Le banche sulla via dell’integrazione

Una ricerca mondiale di Ibm su come deve cambiare la banca nel mercato globale. Italia: indice di rischio medio, ma buone prospettive di crescita a lungo termine.

Ibm ha reso noti i risultati di uno studio globale sull’evoluzione del settore bancario, “No bank is an island: get global before globalization gets you”, da cui emerge che il 69% dei manager riconosce che la propria organizzazione non sta ancora adottando un approccio globalmente integrato.

In altri termini, sono poche le banche in grado di operare con efficacia al di fuori del mercato nazionale di riferimento o di competere sui mercati emergenti come la Cina, la Corea del Sud, l’India, l’Irlanda e la Turchia, dove la domanda di nuovi prodotti e servizi bancari è destinata a crescere con grande rapidità.

Lo studio condotto dall’Ibm Institute for Business Value in collaborazione con l’Economist Intelligence Unit include le risposte dei manager del settore, che sono stati chiamati a valutare l’impatto della globalizzazione sul mercato bancario.

Ibm ha intervistato 644 business leader di 89 Paesi e 320 aziende (istituti bancari nazionali/locali, cooperativi, casse di risparmio, istituti per il credito edilizio, banche specializzate e banche-boutique, vendor di settore e service provider).

Sono state realizzate interviste qualitative con 184 executive e in collaborazione con l’Economist Intelligence Unit sono stati ascoltati 460 executive. I professionisti coinvolti nello studio risiedono per il 30% nelle Americhe, per il 32% in Asia-Pacifico e il 38% è distribuito fra Europa, Medio Oriente e Africa.

Per il 75% di loro le banche internazionali sono quelle meglio preparate rispetto alla globalizzazione (in fatto di risk management), ma quelle specializzate risultano avvantaggiate nelle aree di crescita critiche.

La collaborazione permetterà alle banche di definire le competenze strategiche necessarie a cogliere le opportunità di crescita e di efficienza. Più della metà degli intervistati ha affermato che cercherà di stabilire relazioni strategiche con service provider e vendor esterni al settore bancario nei prossimi cinque anni. Il 40% ha addirittura ammesso di voler cercare la collaborazione con gli istituti di credito concorrenti.

Tra le competenze che le banche intenderebbero incrementare attraverso tali rapporti di collaborazione, un buon numero ha indicato l’efficacia strategica corporate e del front office tramite partnership a livello di vendite (38%), di strategia e pianificazione (32%) e di risk management (28%).

Dallo studio emerge anche che le banche continuano a separare la convenienza dalla consulenza e dal servizio: il 65% degli executive ritiene la convenienza un elemento fondamentale, ma solo il 19% ne considera l’incremento una priorità. Circa il 30% degli intervistati considera gli operatori di servizi di online e mobile banking come una minaccia al proprio business.

Riguardo l’integrazione globale, il 51% delle banche internazionali ritiene di possedere capacità appena sufficienti o addirittura scarse. Sarà il salto verso una struttura più flessibile e globalmente integrata, quindi, che permetterà loro di cogliere le opportunità sia in termini di guadagni che di costi.

Un’estrapolazione dei dati riguardanti l’Italia dice che il nostro paese presenta potenzialità di rischio a medio termine marginalmente superiori rispetto a quelle di altri mercati maturi.

Con un indice di rischio a medio termine combinato pari a 11, l’Italia è al diciassettesimo posto ex-aequo con Malesia, Polonia e Corea del Sud nella classifica dei 35 Paesi analizzati.

Facendo seguito a un declino del credito interno reale (ovvero il credito esteso ad aziende, famiglie e Stato) negli ultimi anni, però, per l’Italia si prevede una buona crescita del mercato nel prossimo futuro. Il Cacg, o tasso di crescita annuo composto, per il periodo 2005-2025 è stimato nel 6,18%, un dato superiore rispetto alla media di tutti i mercati maturi, che hanno una media pari al 4,20%.

Il mercato bancario italiano è dominato da UniCredit, che possiede una quota di mercato del 36% (destinata a crescere, con il 6% proveniente dall’incorporazione di Capitalia) e che è l’istituto italiano con la più ampia presenza internazionale. Le cinque maggiori banche italiane totalizzano il 73% degli asset, contro una media del 79% per gli altri mercati maturi e del 75% per tutti i 35 Paesi esaminati.

L’istituto di Alessandro Profumo è seguito da Banca Intesa (con il 13% della quota asset), SanPaolo Imi (12%) e Monte dei Paschi di Siena (7%).

L’Italia però possiede una capitalizzazione del mercato azionario inferiore a quella delle più importanti economie.

L’indice del grado di evoluzione del settore finanziario italiano è sceso leggermente negli ultimi anni passando dal 3,8 del 1995, quando l’Italia era in diciassettesima posizione tra i 35 Paesi analizzati, al 3,5 del 2005, al ventesimo posto della classifica.
Il punteggio attuale è pari a 3,6, equivalente alla ventunesima posizione, ma per il 2025 dovrebbe salire al 4,1 ottenendo il diciottesimo posto.

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