E-commerce: l’immobilismo si paga

L’assenza di una cultura positiva e il digital divide sono tra i fattori che impediscono il recupero dei ritardi accumulati.

In ossequio al nuovo dogma del Web 2.0 anche l’e-commerce nel mondo diventa più social. Una tendenza che in Italia inizia a intravedersi con il nuovo sito di Feltrinelli, ma che in pratica è quasi inesistente.

D’altronde qui i problemi sono altri.

Secondo il rapporto di Casaleggio Associati sul mondo del commercio elettronico vista da questo punto di osservazione l’Italia appare un paese immobile.
La crescita c’è sempre 42,2% ma il ritardo rispetto agli altri Paesi non accenna a diminuire.

Rispetto allo scorso anno c’è anche qualche segnale negativo. La spesa online non funziona, tanto che qualcuno ha chiuso e gli altri hanno ridimensionato l’offerta.
Il digital divide permane e questo non favorisce di certo le vendite online.
Aree marginali del Paese, nel senso che spesso sono lontane dai grandi centri, non hanno connessioni decenti (il 52% dei comuni liguri, per esempio) e potrebbero portare un po’ di fatturato in più soprattutto per quei beni, turismo e libri, che non hanno rete vendita capillari lungo la Penisola.
 
Ma si tratta di dettagli.

Di certo rimane il fatto che molte aziende non amano l’e-commerce neanche in versione b2b (e magari qualche motivo valido ce l’hanno) e che i consumatori continuano a preferire Internet per informarsi e meno per acquistare.

L’e-commerce fino a oggi non si è dimostrato particolarmente conveniente dal punto di vista dei prezzi.

La famosa disintermediazione non ha portato tutti questi benefici visto che poi ci sono sempre, o almeno spesso, le spese di trasporto.

E poi, come giustamente ha osservato Edoardo Giorgetti di Banzai non esiste una cultura positiva verso l’e-commerce. Anni di articoli sulle truffe online alla fine qualche risultato lo danno.

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