La collaborazione che aveva portato ChatGPT all’interno di Apple Intelligence si è conclusa in tribunale. Apple ha citato OpenAI, la società hardware io Products e due ex dirigenti della casa di Cupertino accusandoli di aver acquisito e utilizzato segreti industriali per accelerare lo sviluppo di una nuova generazione di dispositivi basati sull’intelligenza artificiale.

La causa è stata depositata il 10 luglio presso la U.S. District Court for the Northern District of California. I convenuti sono OpenAI Foundation, OpenAI Group PBC, io Products, Tang Yew Tan, oggi Chief Hardware Officer di OpenAI, e Chang Liu, ex Senior System Electrical Engineer della divisione iPhone. Nei confronti delle società Apple contesta la presunta appropriazione indebita di segreti industriali; nei confronti dei due ex dipendenti aggiunge la violazione degli accordi di riservatezza sottoscritti durante il rapporto di lavoro e altri obblighi contrattuali.

Apple descrive una strategia sviluppata nell’arco di diversi mesi che avrebbe combinato il reclutamento di personale proveniente da Cupertino, l’acquisizione di documentazione tecnica, l’accesso a informazioni su prodotti non ancora annunciati e contatti con alcuni fornitori coinvolti nello sviluppo hardware. Questi episodi sarebbero parti di un’unica attività finalizzata alla costruzione della divisione hardware di OpenAI.
Afferma inoltre di aver cercato nei mesi scorsi una soluzione fuori dalle aule di tribunale, invitando OpenAI a interrompere l’utilizzo delle informazioni contestate, restituire l’eventuale materiale proprietario ed eliminare ogni tecnologia sviluppata a partire da quei dati. Non avendo ricevuto risposta, Apple ha deciso di procedere con l’azione legale.

OpenAI ha respinto integralmente le accuse. In una dichiarazione diffusa dopo il deposito della causa, un portavoce dell’azienda ha affermato che OpenAI “non ha alcun interesse nei segreti industriali di altre aziende” e continua a concentrarsi sullo sviluppo di tecnologie innovative.

Che cosa Apple considera un segreto industriale

Prima ancora di descrivere gli episodi contestati, Apple dedica diverse pagine a definire che cosa rientri nella categoria dei trade secret. La tesi dell’azienda è che il vantaggio competitivo non derivi soltanto dai prodotti già commercializzati, ma soprattutto dalle conoscenze accumulate durante il loro sviluppo.

Fra le informazioni indicate come riservate figurano l’architettura dei sistemi elettronici, il layout delle schede, la progettazione delle batterie, la gestione dell’alimentazione, i sistemi di dissipazione del calore, le tecnologie per display e componenti acustici, gli strumenti software utilizzati durante lo sviluppo, le procedure di collaudo e le roadmap dei prodotti non ancora annunciati. Lo stesso livello di protezione viene esteso ai processi produttivi, alle tecniche sviluppate insieme ai fornitori, ai criteri di selezione dei componenti e all’organizzazione della supply chain.

Apple sostiene che questo patrimonio sia il risultato di anni di ricerca, sviluppo e investimenti industriali. La sua divulgazione consentirebbe a un concorrente non tanto di copiare un prodotto già esistente, quanto di abbreviare il percorso necessario per progettare una nuova generazione di dispositivi.

Per questo motivo l’accesso alle informazioni è regolato secondo il principio del need to know. Ogni dipendente può consultare soltanto la documentazione necessaria per il proprio lavoro, mentre l’accesso ai repository tecnici, ai documenti di progettazione e alle roadmap viene controllato attraverso sistemi di autorizzazione dedicati. Analoghi obblighi di riservatezza sono previsti anche per i fornitori coinvolti nello sviluppo e nella produzione dei componenti.

io Products e la nascita della divisione hardware

Fra i convenuti figura anche io Products, la società fondata nel 2024 da Jony Ive insieme agli ex dirigenti Apple Tang Yew Tan ed Evans Hankey per sviluppare una nuova generazione di dispositivi progettati fin dall’origine attorno all’intelligenza artificiale. Nel maggio 2025 OpenAI ne ha annunciato l’acquisizione con un’operazione valutata circa 6,5 miliardi di dollari, integrando il team hardware all’interno dell’azienda. Jony Ive e LoveFrom hanno assunto la responsabilità creativa dei futuri prodotti, mentre Tang Tan è diventato Chief Hardware Officer di OpenAI.

