Due persone su tre perseguono obiettivi di cambiamento, almeno nel breve periodo. Chi desidera farlo, trova maggiori opportunità all’esterno, perché la mobilità intra-aziendale ha subìto un rallentamento
Abbiamo visto finora una fotografia dell’universo delle figure professionali
dell’Ict. Questa fotografia però è il risultato di una sequenza
di immagini che si sono succedute nel tempo e che contribuiscono di volta in
volta a rappresentare un quadro differente. Infatti, la figura professionale
che vediamo oggi è la naturale evoluzione di un percorso di crescita
che ha compiuto o che ha appena intrapreso, e che continuerà nei prossimi
anni. La dinamicità, del ruolo e delle competenze, sembra essere la condizione
essenziale per la crescita del settore, ma spesso è anche un’esigenza
propria del singolo.
Non sempre le aspettative del singolo trovano un riscontro, anche se, in generale,
i rispondenti alla nostra indagine non sembrano avanzare particolari elementi
di insoddisfazione, né peraltro, di soddisfazione, ma si mantengono su
posizioni di assoluto equilibrio. È però importante, al di là
del livello di soddisfazione, capire quali sono gli elementi che concorrono
alla valutazione della propria occupazione.
Le persone più soddisfatte del loro attuale impiego sono quelle che hanno
raggiunto la posizione desiderata, spesso anche rinunciando alle garanzie offerte
dal posto fisso e ridimensionando le aspettative economiche. L’importante,
tuttavia, è che la posizione occupata offra ulteriori sbocchi di crescita,
anche attraverso un chiaro percorso formativo, e sia inserita in un contesto
aziendale positivo.
Le persone meno soddisfatte della propria posizione, per contro, trovano forti
vincoli alla crescita professionale legati alla mancanza di chiari percorsi
di sviluppo delle competenze. In generale, la retribuzione rappresenta una criticità
nella contrattazione tra dipendente ed azienda.
Un certo dinamismo nella professione viene percepito come un valore, un’opportunità
per il lavoratore. Non è un caso che anche chi è soddisfatto dell’attuale
occupazione miri comunque a cambiare il proprio ruolo, magari semplicemente
assumendo maggiori responsabilità all’interno della propria area
di azione. Merita tuttavia una riflessione constatare come il 40% delle risorse
ambisca a cambiare azienda, piuttosto che cercare un avanzamento di carriera
verticale all’interno della realtà in cui si trova attualmente.
Due persone su tre, tuttavia, non perseguono obiettivi di cambiamento, almeno
nel breve periodo, o semplicemente desiderano farlo come naturale evoluzione
del proprio ruolo all’interno dell’azienda di cui attualmente fanno
parte.
Questo dato, può avere due chiavi di lettura, una più positiva,
una meno: la prima indicherebbe come le aziende cerchino di realizzare una corrispondenza
tra le proprie necessità e quelli che sono i desiderata delle proprie
risorse; la seconda, meno positiva, giustificherebbe la mancanza di desiderio
di cambiare azienda con il timore di peggiorare la propria situazione in un
mercato che presenta ancora incertezze (processi di concentrazione in atto,
e così via).
Spesso il cambiamento all’interno della propria azienda, abbiamo detto,
significa semplicemente un avanzamento di carriera all’interno della stessa
area di riferimento. In generale, chi desidera cambiare area funzionale, trova
maggiori opportunità all’esterno: se infatti, all’interno
della stessa azienda, un avanzamento di carriera viene meglio riconosciuto all’interno
della stessa area come un normale riconoscimento della senioriy acquisita, cambiare
area mette in atto una serie di meccanismi differenti, legati anche alla necessità
di ricreare equilibri tra le risorse, che non tutte le aziende sono in grado
di affrontare.
Rispetto al passato, il fenomeno del job posting interno si è notevolmente
ridotto: in parte perché anche la mobilità intra-aziendale ha
subìto un rallentamento in quanto le strutture sono più stabili
rispetto al passato (con un più ridotto numero di assunzioni o dimissioni
che cambiano gli assetti interni), e quindi anche le strutture diventano meno
flessibili; d’altro canto, la minore propensione all’investimento,
unita alla necessità di contenere e ottimizzare i costi, spinge le aziende
a essere più caute nelle attività di riqualificazione del personale,
portandole invece a mantenere le risorse nei ruoli che ricoprono da più
tempo e in cui l’esperienza consolidata garantisce una maggiore produttività.
È anche per questa ragione che la maggior parte dei cambiamenti di
ruolo avviene al passaggio in un’altra azienda: solo il 40,6% delle persone
che hanno risposto alla nostra indagine hanno cambiato ruolo all’interno
dell’azienda di appartenenza. Si può anche dire che la ragione
principale del cambiamento di azienda da parte di un dipendente sia proprio
la possibilità di ricoprire una posizione migliore rispetto a quella
che si lascia. La mancanza di flessibilità da parte dell’azienda,
quindi, o la sua impossibilità a esserlo, sono spesso la causa della
perdita di competenze.
Ma il mercato del lavoro offre ancora la possibilità di cambiare azienda
con facilità?
Già negli anni scorsi era stato messo in evidenza come il mercato dell’Ict
fosse soggetto a una maggiore rigidità rispetto al passato. In effetti,
è aumentato il tempo di permanenza all’interno della stessa azienda:
il numero di risorse con un’anzianità aziendale superiore ai 10
anni è addirittura raddoppiato in soli tre anni, raggiungendo quota 20%.
Per l’azienda stessa, una struttura stabile è sinonimo di garanzia:
l’investimento fatto su una risorsa viene salvaguardato e anzi acquista
valore nel tempo, al crescere della seniority e quindi, tipicamente, delle competenze;
è anche più facile rafforzare il senso di appartenenza all’azienda
e quindi raggiungere maggiore aderenza ai valori aziendali. Per le risorse,
l’interpretazione del fenomeno è duplice: da un lato, sicuramente
sono più evidenti rispetto al passato i limiti imposti al cambiamento
e una maggiore rigidità nei percorsi di crescita; dall’altro, tuttavia,
può essere interpretato anche come indice di un settore che, rispetto
a qualche anno fa, offre più garanzie di stabilità ai propri addetti,
salvaguardandone la posizione.Sta, quindi, al dipendente trovare il giusto compromesso
tra garanzie di stabilità e desiderio di crescere, e così all’azienda
il compito di trovare programmi di sviluppo delle risorse che siano compatibili
con i propri obiettivi di crescita di business.
Se il tempo di permanenza nella stessa azienda si allunga, parallelamente diminuisce
il numero delle imprese in cui una risorsa si troverà a lavorare nel
corso di un’intera vita lavorativa. Oltre la metà delle risorse
che hanno risposto alla nostra indagine non hanno mai cambiato azienda. Bisogna
dire che fino a qualche anno fa cambiare spesso azienda veniva giudicato come
un fattore positivo: per l’azienda era sinonimo di dinamismo della persona
e le consentiva di acquisire competenze senza doverle costruire ex novo; per
la risorsa era un modo di “bruciare le tappe”, accelerando il percorso
di carriera e vedendo aumentare la retribuzione. In effetti, la minore disponibilità
di risorse economiche, la crisi che ha investito il settore e che ha ridimensionato
i piani occupazionali delle imprese, la necessità di dare maggiore continuità
al settore hanno di fatto contribuito a stabilizzare il mercato del lavoro e
hanno contribuito altresì a una revisione dei modelli di gestione delle
risorse.





