Apple sotto indagine dell’Antitrust per l’interoperabilità di iCloud: nel mirino i backup completi su iPhone e iPad

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha avviato un’indagine nei confronti di Apple per verificare il rispetto degli obblighi di interoperabilità previsti dal Digital Markets Act (DMA), il regolamento europeo destinato a limitare il potere delle grandi piattaforme digitali designate come gatekeeper. L’ipotesi dell’Autorità è che i fornitori di servizi cloud concorrenti di iCloud non dispongano, su iPhone e iPad, dello stesso accesso alle funzionalità di sistema utilizzate dal servizio cloud di Apple, a partire da quelle necessarie per effettuare il backup integrale dei dispositivi.

Le regole del DMA

Il Digital Markets Act è il regolamento europeo entrato pienamente in vigore nel 2024 con l’obiettivo di rendere più contendibili i mercati digitali dominati dalle grandi piattaforme tecnologiche. La normativa introduce obblighi specifici per i cosiddetti gatekeeper, ossia operatori che, per dimensioni economiche, numero di utenti e ruolo strategico nell’economia digitale, controllano punti di accesso fondamentali a servizi online, applicazioni e mercati digitali.

Ad oggi la Commissione europea ha designato sette gatekeeper: Alphabet, Amazon, Apple, Booking Holdings, ByteDance, Meta e Microsoft. La designazione non riguarda però l’intera attività di queste aziende, bensì specifici servizi di piattaforma di base considerati strategici per l’accesso ai mercati digitali.

Per Alphabet rientrano nel DMA servizi come Google Search, Android, Chrome, Google Play, YouTube, Google Maps e Google Shopping. Amazon è stata designata per Amazon Marketplace e Amazon Ads. Meta per Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Meta Ads. Microsoft per Windows e LinkedIn. ByteDance per TikTok. Booking Holdings per la piattaforma Booking.com.

L’indagine si concentra sugli obblighi che Apple deve rispettare in relazione a iOS e iPadOS, i sistemi operativi attraverso cui l’azienda esercita il ruolo di gatekeeper riconosciuto dalla Commissione europea. Il tema non è iCloud in sé, ma la possibilità per i servizi cloud concorrenti di accedere alle stesse funzionalità dei sistemi operativi Apple utilizzate dal servizio dell’azienda. È proprio questo uno degli obiettivi del DMA: impedire che il controllo di una piattaforma digitale si traduca in vantaggi tecnici esclusivi per i servizi del suo proprietario.

Il primo utilizzo italiano dei poteri investigativi del DMA

L’indagine segna il debutto operativo del Digital Markets Act in Italia. Per la prima volta l’AGCM utilizza i poteri di indagine previsti dal regolamento europeo per verificare il comportamento di un gatekeeper.

L’istruttoria viene condotta in coordinamento con la Commissione europea, che mantiene la responsabilità esclusiva dell’applicazione del DMA e delle eventuali decisioni nei confronti delle aziende coinvolte.

Il nodo dell’accesso alle funzionalità di iOS e iPadOS

Al centro dell’indagine vi è l’obbligo previsto dall’articolo 6, paragrafo 7, del DMA, secondo cui un gatekeeper che controlla un sistema operativo deve garantire ai fornitori terzi di servizi digitali un’effettiva interoperabilità e un accesso equivalente alle stesse componenti hardware e software utilizzate dai propri servizi.

Per i sistemi operativi iOS e iPadOS, Apple è quindi soggetta a un obbligo specifico: consentire ai fornitori di servizi terzi di accedere, a titolo gratuito, alle stesse componenti hardware e software disponibili per i servizi forniti dal gatekeeper o da esso utilizzate, quando ciò è necessario per assicurare condizioni di interoperabilità effettive.

Secondo l’AGCM, esistono elementi che farebbero ritenere che i fornitori di servizi cloud alternativi a iCloud non dispongano delle medesime possibilità tecniche offerte al servizio proprietario di Apple. La questione riguarda soprattutto l’accesso alle funzionalità di sistema che permettono di eseguire operazioni avanzate di archiviazione, sincronizzazione e ripristino dei dati.

