Le Pmi milanesi guardano all’export con un occhio solo

Il fatturato estero pesa in molti casi fino al 50% del totale. Ma l’indagine di Assolombarda segnala troppa pigrizia negli investimenti diretti

Più internazionali ma ancora legate alla vecchia Europa e un po’ diffidenti. L’occhio del commercio è vigile ma quello della produzione all’estero dorme volentieri. Così emergono le Pmi milanesi dall’ultima indagine di Assolombarda su quasi 700 aziende, con 45mila dipendenti complessivi. Il 72% della torta riguarda Pmi fino a 49 dipendenti; la meccanica è il settore più rappresentato (322 imprese), seguito dai servizi e dalla chimica. Circa la metà del campione ha indicato nelle strettoie della burocrazia e nella scarsa conoscenza dei mercati esteri i principali ostacoli per investimenti in altri paesi. L’inaffidabilità dei partner locali è al terzo posto con il 20% delle lamentele. L’export 2009 si è diretto per la maggior parte nel Vecchio Continente: Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna.

Il fatturato estero rimane a galla
Solo il 13% degli imprenditori ha trasferito tutta o una parte della produzione in un paese straniero; la metà, però, possiede una rete di fornitori. La presenza delle imprese milanesi all’estero è quindi prevalentemente commerciale: tramite partner locali per il 37%, uffici di rappresentanza per il 10% e filiali per il 5,6% mentre appena il 3,8% ha scelto un investimento produttivo (per esempio attraverso joint venture o centri di ricerca e sviluppo). Per un terzo degli intervistati, la quota di fatturato estero vale oltre la metà del totale, mentre una fetta analoga ottiene dalle esportazioni tra il 25 e il 50% dei suoi ricavi complessivi. Con la recessione economica, la quota di fatturato estero sul totale per le imprese del campione è diminuita di un solo punto percentuale dal 2008 al 2009 (da 38,3% a 37,2%).

Certo la crisi ha prodotto le sue conseguenze: un terzo delle aziende sta ridefinendo i suoi piani di crescita, oltre il 60% ha ricevuto richieste per dilazionare i pagamenti e circa il 30% ha incontrato difficoltà nell’ottenere crediti dalle banche. Questo quadro, tuttavia, rassicura sulla competitività delle Pmi milanesi: giacché la percentuale del fatturato estero su quello totale è quasi invariata, significa che le aziende sono state colpite ma non affondate. Le quote di mercato sono rimaste a galla: le vendite sono crollate sulla scia della domanda e non per la minor qualità dei prodotti italiani (lombardi).

Dall’Europa ai paesi emergenti
Una conferma a queste considerazioni arriva da una relazione di Marco Mutinelli (Università di Brescia), che ha citato la banca dati Reprint: rileva sia le aziende italiane attive all’estero con proprie filiali o joint venture, sia quelle partecipate da imprese straniere. Confrontando la Lombardia con il totale nazionale, si vede che la regione vale il 34% degli investimenti effettuati oltre confine, mentre il 52% delle aziende italiane con quote di capitali esteri si trova a Milano e dintorni. Proseguendo l’analisi, è chiaro che le Pmi lombarde (soprattutto le milanesi), preferiscono gli investimenti commerciali a quelli produttivi. L’obiettivo è presidiare i mercati più avanzati e cogliere opportunità in alcune aree emergenti, ampliando le reti di vendita.
Lo spostamento della produzione in paesi a basso costo di manodopera è una scelta minoritaria. Le Pmi milanesi, per esempio, sono presenti nell’Europa centrale e orientale con una quota notevolmente inferiore alla media nazionale.

I mercati dell’Europa occidentale cederanno gradualmente il passo. L’indagine di Assolombarda prevede nei prossimi tre anni una crescita dell’export verso Cina, Russia, India e Stati Uniti, a scapito di Spagna e Gran Bretagna. Anche Brasile, Turchia e paesi dell’Africa settentrionale dovrebbero aumentare il loro peso commerciale. È lì che si misurerà la competizione per le aziende lombarde dopo la recessione.

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