Un fenomeno intellettuale che sta in una tazzina.
Ultimamente è un fiorire di ricerche e rapporti sul Web 2.0, alias la
Internet fatta e guidata dall’utente.
Sono emerse sostanzialmente due
cose.
La prima da Nielsen//Netratings: sono 11 milioni e più gli utenti
in Italia. E di tutti i blog del mondo (al momento, censimento di Tecnorati, 70
milioni: ma crescono al ritmo di 120mila al giorno) il 3% parla
italiano.
Sempre ultimamente, i blogger dal palato fino, i
maitre-a-penser, cioè quelli che la gente normale, bontà sua, cataloga come
intellettuali, si sono interrogati sull’essere blogger, ponendo quasi le basi
per una piattaforma deontologica, un codice.
Buona l’intenzione, ma si
rischia di andare un po’ oltre. Se Web 2.0 ha da essere, che sia. Lo zero,
spiacerà, ma equivale al numero di regole: qui deve operare solo il buon senso,
la delicatezza personale, la consapevolezza, sopra tutto, che è meglio non
tediare il prossimo, specie con lamenti.
Nell’assistere al dibattito ci
siamo soffermati su una fenomenologia in essere. I suddetti intellettuali hanno
fatto dei propri blog una cerchia: tutti rimandano a tutti gli altri
appartenenti alla stessa.
E la cosa ci ha ricordato l’antica abitudine
che avevano gli intellettuali italiani, da DeChirico a Bianciardi, da Saba a
Cardarelli a Beppe Viola, di incontrarsi a un caffè per scambiarsi idee e
battute.
Allora abbiamo provato a vederli seduti ai tavoli di un caffè
Aragno di Roma, di un bar Giamaica o un bar Gattullo di Milano, di un caffè
Garibaldi di Trieste, per vedere l’effetto che fa. Insomma, non è proprio lo
stesso.
Ma rimane l’idea che i blog e il Web 2.0 nel suo insieme, siano
l’odierno surrogato di quei luoghi d’incontro fisico di un tempo. E per quanto
buono possa essere un surrogato, non sarà mai come un caffè.
Chiedetelo
ai sopravvissuti all’autarchia.
PS: Mentre scrivevamo ci siamo peritati
di vedere se qualcuno aveva registrato il dominio “duepuntozero” in Italia. Si,
e lo usa per fare il duepuntozero Cafè. Under construction.