Per Apple è attorno a questa operazione che prende forma il progetto hardware di OpenAI. La causa sostiene infatti che la costruzione del nuovo team sia stata accompagnata da una campagna di assunzioni rivolta in particolare a progettisti e ingegneri provenienti da Cupertino. Nel documento vengono citati oltre quattrocento ex dipendenti Apple oggi impiegati da OpenAI, un dato utilizzato dall’azienda per descrivere l’entità del fenomeno.

Apple precisa però che il passaggio di personale fra aziende concorrenti non costituisce di per sé una violazione. L’intera causa ruota intorno a una distinzione fondamentale: l’esperienza professionale maturata da un ingegnere appartiene al lavoratore, mentre documentazione tecnica, progetti, processi industriali e altre informazioni riservate continuano a essere proprietà dell’azienda che le ha sviluppate.

I colloqui di assunzione

Secondo Apple, i colloqui organizzati per assumere personale proveniente da Cupertino andavano ben oltre una tradizionale selezione tecnica.

Ai candidati sarebbero state rivolte domande su progetti non ancora annunciati, utilizzandone anche i nomi in codice. In alcuni casi, Apple evidenzia come documenti relativi agli stessi programmi siano stati consultati o copiati nelle ore precedenti all’intervista.

Le selezioni prevedevano anche una presentazione tecnica sul lavoro svolto in Apple. Gli ingegneri erano invitati a descrivere l’architettura dei sistemi, le scelte progettuali, gli strumenti CAD utilizzati durante lo sviluppo, le simulazioni impiegate per validare i progetti e il rapporto con i fornitori coinvolti nella realizzazione dei componenti.

La causa descrive inoltre sessioni di show and tell nelle quali ad alcuni candidati sarebbe stato chiesto di portare componenti hardware utilizzati durante il proprio lavoro, tra cui batterie, moduli System-in-Package (SiP), schermature metalliche e main logic board, le schede elettroniche principali che integrano processore, memoria e gli altri componenti del dispositivo.

Apple cita anche un episodio nel quale un candidato avrebbe effettuato screenshot e copiato documentazione relativa a un progetto riservato poche ore prima del colloquio. Durante l’intervista gli sarebbero poi state rivolte domande proprio su quel programma, identificato con il suo nome in codice interno.

Le procedure di uscita

La causa dedica ampio spazio anche alle procedure che Apple applica quando un dipendente lascia l’azienda per passare a un concorrente. Le attività di offboarding, spesso considerate un semplice adempimento amministrativo, rappresentano invece una componente essenziale della sicurezza nelle organizzazioni che sviluppano proprietà intellettuale o gestiscono informazioni sensibili. Comprendono la restituzione di computer e dispositivi aziendali, la revoca degli accessi ai sistemi, la verifica delle attività svolte nelle ultime settimane, il controllo di eventuali copie di documentazione riservata e il richiamo agli obblighi di riservatezza che continuano a valere anche dopo la cessazione del rapporto di lavoro. Proprio perché coinvolgono identità digitali, applicazioni, repository documentali e servizi cloud, queste procedure tendono a essere sempre più formalizzate e automatizzate attraverso piattaforme di Identity Governance e workflow dedicati, riducendo il rischio che ritardi o errori operativi lascino attivi accessi non più autorizzati.

Quando il nuovo datore di lavoro è considerato un concorrente diretto, Apple applica una procedura interna nota come walk out. L’accesso ai sistemi informatici viene revocato immediatamente e il dipendente lascia l’azienda nello stesso momento in cui comunica le dimissioni, pur continuando a percepire la retribuzione prevista per il periodo di preavviso. L’obiettivo è impedire che, durante le ultime settimane di lavoro, possano essere consultati o copiati documenti riservati.

Apple afferma che OpenAI conoscesse nel dettaglio queste procedure. Secondo la causa, all’interno dell’azienda circolava un documento interno riservato, destinato ai manager coinvolti nelle attività di offboarding, che descriveva le verifiche tecniche effettuate dal team di sicurezza, le modalità di analisi dei computer aziendali e i controlli utilizzati per individuare eventuali copie di documentazione riservata.

L’azienda sostiene inoltre che alcuni candidati ricevessero indicazioni su come gestire le dimissioni per ridurre il rischio di essere sottoposti a un walk out. Fra i suggerimenti riportati nella causa compare anche quello di non comunicare immediatamente il nome del nuovo datore di lavoro, così da proseguire normalmente il periodo di preavviso mantenendo l’accesso ai sistemi aziendali.

Il caso Chang Liu

Chang Liu ha lavorato in Apple per oltre otto anni come Senior System Electrical Engineer, occupandosi dello sviluppo hardware dell’iPhone. Nel gennaio 2026 è entrato in OpenAI per lavorare ai nuovi dispositivi AI.

