Se l’America ferma l’innovazione

Trimestre al ribasso per i finanziamenti alle startup americane.

Nel primo trimestre di quest'anno il livello dei fondi sostenuti dal venture capital statunitense è tornato alle quote del secondo dell'anno scorso (32), che non era propriamente un bel periodo.
Questo è accaduto dopo che nel periodo conclusivo del 2009 il settore del finanziamento alle nuove intraprese pareva avesse ripreso un minimo di energia (con 44 fondi totali).
In aggiunta, con 3,6 miliardi di dollari raccolti per nuovi fondi, i primi tre mesi del 2010 rappresentano il primo trimestre più magro dal 1993 e costituiscono un calo del 31% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso.

Il segnale dice che il capitale privato fa sempre più fatica ad avvicinarsi ai nuovi progetti, forse perché irrimediabilmente segnato dall'averlo fatto una decade fa, quando il venture capital richiamava 100 miliardi di dollari all'anno (18 quelli raccolti complessivamente l'anno scorso).

Alcuni osservatori della Nvca (la National Venture Capital Association) lo interpretano azzardando un radicamento della tendenza e preconizzando un periodo di consolidamenti darwiniani, con un'ulteriore concentrazione dei capitali presso realtà più grandi e forti.
Anche l'industria della nuova tecnologia Usa, insomma, quella che è da sempre la fucina delle innovazioni che prendono la strada del mondo, deve fare i conti con l'ukase del “fare di più con molto meno”.

L'austerità che ormai si è impossessata della Silicon Valley vorrebbe produrre start-up sobrie, frugali meno propense rispetto al passato a farsi belle e più sostanziali. A patto che le produca ancora. La risicatezza dei fondi raccolti complessivamente dal sistema americano, infatti, lascia pensare che la generazione dei nuovi Facebook sia ancora lontana dal nascere.

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