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Sdn o infrastrutture convergenti? Trend a confronto

Intento a proporre il concetto di flessibilità, quale fattore principale di spinta per l’odierna trasformazione del business in azienda, Emanuel Monticelli, system engineer North Italy, Extreme Networks, suggerisce una riflessione sulle tecnologie in grado di consentire alle imprese di adattarsi rapidamente ai cambiamenti.

Focalizzandosi su infrastrutture It e di rete basate su open standard, per il manager, proprio il Software defined networking, o Sdn, ha un ruolo chiave nel consentire alle imprese di rendere più flessibili i propri processi produttivi.

Ma l’“astrazione” dell’intelligenza di rete che sottende alla tecnologia Sdn è davvero efficace in tutte le situazioni? Fino a che livello è possibile spingersi?

Prendendo a esempio l’ambiente di rete di un datacenter, sempre secondo il system engineer di Extreme Networks, l’infrastruttura convergente risponderebbe a una filosofia solo apparentemente contraria alla tecnologia Sdn.

Visto da vicino, l’approccio della prima parte dal presupposto che si possa eliminare una certa complessità dal datacenter se si è in grado di astrarre la configurazione dell’intero ambiente mediante la precedente integrazione di tutti gli elementi che lo compongono, vale a dire: rete, server e storage, disegnando una sorta di datacenter “in-a-box”.
Per Monticelli, questo approccio consentirebbe, senza dubbio, di demandare all’esterno la complessità e di ridurre il tempo necessario a implementare o ad ampliare il datacenter trovandosi, però, davanti, come contropartita, l’inconveniente di una soluzione chiusa, che rischia di vanificare i benefici di un’infrastruttura convergente.

Dal southbound Api al northbound Api
Dal canto suo, l’approccio Sdn, che di base separa l’hardware di rete dall’intelligenza di rete creando strati intermedi che favoriscono flessibilità, controllo e automazione, non andrebbe, invece, limitato alla sola parte inferiore dell’architettura, nota come “southbound Api”.
Secondo l’interlocutore di Extreme Networks, le capacità di programmazione di rete apportate dalla tecnologia Sdn possono spingersi ben oltre questo livello, salendo in alto, verso i piani di applicazione per realizzare ciò che in termini Sdn si definisce “northbound Api”.

E per spiegarsi meglio Monticelli porta a esempio la possibilità di programmare il modo in cui le applicazioni comunicano con la rete, chiedendo più risorse, fornendo informazioni su come l’utente utilizza un’applicazione, oppure quando questa stessa applicazione utilizza nuove porte Tcp.

Esiste, dunque, davvero un conflitto tra infrastrutture convergenti e tecnologie Sdn?
Intente a integrare e assemblare componenti le une, a disgregare e mantenere più elementi intercambiabili nell’infrastruttura le altre, entrambi gli approcci tentano di eliminare la complessità o, almeno, di ottenere maggiore flessibilità all’interno dell’infrastruttura.
Da qui il suggerimento, sempre a opera di Monticelli, di ricorrere a una soluzione convergente “in-a-box” qualora si abbia molta fretta di ristrutturare il proprio datacenter, mentre coloro che sono interessati a reti aperte e dinamiche, e che si sentono più orientati verso l’innovazione a lungo termine, possono usufruire della tecnologia Sdn.

La verità, conclude il manager, è che non sono soluzioni che si escludono reciprocamente, a patto che si opti per tecnologie aperte.
Non solo. Grazie al crescente numero di iniziative open source, come OpenDaylight, Open Networking Lab o On.Lab e ad architetture di riferimento, come Vspex e a driver come OpenDaylight, i vantaggi di ciascun approccio possono, infatti, essere personalizzati a seconda della rete.