Il licensing, così come lo abbiamo conosciuto in passato, non è più tale. La virtualizzazione ha sparigliato il campo, creando un nuovo contesto di regole per chi acquista It.
In questo spazio (Techne – Con parole mie) i protagonisti della tecnologia raccontano e si raccontano, portando alla luce la miscela virtuosa di tecnica ed esperienza al servizio delle esigenze dell’utenza. Parlano sulla base della conoscenza, evitando di fare riferimento alla propria produzione, bensì portando il discorso su un piano generale e fruibile da tutti.
Vi ricordate quando è nata Internet e non si sapeva quale impatto avrebbe prodotto sul software? Ora, guardiamo agli anni trascorsi e rendiamoci conto di come invece ha cambiato le cose modificando radicalmente il mercato.
Oggi l’infrastruttura It è ancor più mission critical (e-commerce, e-mail e altro ancora) di quanto non lo fosse in passato. Inoltre, per mantenere un elevato livello di sicurezza dei sistemi “always-on”, l’utente preferisce avere il software sempre aggiornatissimo all’ultima versione. Per questa ragione i vendor devono prestare attenzione alle policy di vendita delle licenze per non danneggiare i clienti o rischiare che questi cambino piattaforma software.
Inoltre, l’utilizzo sempre più frequente della virtualizzazione ha creato una nuova opportunità di business per i vendor rendendo il concetto di licenza software un argomento “caldo” tra il produttore e l’utente.
Sappiamo che il software di virtualizzazione permette di separare le risorse fisiche di un pc con l’obiettivo di utilizzarle in modo più efficiente e ottenere un notevole risparmio di costi per la gestione, l’hardware e le utility. La concezione attuale di virtualizzazione suppone la suddivisione, permettendo di eseguire ambienti multipli su un solo hardware. La questione del licensing e pricing del software deve essere chiarita poiché la virtualizzazione è una tecnologia che ci riguarda sempre più da vicino.
Prima di tutto analizziamo come le licenze software funzionano oggi, con un esempio molto semplice, ipotizziamo che un utente acquisti un sistema operativo Windows, egli ha il diritto di installarlo su un solo pc. Questo modello ha da sempre facilitato il modo di quantificare i costi, sia per l’utente sia per il vendor.
Però, cosa succede quando questo semplice pc fisico si divide in dieci, o in cento computer “virtuali”che possono essere creati, distrutti e spostati all’interno di pc fisici in pochissimi secondi? E cosa succede quando le applicazioni girano su queste partizioni virtuali? Significa che i fornitori possono moltiplicare i loro guadagni immediatamente e proporzionalmente?
A lato di questa discussione, occorre chiarire che ci sono diverse tecnologie di virtualizzazione che includono quella dell’hardware, quella del sistema operativo o le macchine virtuali. In particolare, la virtualizzazione del sistema operativo permette di creare e far girare ambienti virtuali multipli su un server fisico dotato di una singola copia del sistema operativo e opzionalmente singole copie di applicazioni o middleware.
Ci sono indiscrezioni nel settore circa la possibilità che alcune delle grosse aziende di software possano cambiare le regole basando il costo della licenza su asset virtuali, anziché fisici. Ma, perché l’utente dovrebbe pagare più volte per uno stesso software? La virtualizzazione non aumenta la capacità dei server fisici né aumenta la velocità delle applicazioni. La virtualizzazione del sistema operativo semplicemente produce un isolamento completo tra gruppi di utenti, archivi, applicazioni e processi, e fa che si comportino come se fossero sistemi operativi separati, ognuno con le rispettive applicazioni.
La virtualizzazione, così come altre nuove tecnologie, porta benefici ai fornitori di software perchè permette maggiori guadagni dalle licenze mentre diminuisce il costo per utente per i clienti.
Se da un lato i fornitori cercano di addebitare una licenza per ogni server virtuale, i clienti non devono accettare e semmai cercare alterative come Linux e altre soluzioni open source di basso costo, che offrono maggiore flessibilità in merito alle licenze di virtualizzazione.
Questo scenario lo abbiamo già visto durante la rivoluzione di internet e una delle ragioni è stata la mancanza di flessibilità e la complessità delle policy dei vendor software in merito alle licenze.
Ma dove stiamo andando? I buyer It hanno bisogno di sapere che le regole di oggi non verranno cambiare arbitrariamente dai vendor, soprattutto senza conoscere le implicazioni che questo cambiamento comporta.
Una soluzione potrebbe essere che i vendor software addebitino solo le “unit” misurabili che affettivamente si utilizzano del software. E questo, guarda caso, risolverebbe allo stesso tempo il problema del monitoraggio delle attuali licenze nel mondo virtuale.
Un altro modo sarebbe creare modelli di licenze completamente nuovi dove l’utente può selezionare il proprio modello in base al proprio ambiente (molto comune tra i produttori di software di database, per esempio).
L’aspetto positivo è che il cambiamento non avviene dal giorno alla notte per cui i vendor di software non si vedranno danneggiati drammaticamente e immediatamente.
Il consiglio è quello di verificare i contratti di licenza, negoziare con i vendor in modo che non aumentino i prezzi quando il vostro utilizzo aumenterà. Ricordate che un vendor con l’abitudine di cambiare i prezzi continuerà a farlo anche in futuro, volete dipendere da loro?
Licenze e prezzi del software non dovrebbero essere un ostacolo al cambiamento, e infatti con l’aumento dell’open source ci sono una moltitudine di vendor che capiscono il bisogno dei loro clienti e riescono a gestire il cambiamento aumentando il loro business.
Per concludere: comportatevi bene con i vostri clienti e loro verranno a bussare alla vostra porta. Badate solo ai vostri interessi e i vostri clienti correranno tra le braccia dei vostri concorrenti.
Ceo di Swsoft