Apple, iOS, iPadOS e il ruolo strategico di iCloud

La rilevanza di iOS e iPadOS nel procedimento deriva dal loro ruolo di piattaforme di accesso all’ecosistema Apple. È attraverso i sistemi operativi che vengono gestite funzionalità come archiviazione, sincronizzazione, backup e ripristino dei dati, cioè proprio gli ambiti sui quali si concentra l’indagine dell’AGCM.

iCloud occupa una posizione centrale nella vicenda perché è il servizio cloud che Apple integra nativamente in iPhone e iPad e che utilizza in modo esteso le funzionalità dei sistemi operativi iOS e iPadOS. Tra queste vi è il backup integrale del dispositivo, che consente di conservare non soltanto file e contenuti personali, ma anche dati delle applicazioni, impostazioni e informazioni necessarie per il ripristino dell’intero ambiente digitale dell’utente.

È proprio la possibilità di accedere a queste funzionalità alle stesse condizioni di iCloud che l’AGCM intende verificare nell’ambito dell’indagine.

La denuncia arrivata tramite whistleblowing

L’indagine trae origine anche da una segnalazione ricevuta dall’AGCM il 9 aprile 2025 attraverso la propria piattaforma di whistleblowing, successivamente integrata il 24 luglio 2025 e il 16 febbraio 2026.

Secondo la denuncia, gli utenti finali non sarebbero in grado di effettuare il backup integrale del proprio iPhone o iPad su un servizio cloud diverso da iCloud. Questa condotta, secondo la segnalazione, costringerebbe di fatto l’utente ad avvalersi del servizio cloud di Apple, potenzialmente anche sottoscrivendo un abbonamento iCloud+, per effettuare il backup completo di app, messaggi e impostazioni.

Secondo la denuncia, l’impossibilità di effettuare un backup integrale su servizi cloud alternativi sarebbe riconducibile alla configurazione dei sistemi operativi iOS e iPadOS e alla mancata disponibilità, per i concorrenti di iCloud, delle Application Programming Interface (API) necessarie per creare un backup completo equivalente.

I backup completi degli iPhone al centro delle verifiche

L’aspetto più evidente della contestazione riguarda la possibilità di effettuare il backup integrale di un dispositivo iPhone o iPad.

Secondo la documentazione esaminata dall’Autorità, i fornitori concorrenti di servizi cloud non avrebbero accesso alle interfacce e alle funzionalità necessarie per offrire un servizio equivalente a quello di backup completo disponibile tramite iCloud.

L’ipotesi investigativa è che Apple non renda disponibili ai concorrenti le stesse API e le stesse componenti software che consentono a iCloud di eseguire il backup completo del dispositivo. Di conseguenza, un utente che desideri conservare integralmente dati, applicazioni e configurazioni sarebbe sostanzialmente spinto a utilizzare il servizio cloud di Apple.

Non solo backup: possibili limitazioni anche alla sincronizzazione

Le verifiche dell’Autorità non si limitano ai backup completi. Nel provvedimento si evidenzia che da documentazione pubblica potrebbero emergere difficoltà, se non l’impossibilità, per gli utenti di dispositivi con iOS e iPadOS, di effettuare il backup persino di singole app o di altre componenti su servizi cloud alternativi a iCloud.

L’Autorità richiama anche possibili differenze di trattamento riguardanti altre funzionalità fondamentali per i servizi cloud moderni. Tra queste figurano la capacità di elaborare informazioni senza soluzione di continuità anche in background, le operazioni di sincronizzazione automatica e l’accesso continuo ai dati senza la necessità di un’interazione attiva da parte dell’utente: elementi particolarmente importanti per offrire servizi cloud competitivi, poiché consentono l’aggiornamento automatico dei contenuti, la sincronizzazione tra dispositivi e il funzionamento trasparente delle applicazioni.

L’Autorità ritiene quindi necessario verificare se i fornitori di servizi concorrenti possano realmente accedere alle stesse funzionalità utilizzate da iCloud oppure se esistano limitazioni tecniche che favoriscono il servizio proprietario di Apple.

Un mercato in forte crescita

Nel provvedimento l’AGCM sottolinea anche il peso economico crescente del mercato del cloud storage.

Secondo le stime richiamate dall’Autorità, il mercato europeo dei servizi di archiviazione cloud ha raggiunto nel 2025 un valore di circa 30,3 miliardi di euro e potrebbe arrivare a 36,1 miliardi di euro nel 2026.

In questo contesto, iCloud rappresenta un elemento strategico dell’ecosistema Apple. Sebbene il servizio offra gratuitamente 5 GB di spazio di archiviazione, molte delle funzionalità più avanzate e l’utilizzo continuativo dei backup completi possono spingere gli utenti verso i piani a pagamento di iCloud+.

L’Antitrust ipotizza che eventuali restrizioni all’accesso dei concorrenti alle funzionalità di sistema possano rafforzare ulteriormente la posizione del servizio Apple, riducendo gli incentivi degli utenti a scegliere soluzioni alternative.

Prezzi e funzionalità: perché la concorrenza non si misura solo in gigabyte

Il confronto con i principali servizi concorrenti mostra che il tema competitivo non può essere ridotto al solo prezzo dello spazio di archiviazione. Anzi, proprio la presenza di offerte alternative con condizioni economiche comparabili o più favorevoli rende ancora più rilevante il tema dell’accesso alle funzionalità di sistema.

Google One offre gratuitamente 15 GB di spazio, tre volte la dotazione iniziale di iCloud, che si ferma a 5 GB. I piani a pagamento risultano sostanzialmente allineati su alcune soglie rilevanti: 200 GB a 2,99 euro al mese e 2 TB a 9,99 euro al mese per entrambi i servizi. Microsoft OneDrive include inoltre 1 TB di spazio nei pacchetti Microsoft 365, combinando archiviazione cloud e applicazioni Office in un’unica sottoscrizione. Dropbox continua a rappresentare un concorrente rilevante nel mercato professionale, pur con prezzi generalmente più elevati se valutati sul solo parametro dello spazio disponibile.

La disponibilità di servizi alternativi dimostra che la concorrenza sul prezzo e sulla capacità di archiviazione esiste già. Il nodo centrale dell’indagine riguarda invece la possibilità per questi operatori di offrire agli utenti iPhone e iPad le stesse funzionalità oggi garantite da iCloud.

Se le ipotesi dell’Autorità fossero confermate, un utente Apple potrebbe trovarsi nella situazione di avere a disposizione servizi cloud concorrenti più convenienti o più generosi in termini di spazio di archiviazione, senza però poterli utilizzare come alternative complete a iCloud. Il vantaggio competitivo contestato non riguarderebbe quindi il prezzo, ma la possibilità di offrire le stesse funzionalità rese possibili dall’integrazione con iOS e iPadOS.

È proprio questo il principio che il Digital Markets Act intende affrontare: impedire che il controllo di una piattaforma di base venga utilizzato per favorire servizi sviluppati dal gatekeeper rispetto a quelli offerti da operatori concorrenti.

Questa integrazione si traduce in un vantaggio particolarmente significativo considerando il peso crescente del business dei servizi per Apple. Secondo i dati richiamati dall’AGCM, nel 2024 circa il 24,6% del fatturato globale del gruppo è stato generato dai servizi digitali, tra cui iCloud, Apple Music e Apple TV+, mentre il restante 75,4% deriva dalla vendita di dispositivi hardware. La capacità di mantenere gli utenti all’interno dell’ecosistema Apple rappresenta quindi una componente sempre più importante della strategia economica dell’azienda.

L’interpretazione europea dell’interoperabilità

Una parte significativa del provvedimento richiama le decisioni adottate dalla Commissione europea il 19 marzo 2025 per chiarire il significato dell’obbligo di interoperabilità previsto dal DMA.

