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A che punto è il software defined storage

DataCore ha presentato i risultati della sua sesta indagine annuale sull’impatto delle  installazioni di software defined storage.

Dal sondaggio emergono aspettative positive, delusioni ed esperienze di 426 professionisti IT che stanno utilizzando o valutando il software defined storage e lo storage iper-convergente o cloud.

L’indagine ha esaminato i livelli di spesa in tecnologia, compresi il software defined storage, la tecnologia flash, lo storage iper-convergente, lo storage in cloud privato e lo storage OpenStack.

L’indagine State of Software-Defined Storage, Hyperconverged and Cloud Storage è stata realizzata tra la fine del 2016 e aprile 2017. Gli intervistati appartengono a diversi gruppi di organizzazioni, sia in termini di dimensioni che di settore, e hanno fornito  informazioni statisticamente significative sulla somiglianza delle esigenze legate allo storage guidato dal software in un’ampia gamma di ambienti IT. I partecipanti provengono da Nord America, Sud America, Europa, Asia, Africa, Medio Oriente, Australia e Nuova Zelanda, coprendo settori verticali dai servizi finanziari alla sanità, dalla pubblica amministrazione al manufacturing, dall’istruzione ai servizi IT e tutti i settori correlati. Il 44% degli interpellati arriva da organizzazioni con meno di 500 dipendenti, il 37% da strutture con un numero di impiegati compreso tra 500 e 5.000 e il 19% da organizzazioni con oltre 5.000 persone.

Il software defined storage si è posizionato al primo posto nella spesa 2017, con il 16% degli intervistati che ha affermato che rappresenta tra l’11 e il 25% del budget allocato per lo storage e con il 13% che dichiara una quota superiore (il valore più elevato tra tutte le categorie prese in esame).

Un po’ a sorpresa i risultati mostrano che per tecnologie di cui molto si parla, come lo storage OpenStack, nel 2017 sono stati previsti fondi limitati, con il 70% degli intervistati che ha risposto “non applicabile”.

Software defined storage: perché sì

Il report rivela anche quali sono i motivi che portano all’implementazione del software defined storage. I principali sono:

Solamente il 6% degli intervistati ha affermato di non prendere in considerazione il passaggio al software-defined storage.

Alla domanda “Quale delusione o falsa partenza avete riscontrato nella vostra infrastruttura di storage?” le prime tre risposte sono state:

  1. lo storage cloud non ha ridotto i costi: 31%;
  2. la gestione dello storage a oggetti è difficile: 29%;
  3. la flash non ha aumentato la velocità delle applicazioni: 16%.

Software defined per applicazioni enterprise

Degno di nota è anche il fatto che i due principali ambienti nei quali gli intervistati ritengono di dover affrontare le sfide più difficili in termini di prestazioni sono i database e le applicazioni enterprise. L’esigenza di database e analisi dei dati più veloci sta alla base delle tecnologie che ottimizzano le prestazioni e che sono in grado di dare risposte in tempo reale.

Tutto questo è critico per raccogliere le indispensabili informazioni aziendali e per abilitare tecnologie come l’Internet of Thing. Per questo, molti ritengono che le attuali tecnologie progettate per accelerare le prestazioni e diminuire la latenza portino con sé anche significativi disservizi applicativi, maggiore complessità e costi più elevati.

La maggioranza degli intervistati ha dichiarato di non considerare per nulla l’iper-convergenza (33%) o di averla presa seriamente in considerazione ma di non averla ancora adottata (34%); il 20% ha detto di averla implementata con pochi nodi; il 7% di essere in fase di adozione avanzata; e solo il 6% dichiara di averla scelta come standard.

Nonostante la tecnologia flash sia ormai ampiamente diffusa, solo un piccolo numero di intervistati sostiene di impiegarla per grandi capienze di storage. Circa il 60% degli interpellati afferma di avere assegnato alla flash tra il 10% e il 20% della capienza totale.

Guardando alle applicazioni ritenute pronte per un’infrastruttura cloud ibrida, le principali tipologie di applicazioni che gli utenti desiderano spostare su un’infrastruttura cloud pubblica o ibrida sono quelle enterprise (per esempio SalesForce) per il 33%; quelle per le analisi dei dati per il 22%; e i database per il 21%.