Startup italiane verso i Paradisi Sociali

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Analisi –

Sale il numero di imprenditori italiani che prendono sede in “paradisi sociali”, dove Ict e social networking sono forti e favoriti. L’indagine di Mind The Bridge.

Una precisa radiografia delle startup italiane arriva dalla seconda edizione della survey Startups in Italy: Facts and Trends, realizzata dalla fondazione Mind the Bridge.
L’indagine, con il supporto scientifico del CrESIT dell’Università degli Studi dell’Insubria di Varese, ha coinvolto 166 aziende e 369 imprenditori che hanno partecipato alla Seed Quest 2012, cogliendone i tratti fondamentali ed evidenziando criticità e tendenze.
Ovviamente bisogna definire il campo d’indagine. Questa survey considera come startup delle imprese appena costituite o progetti di impresa, operanti in ambiti innovativi e con intensi piani di crescita, che necessitino di apporti di capitale nelle fasi iniziali.
Per reperire fondi, l’azione più diffusa tra le startup è il bootstrapping (58%), poi a distanza il 16% viene da investimenti in equity da terzi (8% angels, 7% seed funds) e l’8% ha avuto accesso a grant. Solo una quota molto limitata ha avuto accesso a venture capital (1,2%). Eliminando gli estremi della distribuzione dei finanziamenti emerge come l’investimento medio si attesti sui 65 mila euro, importo molto vicino a quello che Mind the Bridge investirà nelle migliori proposte presentate al Venture Camp.


Rischio di Corporate Drain

Spesso le startup vengono costituite formalmente solo dopo che la business idea è stata validata. Il 59% della popolazione indagata da MtB è composto da progetti wannabe che non sono ancora stati strutturati e ben il 25% non è alla sua prima startup.
Addirittura il 70% si muove nella tecnologia informatica: Il 49% è attivo in ambito web e il 21% nella piu ampia Ict. E’ una conseguenza economica: In ambito web o software sono infatti richiesti investimenti minimi in fase di startup, al contrario di quanto avviene per lo sviluppo di tecnologie in campo biomedicale e biotecnologico o di dispositivi ed hardware.
Ben l’11% si è incorporata all’estero, con crescita del 20% rispetto all’anno scorso. “Questo dato può segnalare un possibile rischio di corporate drain, ossia una fuga delle nostre aziende più promettenti”, segnala Alberto Onetti, Chairman della Fondazione Mind the Bridge. “Le startup per loro natura sono scarsamente radicate e quindi tendono a muoversi dove trovano condizioni di contesto più favorevoli alla loro costituzione e al loro sviluppo”. La risposta dovrebbe arrivare a livello del sistema Paese: “vedremo come e se il Decreto sviluppo bis contribuirà a colmare questo gap”, commenta Onetti.
Certamente la scelta di localizzare all’estero può anche essere dettata da specifiche strategie aziendali, quali la ricerca di competenze specifiche o di personale specializzate, di mercati in grado di sostenere lo sviluppo delle startup e di fundraising.


Soldi? Non necessariamente

Curiosamente l’accesso al capitale è un fattore non primario nella scelta della localizzazione. Ecco che al primo posto troviamo il network di contatti (69%), seguito dalla possibilità di accedere a risorse umane altamente specializzate (ingegneri, programmatori, manager, etc) e la prossimità ai centri di ricerca (40%). Il fatto che l’accesso al capitale (43%) si collochi solo al quinto posto evidenzia che gli stessi modelli imprenditoriali si basano sul network sociale nel mondo reale.
Sarebbe interessante ricalcolare i dati scorporando i wannabe (in un caso) e normalizzando le Ict (il 70% è fuorviante); inoltre i risultati attendono il vaglio di un maggior numero di partecipanti. Al di là di qualche variazione percentuale, i dati sembrano congruenti ed evidenziano le criticità della auspicata rainforest italiana.

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