La logica inarrestabile del “fasso tuto mi”.
Prendiamo spunto dalla cronaca: questa settimana ha dettato come termine più battuto da agenzie e redazioni tecnologiche “vmno”, che parola non è, ma orribile sigla per dire Virtual mobile network operator. A volte scritta anche con un cambio di iniziale, come un esercizio da pagina tre della Settimana enigmistica, Mvno.
La sostanza non cambia.
Significa che chi sta facendo un lavoro, si mette anche a vendere collegamenti di telefonia mobile, cioè quanto di più serve e di cui siamo sprovvisti.
Ironie a parte, si attrezza a farlo chi ha già una vasta platea, come le Poste e le società di grande distribuzione.
In Svizzera lo fanno già: la Coop e la Migros sono avvezze alla diversificazione, hanno addirittura una loro banca.
Non passerà tanto tempo prima che da noi questi agglomerati di consumo, che già ora ci danno le medicine, ci possano offrire anche servizi sanitari, o magari darci un surrogato della scuola (del resto il kindergarten nei mall c’è già); della religione no, l’argomento pare non interessi le masse.
È la logica ribaltata del keiretsu, quell’istituzione giapponese in cui si radunavano più imprese impegnate su settori diversi, per condividere fini economici e, soprattutto, etici.
Il rischio dell’attuale modello, in cui un soggetto propone tutto, è quello di attendere al varco il consumatore: il primo che lo prende è suo.
Andrebbero invece lasciati un po’ di gradi di libertà, a beneficio di tutti.
Sempre in questi giorni, infatti, c’è chi ha parlato di “soft economy”, a simboleggiare il recupero dell’identità territoriale ed economica, coniugandola con i tentativi di innovazione.
E la nostra identità storica ci parla di un commercio che ha prosperato sulla specializzazione.
Un retaggio che non andrebbe dilapidato.





