Saas: troppo bello per esser vero

I paradigmi del Saas e del cloud piacciono. Ma le aziende non hanno ancora capito come usarli.

Eletti a paradigmi dell’It di questi anni di crisi, su Saas e cloud computing si stanno consumando inchiostri e bit. Convengono, sono la soluzione in tempi di crisi, aiutano a svincolare le aziende dalle rigidità dei contratti e delle licenze, rappresentano un nuovo modello di business e di lavoro, che si allarga, in una logica estensione, verso quell’ubiquitous computing affascinante oggi per lo meno quanto lo era il telelavoro venti anni fa.

Però, come spesso accade con i desiderata, dal nice to have alla realtà il passo rischia di essere talmente lungo da rivelarsi infattibile.

E così, mentre Microsoft e Ibm lanciano le loro proposte per il mondo delle imprese, portando verso la nuvola soluzioni che non si limitano alla sola produttività personale, ecco che qualche analisi un po’ più di dettaglio trova le stesse imprese del tutto impreparate rispetto al tema. Forse sanno di che si tratta, di certo non sanno come accedervi. Come se la prospettiva riguardasse tutti, fuorché loro.

C’è sicuramente un problema di comprensione del tema, sul quale si innesta inevitabilmente un secondo e sicuramente più complesso problema di fiducia: sicurezza, privacy, affidabilità, standard. Temi non da poco, sui quali spetterebbe ai fornitori fare chiarezza.

Ma i fornitori, davanti a un’ipotesi di manifesto comune per il cloud computing, cominciano a perdersi per strada. A qualcuno la compagnia non piace. Qualcuno vorrebbe avere una parola in più. Qualcuno, forse, vuol giocare con le regole che si è scritto da solo.
Intanto, gli utenti aspettano.

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