parlato di un’indagine del New York Times su come stanno le cose in fatto di tracciabilità delle nostre azioni su Internet.
L’indagine, realizzata per il quotidiano niuiorchese dalla società di ricerca comScore, ha fatto luce sul perché le aziende Web sono interessate all’attività di browsing dell’utente: dove va, cosa vede, cosa fa o anche cosa non vede cioè, abitudini, gusti, speranze, ma anche paure.
Sono dati che gli servono per capire come impostare gli inserimenti pubblicitari in termini di posizione, tono, tempi.
Per i colossi del Web è importante sapere cosa dire, dove, quando, e anche cosa non dire con la pubblicità. In tutto questo la reale identità della persona importa meno di prima.
Conta di più la sua forza numerica, ossia se il suo comportamento e movimento è analogo a quello di altri.
Per esemplificare, a dicembre comShare ha analizzato 15 delle maggiori società Web registrando i dati dei motori di ricerca, delle visualizzazioni di messaggi pubblicitari, video e pagine.
Tutte azioni catalogate come “eventi di trasmissione dati”.
Le cinque sorelle (in ordine alfabetico: Aol, Google, Microsoft, MySpace e Yahoo) hanno totalizzato 336 miliardi di “eventi dati” nel mese, senza contare quelli delle reti pubblicitarie loro collegate.
Solo Yahoo ne ha raccolti 110 miliardi, 811 per utente medio. Dato che sale a 1.709 se ci mettiamo anche quelli derivanti dalle reti collegate, come eBay.
Il che fa capire perché il database della società possa valere più di 40 miliardi di dollari.
Seguono MySpace e Aol.
Indietro Microsoft e Google, che peraltro fa vanto di non usare il modello di analisi storica per scegliere la pubblicità.
Una delle conclusioni a cui è giunto il Nyt è quella di un nuovo digital divide che si sta instaurando: quello fra queste società Web e il vecchio mondo dei media (giornali e tv) che è passato su Internet cercando di riproporre il tradizionale rapporto diffusionale con lettori e utenti, quello della readership e dell’auditel.
Invece sta emergendo un modello in cui non contano tanto le “copie”, quanto la conoscenza di come la gente si muove.





