Perché è così difficile parlare con le Pmi

23 dicembre 2003Tutti i più importanti fornitori di It da almeno un paio d’anni hanno messo le Pmi al centro delle loro strategie. C’è chi ha creato delle divisioni dedicate a questo mercato, chi ha definito alleanze, chi ha lanciato programmi, chi ha …

23 dicembre 2003Tutti i più importanti fornitori di It da almeno un paio d’anni hanno messo le Pmi al centro delle loro strategie. C’è chi ha creato delle divisioni dedicate a questo mercato, chi ha definito alleanze, chi ha lanciato programmi, chi ha lavorato sui prodotti. Tutti hanno cercato di conquistare consensi in questo mondo. Certamente tutti hanno contribuito ad alzare il livello di attenzione verso le Pmi e si è consolidata la consapevolezza che queste problematiche e queste opportunità non possono più essere trascurate. Tuttavia, a un paio d’anni di distanza dal momento in cui si sono accesi i riflettori sul mondo Pmi, un primo bilancio è d’obbligo e non può essere messo a consuntivo con un segno positivo. Vediamo perché. è ormai chiaro e assodato che le Pmi hanno bisogno di innovazione e che l’introduzione massiccia di hi-tech a livello di It e Tlc può servire a innalzare il loro livello di competitività. Questo è evidente per tutti eccetto che per gli imprenditori delle Pmi. Sia chiaro, questi ultimi sanno bene che la loro competitività dipende anche dall’It e che un ulteriore ritardo nell’adozione di soluzioni It si può tradurre in uno svantaggio competitivo. Ma nella loro personale lista dei rischi e delle opportunità quella relativa all’It è una voce che viene dopo molte altre. La ragione va ricercata nel fatto che nelle Pmi i processi aziendali sono ridotti ai minimi termini. L’imprenditore delega pochissimo, ci tiene a essere coinvolto su tutto e dispone di competenze molto approfondite nel suo specifico settore a livello di produzione o a livello commerciale. Le cose funzionano perché le persone che hanno titolo per decidere hanno anche le competenze per valutare i mezzi di produzione o di business e perché sono loro stessi a farne uso o a controllare da vicino chi li usa. Tutto questo consente loro di valutare se un investimento porta un ritorno o se rimane nella linea dei costi. In secondo luogo, agendo sui mezzi di produzione tradizionali, questi imprenditori hanno anche le competenze per poter intervenire con fattori correttivi quando appare chiaro che l’investimento effettuato non porta i risultati sperati. Nel caso dell’It, invece, tutto questo non avviene. Questi imprenditori non hanno competenze informatiche e nella maggior parte dei casi non le vogliono avere perché le loro priorità sono altre. E un It manager rappresenta un costo non compatibile con le loro strutture. Il problema sta tutto qui: nella impossibilità di condurre in porto una efficace e corretta analisi dei problemi e delle opportunità. Nella impossibilità di capire gli effettivi vantaggi che possono derivare da investimenti in It e nella impossibilità di indirizzarli, di correggerli quanto è necessario. L’It ai loro occhi si configura, pertanto, come un investimento azzardato, che può portare a dei risultati, ma che dipendono da variabili sulle quali loro si sentono incapaci di intervenire. E nel dubbio preferiscono puntare su altre opportunità, preferiscono scegliere dove hanno la certezza di essere loro a condurre i giochi. Questa convinzione, unitamente alle incertezze che derivano dal mercato, li spinge a concentrarsi sui mezzi di produzione e sugli strumenti di business che conoscono meglio. Se intravvedono una opportunità e se capiscono che è necessario puntare su un aumento della produttività, preferiscono acquistare un tornio e una fresa, assumere un paio di apprendisti a paga base e controllare di persona se c’è un aumento della produttività. Certo, in questo modo non migliorano i processi, non rivedono l’organizzazione sulla base di modelli più efficienti, non migliorano il sistema di relazioni dell’impresa, ma si assumono un rischio imprenditoriale che ben conoscono e che sanno governare direttamente. Nel caso dell’It quando arriverebbero i ritorni? E come? E in che modo potrebbero intervenire sui processi se questi non danno risultati? Il bilancio di questi due anni di esperienze a livello di domanda e di offerta sta in definitiva racchiuso in una parola: scollamento. C’è ancora una separazione netta tra il sistema dell’offerta It e i decisori veri delle Pmi. Nelle imprese di dimensioni grandi e medio-grandi questo gap è stato colmato dagli It manager. Nelle Pmi non è pensabile di veder comparire queste figure ed è ormai chiaro che non saranno gli imprenditori o i loro manager ad avvicinarsi all’It. E dunque, in conclusione, chi può fare da ponte tra l’It e le Pmi? La risposta oggi c’è e si chiama “associazioni”. Quello che l’imprenditore non riesce a fare per ragioni di tempo e di opportunità lo deve fare l’associazione. L’imprenditore non ha bisogno di aiuto per capire che in determinate circostanze un paio di torni nuovi e due dipendenti specializzabili possono aumentare la sua competitività. Al contrario, è fondamentale che qualcuno lo aiuti a capire come, dove e perché l’It può migliorare i suoi processi. Ha bisogno di capire cosa stanno facendo le altre imprese, gli serve confrontarsi con consulenti che non potrebbe ingaggiare e che non saprebbe comunque come governare, mentre nel contesto di una associazione possono aiutarlo a capire e a scegliere. Le associazioni di categoria sono la vera chiave di volta per far partire gli investimenti in It. Sarà sempre più all’interno di queste realtà che, indirettamente, si getteranno le basi per fornire degli indirizzi operativi. Ed è proprio qui che occorre lavorare sia a livello di grandi produttori, ma forse e soprattutto a livello di imprese del trade.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome