Forum PA: è il momento della social enterprise

Il mondo occidentale si sta ristrutturando, smantellando molti dei concetti portanti dell'era industriale e riorganizzando la vita intorno al presente. Se cento anni fa non c'erano né auto né strade né internet ora le abbiamo, e sono tante, per cui i processi produttivi possono essere riorganizzati con efficienze spaventose: le condizioni attuali portano ad Uber o AirBnB, immancabilmente, e a modelli analoghi. E se lo Stato o l'impresa non ce la fanno, si trovano nuovi modi di fare le cose.
Alla vigilia dell’apertura di Forum PA, l’evento che ogni anno a Roma riunisce tutto l’ecosistema degli enti, delle imprese, delle associazioni che lavorano per e con la Pubblica Amministrazione, è questo un punto su cui vale la pena portare la riflessione e di cui si è occupata Report, la trasmissione di Rai3 condotta e diretta da Milena Gabanelli, nella puntata del 22 maggio, Solution Revolution, che consigliamo a tutti di vedere, o di leggere nel testo integrale, disponibile on-line e in pdf, dal quale abbiamo desunto il corpo di questo articolo. Il reportage è di Michele Buono.

Solo pochi anni fa si pensava che il bene pubblico fosse una faccenda esclusiva dello Stato e che le imprese private dovessero pensare solo a fare profitti: che le due cose potessero stare insieme non esisteva proprio”, introduce Gabanelli, mettendo da parte quei privati che pur occupandosi di salute, formazione e benessere sociale lo facevano con i fondi pubblici, non rischiando nulla ma costando molto in caso di fallimento.
Oggi lo Stato non ce la fa più, ma i servizi possono essere erogati senza il suo intervento, Allora grazie ad un cambio radicale di mentalità, perché le spese sono oggi alta per disorganizzazione ed altri sprechi che possono essere evitati. “Molti imprenditori e finanzieri in tutto il mondo hanno cominciato a chiedersi: se l’impresa può creare risorse e generare impatto sociale, e la finanza è un moltiplicatore di ricchezza, quale sarebbe l’effetto di usare questi strumenti per il benessere sociale e senza fregare nessuno?

Largo agli imprenditori sociali

C'è quindi una nuova razza d’imprenditori, quelli sociali. Mettendo insieme il micro ed il macro, diciamo noi, questo approccio risolve problemi, non chiedono soldi allo Stato, avviano nuovi mercati e creano lavoro. Non succede solo in America, sta funzionando ovunque, e la condizione è che alla fine devono vincere tutti.
Sia chiaro: ciascuna di queste storie, presa singolarmente, l'abbiamo già sentita, perché le storie belle fortunatamente accadono. Quello che oggi è diverso è che la nuova mappatura delle risorse, dalle infrastrutture alle competenze, le rende replicabili. Alcuni dicono che questo approccio sia già diventato il più importante motore di benessere del mondo.

Più visite, meno costi e tempi

Un esempio concreto viene da Milano. “Per una visita specialistica noi chiediamo sessanta euro. Una parte va a pagare il medico, una parte paga la struttura, gli stipendi e tutto l’apparato di qualità necessario per far funzionare questo posto”, dice Luca Foresti, Amministratore delegato del Centro Medico Sant'Agostino. I clienti sono soddisfatti, perché hanno l'appuntamento in due-tre giorni, con ampia disponibilità di orari e al prezzo dei ticket, senza prendere soldi dal settore pubblico.
Ma quali inefficienze si possono ridurre? “Noi possiamo prendere il pap-test, una mammografia, un’ecografia al seno. Noi li mettiamo assieme, eroghiamo come un’unica prestazione, abbassiamo il costo, costerà alla donna di meno rispetto al ticket e lo potrà fare in un tempo ragionevole, in una volta sola”, dice Foresti. Meno costi ed inefficienze per tutti, con modalità che un erogatore privato che ha la convenzione col pubblico non riuscirebbe mai a fare.
È un modello sostenibile? Certo, se avanza nel tempo. “Nel 2009 abbiamo fatturato 600mila euro”, dice Foresti; “il 2015 è finito con circa 11 milioni”.
Loro ci sono riusciti. Ma è un modello per tanti?

Social Venture Capital

La ricchezza liquida non è mai stata così grande nella storia dell’umanità”, dice Luciano Balbo, presidente di Oltre Venture, che si occupa di Venture Capital Sociale. “La liquidità continua a muoversi da un investimento all’altro creando bolle speculative, un giorno le case, poi le azioni, poi i bot o i bond, per poi generare successive crisi, mentre noi dobbiamo produrre nuove attività”.
Se questo sociale raggiungesse un livello più o meno pari all’1% degli asset gestiti dalla finanza tradizionale, in Italia da qui al 2020 potremmo gestire 30 miliardi di euro, ipotizza Mario Calderini, Manager Innovazione sociale del Politecnico di Milano. E' una cifra che se ben impiegata può generare una fetta piuttosto importante della nostra economia.

Ripulirci dalle incrostazioni economiche

Oramai la moltiplicazione di microstorie può essere definita come lo stato nascente della nuova piccola impresa”, afferma Gabanelli; “rimane il fatto che il nostro mercato ormai è saturo, e devi pensarci adesso a trasferire questi meccanismi” in un altrove più complesso da affrontare. L'idea di fondo è che il progetto sociale può funzionare anche globalmente.
Un esempio viene da Unilever, multinazionale che ha una divisione Impatto Sociale. L'azienda aveva deciso di vendere sapone in India, dove i bambini muoiono prestissimo per la mancanza di igiene. In quei territori in genere non c'è nessuna distribuzione che possa raggiungere i villaggi, né soldi per acquistare sapone. Unilever l'ha inventata nel tempo, raccogliendo le donne, insegnando loro quello che serviva e via via portando lì sapone. Le donne hanno creato una distribuzione, in qualche modo anche una economia con maggior uso e disponibilità di denaro, poi aiutate dai mariti con moto ed auto, ed oggi c'è un mercato. Ed igiene.

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