La causa individua proprio nel suo caso uno degli episodi centrali della vicenda. Apple sostiene che, nelle settimane precedenti alle dimissioni, Liu non abbia seguito le normali procedure di uscita previste dall’azienda: non avrebbe partecipato al colloquio finale di offboarding, non avrebbe confermato formalmente la restituzione di tutti i dispositivi aziendali e non avrebbe sottoscritto il documento che richiama gli obblighi di riservatezza successivi alla cessazione del rapporto di lavoro.

L’accusa principale riguarda però l’accesso ai sistemi informatici dopo il passaggio in OpenAI. Secondo Apple, Liu avrebbe scoperto una vulnerabilità del sistema di autenticazione che gli consentiva di continuare a collegarsi a uno dei repository interni anche dopo la disattivazione del proprio account. Invece di segnalarla, avrebbe sfruttato quell’accesso per diverse settimane mentre lavorava già nella nuova azienda.

Durante questo periodo avrebbe consultato e scaricato decine di documenti riservati relativi a prodotti non ancora annunciati, comprese presentazioni di progettazione hardware, specifiche tecniche, fogli di calcolo, documentazione sui componenti elettronici e materiale relativo ai processi produttivi. Fra i documenti citati figurano anche presentazioni dedicate alla progettazione, alla produzione e al collaudo delle main logic board, oltre a documentazione relativa ad altri programmi hardware ancora riservati.

La causa riporta inoltre una serie di conversazioni con Yu-Ting “Alyssa” Peng, allora ancora dipendente Apple e successivamente assunta da OpenAI. Nei messaggi si discuterebbe di progetti in corso, documenti da consultare, cartelle da copiare e attività svolte dal team di sicurezza durante le verifiche interne. In uno degli scambi Liu propone di trasferire la conversazione su LINE Messenger; in altri suggerisce quali informazioni approfondire prima dei colloqui con OpenAI e quali documenti possano risultare più utili.

Apple sostiene infine che parte di questa documentazione sia stata consultata quando Liu risultava già dipendente di OpenAI e non avrebbe quindi più avuto titolo per accedere ai repository interni dell’azienda. Nella ricostruzione contenuta nella causa, la sequenza degli accessi, dei download e delle comunicazioni rappresenta uno degli elementi principali a sostegno dell’accusa di appropriazione di segreti industriali.

Anche la supply chain entra nella causa

Le accuse non si fermano ai rapporti con gli ex dipendenti. Apple sostiene che una parte delle informazioni raccolte sia stata utilizzata anche nei rapporti con alcuni fornitori strategici, estendendo la vicenda oltre la presunta sottrazione di documenti riservati.

Uno degli episodi descritti riguarda un partner industriale coinvolto nella progettazione e nella lavorazione di componenti metallici per i prodotti Apple. Secondo la società, OpenAI e io Products avrebbero chiesto di applicare ai propri dispositivi tecniche di produzione sviluppate esclusivamente per Apple, lasciando intendere che la richiesta fosse autorizzata dall’azienda.

Apple spiega che i rapporti con la propria rete di fornitori sono disciplinati da accordi che non riguardano soltanto la riservatezza dei progetti, ma anche l’utilizzo di materiali, processi produttivi, tecniche di lavorazione e attrezzature sviluppati nell’ambito della collaborazione. In molti casi queste soluzioni non possono essere impiegate per altri clienti senza un’autorizzazione esplicita.

La società considera riservata anche l’organizzazione della propria filiera. L’identità dei fornitori coinvolti nei singoli programmi, le competenze sviluppate da ciascun partner, i componenti affidati alle diverse aziende e le tecniche produttive utilizzate fanno parte, secondo Apple, dello stesso patrimonio di segreti industriali dei progetti hardware.

La causa richiama anche il lungo lavoro necessario per costruire questa rete di collaborazioni. Apple afferma di investire anni nella selezione dei partner, nello sviluppo congiunto dei processi produttivi e nell’ottimizzazione delle tecniche di lavorazione. L’accesso a queste informazioni consentirebbe a un concorrente di ridurre sensibilmente tempi, costi e rischi nello sviluppo di nuovi dispositivi.

È su questo punto che la ricostruzione di Apple va oltre la tradizionale idea di segreto industriale come insieme di documenti riservati. La società considera parte del proprio patrimonio anche il modo in cui progetta, realizza e industrializza un prodotto, comprese le relazioni costruite con la filiera produttiva nel corso degli anni.