Secondo Bruxelles, l’interoperabilità deve essere effettiva, cioè concretamente utilizzabile, stabile e priva di ostacoli inutili sia per gli sviluppatori sia per gli utenti finali. Non è sufficiente concedere un accesso parziale o qualitativamente inferiore rispetto a quello di cui beneficia il gatekeeper.

La Commissione ha inoltre precisato che i fornitori terzi devono poter ottenere risultati equivalenti a quelli raggiunti dai servizi proprietari della piattaforma, anche qualora la soluzione tecnica adottata sia diversa. In altri termini, non è necessario che il gatekeeper fornisca ai concorrenti la stessa identica soluzione tecnica, ma deve essere garantita un’interoperabilità capace di produrre effetti equivalenti.

Questo principio assume particolare rilevanza nel caso di Apple. L’eventuale conformità al DMA non dipende infatti dal fatto che i servizi concorrenti utilizzino le stesse tecnologie interne di iCloud, ma dalla possibilità di offrire agli utenti finali funzionalità comparabili in termini di efficacia, affidabilità e integrazione con il sistema operativo.

Applicando questa interpretazione al caso in esame, l’Autorità italiana dovrà verificare se i fornitori di servizi cloud alternativi siano realmente in grado di offrire agli utenti di iPhone e iPad funzionalità comparabili a quelle disponibili attraverso iCloud oppure se il diverso livello di accesso alle componenti software di iOS e iPadOS determini uno svantaggio competitivo strutturale.

I prossimi passaggi

L’indagine dovrà concludersi entro il 31 marzo 2027. I risultati saranno trasmessi alla Commissione europea, che resta l’unica autorità competente ad applicare il Digital Markets Act e a decidere sull’eventuale esistenza di una violazione.

Per Apple, l’istruttoria non equivale a un accertamento di responsabilità. L’obiettivo dell’indagine è verificare se le limitazioni tecniche ipotizzate dall’AGCM impediscano effettivamente ai servizi cloud concorrenti di offrire su iPhone e iPad funzionalità equivalenti a quelle di iCloud.

L’esito del procedimento potrebbe contribuire a definire in modo più preciso la portata degli obblighi di interoperabilità previsti dal DMA per i gestori di sistemi operativi mobili e, più in generale, il rapporto tra piattaforme digitali dominanti e servizi concorrenti che dipendono dall’accesso alle loro infrastrutture software.

L’indagine arriva inoltre in un momento di crescente tensione tra Apple e le autorità europee sull’interpretazione degli obblighi di interoperabilità previsti dal DMA. Negli ultimi giorni l’azienda ha annunciato che diverse funzionalità avanzate basate su Apple Intelligence e la nuova generazione di Siri AI non saranno disponibili nell’Unione Europea al lancio di iOS 27 e iPadOS 27, attribuendo il rinvio alle richieste di conformità derivanti dalla normativa europea. La Commissione europea ha però respinto questa interpretazione, sostenendo che il DMA non impedisce l’introduzione di nuovi prodotti e servizi e che la decisione di posticiparne il rilascio resta una scelta dell’azienda.

La vicenda assume quindi un rilievo che va oltre il caso specifico di Apple e iCloud. Il tema centrale riguarda uno degli aspetti più delicati del Digital Markets Act: la capacità delle autorità europee di garantire che i grandi ecosistemi digitali non utilizzino il controllo delle piattaforme di base per favorire i propri servizi rispetto a quelli sviluppati da operatori concorrenti. Nel caso in esame il punto non è stabilire se esistano alternative a iCloud – che sul mercato sono numerose e spesso competitive anche sul piano economico – ma verificare se tali alternative possano competere ad armi pari all’interno dell’ecosistema Apple. È proprio su questo equilibrio tra controllo della piattaforma, interoperabilità e concorrenza che si gioca una parte importante dell’efficacia del DMA. Sotto questo profilo, l’indagine dell’AGCM rappresenta uno dei primi test concreti dell’applicazione della nuova regolazione europea ai rapporti tra sistemi operativi mobili, servizi cloud consumer e interoperabilità delle piattaforme digitali.

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