L’It ha un’etica

Si sente parlare sempre più spesso di morale della tecnologia.

Da quasi vent’anni la Computer Ethics si è diffusa come materia di studio nelle facoltà di informatica e ingegneria. Ha cominciato, come sempre, negli Stati Uniti, per poi diffondersi nel mondo.

Ora è arrivata anche in Italia. Alla Scuola di Dottorato del Politecnico di Torino è partito il primo corso italiano di Computer Ethics, aperto a tutti i dottorandi. Lo sostiene finanziariamente Sia-Ssb, società spesso in prima linea sulle materie etiche e con una forte attenzione a quello che gli americani chiamano “behaviourism”.

Un corso che vuole formare professionisti dotati delle conoscenze necessarie per valutare correttamente le conseguenze sociali dell’It e i temi legati alla sua diffusione nella società. Contemporaneamente dalle newsletter indiane arrivano segnali che ci parlano di ethical hacking.

Secondo i colleghi della testata di Bombay, Cxo, c’è sempre più spazio nelle aziende per i cosiddetti white hat, ossia gli hacker intesi al netto di quell’accezione negativa che la vulgata gli assegna.

Sono esperti di sicurezza, che prestano servizio nelle imprese mettendo a fattore comune le loro conoscenze sulla tenuta delle infrastrutture It per individuare le complessità di reti e server prima che questi possano tradursi in pratica. Gli indiani stilano anche un piccolo codice comportamentale degli hacker buoni, che riteniamo valido anche a queste latitudini.
Devono, innanzitutto, saper creare metodi e piani di lavoro.

Devono, poi, conoscere nei meandri il fenomeno del social engineering, ossia sapere dove cercare le falle al sistema di comunicazione aziendale. Poi devono saper utilizzare le tecniche di hacking per mettere alla prova le reti aziendali e intendersi di digital forensics. La conoscenza delle normative è un altro punto qualificante della loro professionalità, insieme a quella delle pratiche di reverse engineering.

Infine, non li deve nemmeno sfiorare il pensiero di poter utilizzare le cose che sanno della propria azienda per proprio beneficio personale. Un richiamo etico, forse scontato, ma non superfluo.

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