L’export italiano dovrà viaggiare di più per battere i concorrenti

Le frontiere del commercio mondiale si spostano sempre più lontano secondo l’ultimo rapporto Ice-Prometeia: rischiano molto le imprese tradizionali del made in Italy

I prodotti made in Italy dovranno viaggiare parecchio: almeno tremila chilometri secondo il rapporto Ice-Prometeia sull’evoluzione del commercio con l’estero e le opportunità per le imprese italiane nel biennio 2010-2011. Le distanze saranno anche maggiori. Bisognerà mettere in conto fino a novemila chilometri per approdare sui mercati più promettenti per le nostre merci. Cina, India, Medio Oriente sono in cima alla lista, seguiti da Giappone, Corea e Australia. Stati Uniti, Russia, Turchia e paesi baltici daranno minori soddisfazioni che in passato agli imprenditori italiani e, per rimanere più vicino a casa, si dovrà guardare verso Germania, Polonia e Africa del Nord. Il rapporto prevede che il commercio mondiale crescerà mediamente del 6% l’anno a prezzi costanti; l’export manifatturiero italiano dovrà accontentarsi della metà (+3%). Sarà una ripresa più lenta e faticosa per diversi motivi.

Scambi commerciali, -16% nel 2009
Per il 2009 si stima un calo degli scambi commerciali a livello mondiale del 16,6% che ha colpito in modo particolare i mezzi di trasporto, materie prime, elettronica e meccanica, beni intermedi. La timida ripresa dell’ultimo semestre mostra velocità diverse nei vari paesi. Lo scorso anno, l’export italiano di manufatti ha perso lo 0,2% delle sue quote complessive (dal 4,7% al 4,5%); i settori tradizionali del made in Italy hanno particolarmente sofferto, perché molti consumatori hanno preferito risparmiare, acquistando prodotti meno costosi. Hanno resistito di più i mezzi di trasporto, grazie agli incentivi statali per l’acquisto di nuove automobili, oltre alla metallurgia che ha registrato buoni risultati nell’Africa del Nord e in Asia.

Le nostre imprese nel puzzle mondiale
Non potremo più misurare l’export delle nostre imprese con un metro tradizionale. Abbiamo aziende mediamente troppo piccole da schierare contro le multinazionali straniere. Dovremo giocare altre carte: non solo qualità e innovazione, ma anche strategie commerciali più oculate. Difatti la via giusta per le aziende occidentali, segnala il rapporto, è creare dei poli produttivi oltre confine, per meglio servire i mercati extra europei. A fine 2008, i vari paesi asiatici hanno coperto quasi il 70% delle importazioni di manufatti in questo continente (con punte più elevate per moda, arredamento ed elettronica). È la Cina che importa da Taiwan o l’India dal Giappone o la Thailandia dalla Malesia; un continuo incastro commerciale che sta costruendo il puzzle economico dei prossimi anni.

Mercati più agguerriti
L’Italia rischia di rimanere fuori del gioco? Sicuramente sì, se perderà il treno consigliato dall’Ice: puntare maggiormente sulla distribuzione nei nuovi mercati. Lì sta crescendo la classe media del futuro: nel 2020 ci saranno 170 milioni di persone in più (rispetto al 2008) con reddito individuale superiore a 30mila dollari. Due terzi di questa cifra saranno nei paesi emergenti. Per esempio in Cina (51,8 milioni), India (13,5) e Brasile (9). Tutti potenziali consumatori di prodotti sulla fascia media e alta del mercato. Sostenere che le imprese devono diventare più internazionali non è una moda passeggera e senza partner commerciali si andrà poco lontano. Anche perché bisognerà arginare la concorrenza dei nuovi paesi.

Finora il made in Italy si è difeso investendo sul valore dei marchi, sulla tecnologia e la cura dei dettagli; ma i produttori asiatici sono sempre più agguerriti anche nei settori avanzati, dove la complessità delle lavorazioni costituiva un baluardo insormontabile fino a pochi anni fa. È una conseguenza del puzzle economico, degli investimenti diretti stranieri per aggiungere le tessere mancanti ai paesi più arretrati (tecnologia, design, impianti industriali). Adesso la Cina, l’India e altre nazioni iniziano a pensare con la propria testa e a produrre per conto loro.

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