L’agenda digitale potrebbe non convergere

Competività sul fisso, backoffice e applicabilità delle norme frenano l’innovazione. Che non è solo un problema della Pa e non sarà risolta da miracoli affidati a nuove agenzie.

L’Ict pubblica italiana è una mappa sulla quale ciascuno è partito a modo suo, senza metodo e senza percorso, creando difficoltà enormi al completamento e alla consistenza dei risultati dei diversi approcci. Semplicisticamente speriamo di essere salvati dall’Agenzia digitale appena messa in piedi, che però difficilmente potrà mettere mano alla situazione in modo strutturato.
L’edizione 2013 del Dig.eat, l’evento organizzato da Anorc a Roma, ha proposto una riflessione su come dare solide basi all’Agenda Digitale Italiana, gettando uno sguardo anche al contesto europeo.
“Non bisogna chiedere al legislatore di spendere nel digitale, ma come usare quanto già normato nel codice digitale”, ha dichiarato in apertura Andrea Lisi, presidente Anorc. “Anche con il digitale, il Diritto deve consentire a tutti questi strumenti quell’illusione di certezza che credevamo di avere con il cartaceo”.
“Il principale problema dell’Ict pubblica italiana è il backoffice”, ha sostenuto Roberta Raimondi della Università Bocconi. “Gli anelli deboli sono Pmi, piccoli Comuni ed alcune aree deboli quali giustizia, sanità e alcuni ambiti degli affari interni”.
Non c’è di che rallegrarsi.
“L’agenda digitale si basa su un ciclo virtuoso con servizi semplici e infrastrutture più potenti”; parte piano Anna Pia Sassano (Agenzia delle Entrate). “Gli informatici non vanno bene per i servizi su Internet: prendono un modulo, lo schiaffano a video e ti dicono che hanno informatizzato un processo”, il che magari è vero ma magari quel processo non è più quello idoneo. L’Ict è un problema multidisciplinare, insomma.
Infrastruttura e backoffice richiedono una chiarezza architetturale. Ma è nato prima l’uovo o la gallina?

Progetto o esecuzione?
“Nella legge 513 era tutto chiaro: prima si semplificano i processi, poi si informatizza. Da noi s’è fatto il contrario”, spiega bene Donato A. Limone (Presidente Andig).
E ci sono responsabili diretti? “I dirigenti, se tra carta e digitale s’è scelto l’ibrido”.
Limone fa anche due conti. Per difetto il backoffice ci costa 22 miliardi, più 4 miliardi per la carta; il personale relativo costa 80 miliardi. E gli artt. 15 e 50 vanno applicati, altrimenti i sistemi documentali già esistenti (protocollo, conservazione e certezza del diritto) non sono legali
.
Come se non bastasse, l’iter nell’ammodernamento è stato interrotto. “L’attivazione del Codice dell’amministrazione digitale ha creato un tappo all’adozione del documento digitale, facendo perdere di vista il contesto”, spiega Lucilla Garofalo (Archivio Centrale dello Stato – Anai). “E’ necessario far pressione sul Ministero dell’Innovazione perché vengano sbloccate le regole tecniche”, che sono ancora in corso di verifica con un ritardo di due anni e senza che se ne conosca il motivo. Il risultato? “Le amministrazioni che hanno prodotto il protocollo ne hanno perso il controllo”.
Nelle classiche evocazioni della neonata Agenzia, sembra quasi che l’Agenda digitale sia tutta l’Ict italiana e che quindi si tratti di un problema completamente addossato alla Pa. Ma prima ancora il ritardo nazionale è un problema di infrastruttura. Pietro Guindani, Presidente Vodafone Italia (nella foto), ha parlato di rete. “Nella banda larga mobile siamo numeri uno in Europa, ma sul fisso c’è un deficit concorrenziale”. Serve fibra per almeno il 50/60% della popolazione e delle aziende che insistono su quel territorio, ma “l’offerta in fibra dev’essere competitiva in modo da creare concorrenza e volano”.

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