Non è che Google corre troppo?
Larry Page e Sergey Brin, bravi, bravissimi, ma fermarsi un momento per
respirare, forse converrebbe loro e a tutti.
Non passa giorno che non si
registrino novità nella loro attività destinate a fare epoca.
Idem per
quanto riguarda i peana che il mondo gli tributa, economicamente e a
parole.
L’ultimo di questo genere lo si ricava da una ricerca
dell’istituto specializzato Millward Brown Optimor, che ogni anno redige la
classifica del miglior marchio, per capitalizzazione e percezione degli utenti.
Manco a dirlo, quest’anno vince Google, che mette in fila aziende come
Microsoft (terza) e Ibm (nona), tanto per rimanere nel campo dell’It.
Ma
anche Coca Cola, Marlboro e Toyota.
La seconda del ranking, per dire, è
General Electric, valutata 61,9 miliardi di dollari, mentre Google ne vale
66,4.
Cioè una società concepita nel 1996, vale già di più ed è
pubblicamente meglio riconoscibile di una ufficialmente nata nel 1890.
È
troppo, suvvia, un po’ di rispetto per Thomas Alva Edison… Quanto alle
attività, l’ultima è quella della Web history: un servizio che consente
all’utente di tenere memoria di tutto quello che ha fatto su Internet.
I
suoi passi sono tracciati e mantenuti in un database.
Roba da telefilm
con agenti federali, Ncis, anatomopatologi informatizzati, Csi.
I vocati
a far l’Oca del Campidoglio hanno gridato alla violazione di privacy, senza aver
tutti i torti.
Ma al di sopra di tutto, sorge una domanda: che bisogno
c’è?
E arriva anche una parziale risposta: induttori di bisogni, ecco
qual è la professione del duo geniale californiano.
Ossia, una professione
vecchia tanto quanto il capitalismo, che però sappiamo essere un ecosistema non
perfetto per i suoi attori.
Ogni tanto qualcuno esagera e i cocci alle
volte si rompono.