La disputa sui trade secret

Le controversie fra aziende tecnologiche riguardano spesso brevetti, licenze o violazioni della proprietà intellettuale. In questo caso Apple costruisce invece la propria azione attorno al concetto di trade secret, sostenendo che il vantaggio competitivo non risieda soltanto nelle tecnologie sviluppate, ma anche nelle conoscenze accumulate durante il processo di progettazione e produzione.

È una distinzione importante anche dal punto di vista giuridico. Un brevetto tutela un’invenzione rendendola pubblica; un segreto industriale, al contrario, mantiene il proprio valore proprio perché rimane riservato. Per questo motivo Apple dedica una parte consistente della causa a descrivere le misure adottate per limitarne la diffusione: accessi differenziati ai sistemi, principio del need to know, accordi di riservatezza con dipendenti e fornitori, controlli informatici e procedure di offboarding.

La causa arriva inoltre in una fase nella quale la competizione sull’intelligenza artificiale non riguarda più soltanto i modelli linguistici. OpenAI, Google, Meta e altre aziende stanno investendo nello sviluppo di nuovi dispositivi capaci di integrare l’AI in modo nativo, aprendo un mercato che molti osservatori considerano destinato ad affiancare, e in parte a ridefinire, quello degli smartphone.

Le richieste di Apple

Apple punta soprattutto a impedire che OpenAI possa continuare a utilizzare le informazioni oggetto della controversia. Chiede quindi al tribunale un’ingiunzione permanente che vieti ai convenuti di utilizzare o divulgare i segreti industriali indicati nella causa e che imponga la restituzione o la distruzione di tutta la documentazione riservata eventualmente ancora in loro possesso, comprese eventuali copie conservate su computer, server e servizi cloud.

Sul piano economico, la società domanda il risarcimento dei danni e la restituzione degli eventuali profitti che OpenAI avrebbe ottenuto grazie all’utilizzo delle informazioni contestate. Se tali profitti non fossero quantificabili, propone come criterio alternativo il pagamento di una royalty ragionevole, cioè il compenso che le parti avrebbero concordato nell’ambito di una normale licenza d’uso.

Apple chiede inoltre l’applicazione dei danni esemplari previsti dal Defend Trade Secrets Act e dal California Uniform Trade Secrets Act nei casi di appropriazione volontaria e dolosa di segreti industriali, oltre al rimborso delle spese legali.

Infine, domanda la conservazione di tutta la documentazione che potrebbe assumere rilievo nel procedimento, compresi computer, telefoni, account cloud, email e sistemi di messaggistica. È il presupposto della successiva fase di discovery, nella quale le parti potranno acquisire documenti, comunicazioni interne e testimonianze prima dell’eventuale processo.

Una causa che va oltre Apple e OpenAI

Al di là dell’esito giudiziario, la vicenda riflette una trasformazione più ampia dell’industria tecnologica. Dopo anni in cui la competizione sull’intelligenza artificiale si è concentrata soprattutto sui modelli linguistici e sull’infrastruttura di calcolo, la sfida si sta spostando verso i dispositivi destinati a integrarli nella vita quotidiana.

OpenAI non è l’unica azienda ad aver intrapreso questa strada. Meta investe da anni nello sviluppo di occhiali intelligenti e dispositivi indossabili, Google ha rilanciato la propria strategia nel settore degli smart glasses integrando Gemini, mentre Apple lavora a una nuova generazione di prodotti che comprende occhiali intelligenti, AirPods con fotocamere e altri dispositivi progettati attorno ad Apple Intelligence. L’hardware è diventato uno dei principali terreni di competizione fra le grandi aziende del settore e il know-how necessario per progettarlo e industrializzarlo assume un valore strategico almeno quanto i modelli di intelligenza artificiale.

Per Apple è proprio questo il punto centrale della controversia. La società distingue fra l’esperienza professionale che ogni ingegnere porta con sé cambiando azienda e il patrimonio di informazioni riservate che continua ad appartenere all’impresa che le ha sviluppate. OpenAI respinge integralmente questa ricostruzione e ribadisce di non avere alcun interesse nei segreti industriali di altre aziende.

Al di là dell’esito del procedimento, la causa rende pubblica con un livello di dettaglio insolito il valore attribuito dalle grandi aziende tecnologiche al know-how necessario per progettare e industrializzare una nuova piattaforma hardware. Non sono in discussione soltanto progetti o documentazione tecnica, ma anche processi produttivi, relazioni con i fornitori, metodologie di sviluppo e competenze accumulate in anni di ricerca. È su questo patrimonio che Apple sostiene si giochi una parte della competizione per la prossima generazione di dispositivi basati sull’intelligenza artificiale.

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