The italian job

Nell’It c’è un sapere italiano che va forte in Europa. Ma stiamo vivendo un nuovo Seicento?

La cronaca ci detta due nomi di manager italiani a cui sono stati affidati importanti ruoli a livello europeo.

Luigi Freguia è il nuovo Hardware Senior Vp, Emea di Oracle, dopo essere passato in Ibm, Microsoft e Hp.

Marco Comastri è diventato President Europe, Middle East & Africa di Ca Technologies, anch’egli prima in Ibm, Microsoft e poi in Postecom.

Nomi che si aggiungono alla lunga lista dei manager italiani di società It che sono assurti a ruoli europei se non globali. Senza voler far torti ad alcuno ci limitiamo a ricordare Marco Riboli di Symantec o Vittorio Viarengo di Vmware.
Ma la memoria corre anche a Umberto Paolucci di Microsoft, che fu simbolo delle stanze del potere europee che si aprivano al management italico.

Il dato si presta a una doppia interpretazione, positiva l’una, meno l’altra.
Facile e inevitabile apprezzare il successo che la managerialità italiana raccoglie presso aziende attive globalmente, specie in un momento in cui dall’Europa arrivano lezioni su cosa e come fare, a volte sotto forma di lettera, indirizzate alla nostra classe dirigente.

Secondariamente, la migrazione può essere intesa alla “italian job”: una sottrazione di capacità messa al servizio di un interesse superiore e non particolare, i cui effetti potranno anche farsi sentire a queste latitudini, ma a pioggia, senza discrimini.

Se poi, sempre per rimanere in cronaca, la si abbina ai dati Assinform,
si potrebbe trovare un’ulteriore conferma che stiamo vivendo un nuovo Seicento, secolo che secondo Montanelli ha rappresentato sì il trionfo della genialità italica in Europa e nel mondo, ma che è stato controbilanciato da un’apatica situazione economico-sociale nello Stivale.
Pochi campioni e troppi comprimari.

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